SINODO AFRICANO

…E noi italiani?

1 ottobre 2009 - Alex Zanotelli

Il ‘Sinodo Africano’ è un evento importante non solo per l’Africa, ma anche per noi italiani, per riflettere sui nostri rapporti con il continente che ci è più prossimo.
A Roma apre la seconda assemblea speciale per l’Africa (4-25 ottobre 2009).
La prima assemblea si era svolta dal 10 aprile all’8 maggio del 1994, sempre a Roma. La Chiesa in Africa aveva chiesto un Concilio, e invece ha avuto un Sinodo. Tanti avevano chiesto che quell’assemblea si tenesse in Africa (il contesto è fondamentale!) e invece è di nuovo, dopo 15 anni, convocato a Roma.
L’assise dei vescovi africani affronterà il tema: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”, che è anche il titolo dell’Instrumentum Laboris (strumento di lavoro) che raccoglie i desiderata delle Chiese locali in Africa. Questo documento è un buon strumento di lavoro da cui partire. Toccherà ora ai vescovi sinodali far sentire il grido dell’Africa.
“L’Assemblea Sinodale - così dice il documento preparatorio - dovrebbe far sentire il grido dei poveri, delle minoranze, delle donne offese nella loro dignità, degli emarginati, dei lavoratori mal pagati, dei rifugiati, dei migranti, dei prigionieri…”.
Dato che il Sinodo si tiene a Roma può essere una buona occasione per noi cittadini italiani e per la chiesa in Italia per affrontare alcuni nodi fondamentali fra il nostro Paese e l’Africa.

AFRICA, LA NOSTRA MADRE
Oggi le ricerche sul DNA ci dicono a chiare lettere che tutti noi discendiamo da un’unica ‘coppia’ che gli scienziati collocano nell’Africa Orientale. L’Africa è quindi la nostra Madre. Come possiamo accettare che la Madre venga così crudelmente violentata? L’Africa ha subito la violenza inaudita dello schiavismo sia europeo come arabo, per ben tre secoli, di un colonialismo brutale e di un neo-liberismo che l’ha spolpata fino all’osso. La ricchezza del suo sottosuolo è la sua maledizione. Un continente ricchissimo (uranio,oro, petrolio, coltan…), ma che oggi rappresenta l’1% del prodotto mondiale lordo. Terre agricole splendide che potrebbero sfamare il mondo ed invece è proprio l’Africa a far la fame! Nel suo ultimo rapporto la FAO afferma che di un miliardo di affamati al mondo, ben un terzo si trova in Africa.
Se l’Africa è la ‘madre’ di tutti i popoli, perché questo razzismo di ritorno verso la ‘razza nera’? Perché è così radicato da noi questo disprezzo e rifiuto del ‘nero’? Fino a quando continueremo a parlare di ‘razza’? Non siamo un’unica razza umana?

UN PASSATO COLONIALE
È fondamentale come italiani iniziare ad assumerci le nostre responsabilità in questa tormentata storia del continente. Dobbiamo ancora riconoscere i misfatti dei nostri interventi coloniali in Eritrea , Libia, Somalia ed Etiopia. Le ricerche del noto storico Angelo Del Boca ci hanno aiutato a conoscere quanto sia stata spietata la conquista e la colonizzazione di quelle terre. Dobbiamo ancora riconoscere i massacri compiuti in Libia (almeno centomila i morti!) e in Etiopia (dove è ormai accertato che abbiamo usato i gas nervini su un esercito in fuga!). Dobbiamo riconoscere finalmente la nostra brutalità in terre d’Africa e sfatare il mito del “buon colonialismo italiano”. E dobbiamo anche riconoscere i guai che la nostra politica ha combinato in quelle nazioni dopo la loro indipendenza, in particolare nel Corno d’Africa, dove abbiamo perseguito solo gli interessi delle nostre compagnie. Particolarmente evidente nella spartizione affaristica di quella regione fra la Democrazia Cristiana (Etiopia) e il Partito Socialista di Craxi (Somalia) .Il disastro odierno della Somalia, straziata da spaventose lotte fratricide, è in parte responsabilità nostra. Sappiamo oggi quanta corruzione abbiamo esportato in un Paese governato dal già corrotto regime di Siad Barre, che abbiamo poi riempito di armi e di rifiuti tossici (ora iniziamo lentamente a venire a conoscenza di questi traffici!) La morte di Ilaria Alpi (ancora senza spiegazioni, anche se sappiamo perché è stata uccisa!) è lì a ricordarci tutto questo.

UN PRESENTE NEOCOLONIALISTA
Che cosa dire poi dell’attuale politica estera italiana nei confronti dell’Africa? Mi sembra che non esista alcuna politica seria nei confronti del continente se non quella degli affari. Siamo diventati gli amici dei peggiori dittatori d’Africa da Gheddafi ( Libia) a Afeworki (Eritrea), da Bashir (Sudan) a Ben Ali (Tunisia). Sono sempre gli affari che, generalmente, dettano la nostra politica estera.
Un esempio lampante è l’ENI, (al 30% è dello Stato italiano) che sta provocando un vero disastro ecologico nel Delta del Niger. L’ENI estrae 152.000 barili di petrolio al giorno, pari a sette milioni di euro al giorno! E allo stesso tempo ricorre al ‘gas flaring’ che consiste nel bruciare il gas in torcia che contribuisce a fare della Nigeria il primo Paese al mondo per le emissioni di CO2; distrugge l’ecosistema nel Delta del Niger e viola i diritti umani ed economici delle popolazioni indigene. Tutte le proteste fatte sono finite nel nulla. Abbiamo chiesto con insistenza, durante il governo Prodi, che una delegazione interpartitica visitasse con i media quella regione . Nulla da fare! Blocco da parte della Farnesina! Eppure chiediamo solo che la nostra politica energetica nel delta del Niger sia di cooperazione e non di depredazione.

UNA COOPERAZIONE AFFARISTICA
Altro aspetto preoccupante è il calo costante da parte dei nostri governi di destra e di sinistra, dei fondi per la cooperazione internazionale. Purtroppo la nostra esperienza in questo campo è stata piuttosto deludente, dalla mala-cooperazione degli anni Ottanta e Novanta fino alla gestione affaristica del governo Berlusconi.
L’ultima finanziaria ha nettamente tagliato i fondi della cooperazione internazionale e il sostegno alle iniziative di lotta alla povertà, portandoli alla miserabile cifra di 320 milioni di euro, meno dello 0,1%, l’equivalente di una giornata di guerra in Iraq per le truppe americane. Nel 2011 saranno 215 milioni! Mai così scarsi. Dimezzati i Paesi in cui si effettueranno interventi. Roma poi, vorrebbe privilegiare quegli Stati che collaborano nella lotta ai flussi migratori. Il governo Berlusconi spinge per valorizzare il ruolo delle imprese private in Africa. È così che la rivista Nigrizia valuta l’attuale cooperazione italiana.
L’Italia di Berlusconi – scrive giustamente R. Salinari presidente di Terrre des hommes – che aveva promesso nel tragico G8 di Genova ben l’1% del Pil per un nuovo “Piano Marshall” per l’Africa, batte tutti con l’ultimo posto tra i donatori industrializzati e quel che è peggio, senza che voci autorevoli e qualificate del ‘governo ombra’ si siano alzate in difesa degli impegni internazionali. E pensare che l’Italia dovrebbe arrivare al fatidico 0,7% in ottemperanza agli impegni presi in sede ONU”.
L’Italia è inadempiente anche per il pagamento delle quote del Fondo di lotta all’Aids, Tbc e malaria.
Il governo Berlusconi non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte ai vari G8, ultimo quello del L’Aquila, dove ,dopo la lettera di Benedetto XVI sull’Africa, aveva fatto mirabolanti promesse.

UN DEBITO DA CANCELLARE
Nel contesto della cooperazione , un capitolo importante è quello del debito.
Per il giubileo del 2000 è nato anche in Italia un forte movimento (sostenuto anche dalla Chiesa italiana) per il condono del debito con i Paesi impoveriti, che ha portato a un’ottima legge, la 209 del 25 luglio (una delle più belle a livello mondiale). Questa legge , approvata da tutti i partiti, prevedeva il totale condono del debito entro tre anni. Purtroppo, a distanza di 10 anni, molto rimane ancora da fare.(Positive le due esperienze promosse dalla CEI in Zambia e Guinea-Conakry).
Due articoli di quella legge non sono mai stati applicati: l’art.5, che permette la cancellazione del debito dei Paesi che vengono colpiti da disastri naturali come lo tsunami (2005) e l’importante art.7 di quella legge. Questo articolo prevede che il governo italiano si attivi al fine di ottenere una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU, affinché la Corte Internazionale di Giustizia dia un parere consultivo nel quadro giuridico relativo al debito estero. Tale disposizione è rimasta inapplicata di fronte a un’Africa che geme sotto il peso del debito pagato dai poveri (un “debito odioso” perché, in buona parte contratto da regimi dittatoriali e quindi, illegittimo). Infatti il debito estero dell’Africa sub-sahariana si aggira oggi sui 230 miliardi di dollari, per cui nel 2001 è stato pagato in interessi, il valore di 21 miliardi di dollari e nel 2006 il valore di 23 miliardi. È un peso enorme , pagato dai poveri con mancanza di scuole, ospedali, medicine.
È immorale per noi – diceva l’allora presidente della Tanzania J. Nyerere (del quale è stata introdotta la causa di beatificazione) – pagare il debito! ” A cui fece eco l’allora presidente del Burkina Faso, T. Sankara: “Se paghiamo, saremo noi a morire! ”.
I governi dei G20 hanno trovato qualcosa come 6-7 mila miliardi di dollari per salvare le loro banche e non riescono a trovare i soldi per il condono del debito dell’Africa.

NO AI BIO-CARBURANTI
Sempre in campo economico , è grave la scelta politica italiana in favore dei biocarburanti e degli OGM. Quella dei biocarburanti è una decisione politica degli USA e dei Paesi industrializzati per ottenere etanolo dai prodotti agricoli, in particolare dal mais, soya, olio di palma e così rispondere alla grave crisi energetica. Ed è la politica anche dei governi italiani, di sinistra come di destra. “È un crimine contro l’umanità”, l’ha definito Jean Ziegler, l’inviato speciale dell’ONU per il diritto al cibo. Infatti questa politica porterà a una diminuzione del cibo e a un rialzo dei prezzi e così a sempre più fame.
Un consorzio africano sta mettendo a disposizione 379 milioni di ettari in 15 nazioni per i cosiddetti biocarburanti, sostiene uno dei più prestigiosi esperti internazionali, Raj Patel. L’Unione Europea e l’Italia si sono lanciate su questo promettente terreno che purtroppo porterà a sempre più fame in Africa. E infatti la FAO ha recentemente invitato i Paesi ricchi a “rivedere le politiche e i sussidi relativi alla produzione di biocombustibili. Una marcia indietro indispensabile per mantenere l’obiettivo della sicurezza alimentare, per promuovere lo sviluppo rurale e assicurare la sostenibilità ambientale”.

LA CONDANNA DEGLI OGM
Altra politica sbagliata, in campo agricolo, è quella di promuovere i cosiddetti OGM (Organismi Geneticamente Modificati), con il presupposto che questi risolverebbero il problema della fame come era stato detto della ‘Rivoluzione Verde’ degli anni Settanta in India. Dietro a questa politica ci stanno le grandi multinazionali dell’agribusiness, la Monsanto, Syngenta, Unilever, Du Pont… che sostengono la Nuova Rivoluzione verde per diffondere la bioingegneria delle sementi.
Spesso questo passa sotto forma di “buone azioni” (pubblicizzate con milioni di euro!) da parte anche di multinazionali nostrane come l’ENI con il suo “Green River Project”, che attraverso il NAOC (Nigerian Agip Oil Company) ha erogato dal 1987, sotto forma di ‘aiuti’ alle comunità locali, 17 milioni di euro che includono la “produzione e distribuzione di semi resistenti alle malattie e allo stress ambientale”.
Anche in Africa si è sviluppato tutto un dibattito a questo riguardo che ha portato , per esempio, un Paese come lo Zambia, stremato dalla fame nel 2002, a rifiutare il grano dato dagli USA, perché geneticamente modificato.Questo con grande scandalo dell’Occidente.
La Conferenza Episcopale sudafricana nel 2000, si era espressa con un documento in cui metteva in guardia il governo sudafricano sugli OGM, proprio partendo dal principio di precauzione. Questo dibattito e la susseguente riflessione delle Chiese in Africa, hanno portato alla prima seria condanna degli OGM, proprio nell’Instrumentum Laboris del Sinodo “Questa tecnica rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali, rendendoli dipendenti dalle società produttrici di OGM”(n.58). E poi aggiunge: “La campagna di semina di organismi geneticamente modificati (OGM),che pretende di assicurare la sicurezza alimentare, non deve far ignorare i vari problemi degli agricoltori: la mancanza di terra arabile, di acqua , di energia, di accesso al credito di formazione agricola ,d i mercati locali, infrastrutture stradali... ”(n. 58)

LADRI DI TERRE
E sempre in campo agricolo sta ora scoppiando l’incredibile scempio di grandi compagnie e multinazionali che stanno accaparrandosi larghe fette di terre agricole nell’Africa subsahariana.
Pare sia stata la grande fiammata dei prezzi alimentari tra il 2007 e il 2008 a spingere i Paesi ricchi ad accaparrarsi le terre coltivabili, specialmente in Africa. Diversi Paesi africani stanno dando via grandi estensioni di terra coltivabile, quasi gratis, in cambio di pressoché nulla, salvo vaghe promesse di investimenti e di posti di lavoro. Ciò sta avvenendo in Etiopia, Ghana, Mali e Sudan, Mozambico e Tanzania. Il caso più eclatante è stato quello del Madagascar dove la multinazionale sudcoreana Daewoo ha cercato di acquisire una grande estensione di terreno, provocando proteste popolari che hanno sbalzato via lo stesso presidente in carica. Questo significherà sempre più fame e miseria per un continente già prostrato: è un’altra forma di neo-colonialismo. E l’Instrumentum Laboris lo denuncia con chiarezza: “Le multinazionali acquistano migliaia di ettari espropriando le popolazioni dalle loro terre con la complicità dei dirigenti africani” (n.28).

ARMI IN ABBONDANZA
Tutta questa politica neo-coloniale in Africa è possibile proprio perché la controlliamo militarmente e vi esportiamo enormi quantità di armi, che sono la causa di così tanti conflitti e guerre. E l’Italia gioca un ruolo importante su tutti i due versanti. L’industria italiana delle armi è una delle più fiorenti: siamo all’ottavo posto al mondo per armi pesanti e al secondo posto per le armi leggere, le più pericolose, le più letali. Esportiamo armi pesanti in Nigeria, Libia, Sudan, Uganda, Congo, Sudafrica, Tunisia. In parecchie di queste nazioni i diritti umani sono violati e calpestati! Questo viola la legge 185/90 (frutto di lunghe lotte della società civile negli anni Ottanta!) che vieta la vendita di sistemi di armi pesanti a Paesi in guerra, o dove i diritti umani sono calpestati. Ma sono le armi leggere quelle che uccidono di più nei conflitti africani e su queste non c’è nessuna legge a disciplinarne l’uso. L’Africa è diventata così il continente dei conflitti con milioni di morti! La guerra in Congo è costata la vita a quattro milioni di persone. E non è finita! L’Instrumentum Laboris stigmatizza così questa follia. “In connivenza con uomini e donne del continente africano, forze internazionali… fomentano le guerre per la vendita delle armi”( n.12). E in tutto questo, l’Italia ha gravi responsabilità.

AFRI.COM
Non solo l’Italia esporta armi, ma presta il suo suolo agli USA per tenere militarmente in pugno l’Africa. Infatti lo scorso anno l’Italia ha dato ospitalità ad AFRI.COM, il Supremo Comando unificato americano per l’Africa. Suo scopo fondamentale, oltre combattere i terroristi, è la ricognizione di nuove fonti energetiche, la protezione degli interessi americani in Africa e il contrasto all’offensiva cinese del continente. Tutti i Paesi africani si sono rifiutati di ospitare AFRI.COM. Perfino la Spagna di Zapatero si è rifiutata! Invece il governo Berlusconi ha subito accettato l’offerta USA. Così AFRI.COM ha ora in Italia due sotto-comandi: lo U.S. ARMY AFRICA con il quartiere generale a Vicenza dove risiede la 173° brigata aerotrasportata e l’AFRICA PARTNERSHIP STAT (per la dislocazione di nave da guerra lungo le coste d’Africa) a Napoli. AFRI.COM fa leva sulle élite militari africane per portare il maggior numero di Paesi africani nella sfera di influenza americana. “La creazione da parte degli USA di AFRI.COM – dice giustamente il nigeriano Paul Adujie – dovrebbe essere visto per quello che è: un’armada di protezione per gli USA e i suoi alleati ,e non per la sicurezza dell’Africa! ”.
Il popolo italiano dovrà pur farsi alcune domande importanti:in quale sede e con quali procedure è stata presa questa decisione di importanza strategica? Il Parlamento non ne ha mai discusso. L’opposizione ha qualcosa da dire in merito?

EPA OVVERO COME AFFAMARE L’AFRICA
AFRI.COM protegge militarmente la penetrazione economica americana in Africa tramite l’AGOA (Africa Growth and Opportunity Act - Legge per l’opportunità e crescita dell’Africa). L’Agoa è stata lanciata nel 2000 dal presidente Clinton per attirare nella sua orbita economica il continente nero.
L’Unione Europea non è da meno con la sua strategia degli EPA (Economic Partnership Agreement), Accordi di Partenariato economico. Questi accordi sostituiscono gli accordi di Lomé e Cotonou che per 40 anni hanno retto le relazioni economiche fra UE e Africa. Ora la UE, sotto la spinta del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) vuole sostituirli con gli accordi EPA che andranno a cancellare il sistema di regole preferenziali commerciali. La politica del WTO è che il pianeta è retto da unico mercato e che non ci possono essere eccezioni o privilegi per i paesi impoveriti. Con gli EPA infatti le nazioni africane sono costrette a togliere sia i dazi che le tariffe (sono i quasi unici proventi dei governi dei Paesi impoveriti!) oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza. La conseguenza è chiara: l’agricoltura europea (sorretta da 50 miliardi di euro all’anno!) potrà svendere i propri prodotti sui mercati africani. I contadini africani (l’Africa, che è al 70% un continente agricolo!) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei. E sarà ancora più fame! (Gli EPA chiedono inoltre all’Africa anche, sostanziali impegni per i servizi, come l’acqua e i diritti di proprietà intellettuale!). La UE (e l’Italia ne è parte!) non ha voluto ascoltare il grido dei contadini africani (molto vociferi e organizzati quelli dell’Africa occidentale!) e sotto la guida del Commissario al Commercio, l’inflessibile Mandelson, ha fatto di tutto per far firmare i sei gruppi di nazioni del ACP (Africa-Caraibi-Pacifico) entro il 31 dicembre 2007.
In barba all’opposizione sia in Africa che in Europa. A tutt’oggi, solo 40 nazioni su 76 hanno firmato l’accordo. E questo è già una bella vittoria! Molte nazioni hanno firmato accordi ad interim, altre hanno firmato singolarmente, spaccando così, purtroppo, i gruppi regionali che stanno cercando di costruire reti economiche regionali. “L’Africa è una e indivisibile – ha detto Hima Fatimatou della Piattaforma contadina del Niger – bisogna evitare di mettere un Paese contro l’altro all’interno della stessa regione; altrimenti gli unici risultati saranno ulteriori divisioni con un costo altissimo per la popolazione rurale e per l’industria africana!”. Purtroppo la frittata è fatta! “Noi diciamo no agli EPA – ha detto il sudafricano Makombe – perché abbiamo avuto altre esperienze dei Programmi di Aggiustamento Strutturale nel 1980 per i paesi poveri e sappiamo quali devastazioni hanno prodotto! Visti dall’Africa, gli EPA non sono altro che una nuova colonizzazione”. L’Instrumentum Laboris gli fa eco: “I programmi di ristrutturazione delle economie africane, proposti dalle istituzioni finanziarie internazionali si sono rivelati funesti. Le ristrutturazioni ‘imposte’ hanno comportato, da una parte, l’indebolimento delle economie africane, dall’altra, il degrado del tessuto sociale con aumento, di conseguenza, del tasso di criminalità, l’allargamento del divario tra i ricchi e poveri, l’esodo dalle zone rurali e la sovrappopolazione delle città” (n.26).
E non è solo il disastro economico, ma siamo oggi davanti a un altro disastro, che è quello climatico. Il continente nero sarà quello che pagherà, più degli altri, la crisi climatica. Sono sempre i poveri a pagare i disastri dei ricchi! L’ Africa che meno ha contribuito, con le emissioni di gas serra alla crisi ecologica, sarà quella che ne pagherà di più le conseguenze, con milioni e milioni di rifugiati climatici.

CONTINENTE IN FUGA
Ed è proprio questo disastro che forza centinaia di migliaia di uomini e donne a emigrare. È un grande esodo! Dall’Africa nera verso l’Europa, attraverso quel terribile deserto del Sahara. I fuggiaschi dalle spaventose situazioni dell’Africa orientale, si dirigono verso la Libia via Khartoum (Sudan), i fuggiaschi dell’Africa centrale tentano di arrivare in Libia via Agadez (Niger). Migliaia di morti! E chi raggiunge la Libia, lo aspetta una vita d’inferno per pagarsi il viaggio (3-4 mila euro) sulle zattere del mare! In questo mare infatti, secondo la stima del giornalista G. Visetti, sono morti dal 2002 al 2008, 42 mila uomini;una media di 30 al giorno! (Senza dimenticare quelli che muoiono, almeno 4-5mila all’anno, attraversando l’Atlantico per arrivare alle Isole Canarie e poi in Spagna e Portogallo!). È questo il più grande genocidio europeo dopo quello della Shoah! Sono per noi esseri inutili al ‘Sistema’, sono in più, non servono al mercato. Dopo i trattati firmati con la Libia di Gheddafi (5/01/ 2009) e con la Tunisia di Ben Ali (29/01/2009), il governo italiano sta tentando di bloccare l’immigrazione clandestina. È ora iniziata l’era dei respingimenti, (l’orrore di quei 73 eritrei lasciati morire nel Mediterraneo!), quei barconi rispediti in Libia, ben sapendo che molti di loro hanno il diritto all’asilo politico. Perfino l’ONU ha condannato l’Italia, accusata di respingere questi gommoni come se portassero “rifiuti tossici”!!!
Aminata Traoré, ex ministro del Mali, ha affermato al Forum Mondiale Sociale di Nairobi: “I mezzi umani, finanziari e tecnologici che l’Europa dispiega contro i flussi migratori africani, sono di fatto, quelli di una guerra in tutto e per tutto tra questa potenza mondiale e i giovani rurali ed urbani , senza difesa”.

IL DIRITTO DI EMIGRARE
Tutto questo grazie alla solerzia del ministro Maroni che ha detto che bisogna essere ‘cattivi’ con gli immigrati. E il suo “Pacchetto Sicurezza” è la cattiveria trasformata in legge, come ha affermato ‘Famiglia Cristiana’.La gravità di questa legge sta nel fatto che il clandestino diventa ora criminale. La legge prevede, fra l’altro, la tassa sul permesso di soggiorno (500 euro), le ‘ronde’, restringimenti sui matrimoni misti e sui ricongiungimenti familiari, detenzione di 6 mesi nei CIE ( Centri di identificazione ed Espulsione ), e il carcere fino a 4 anni per gli irregolari che non rispettano l’ordine di espulsione. Questa è una legislazione da apartheid! Sono leggi razziste e razziali! “Con l’introduzione del reato di immigrazione irregolare, infatti – afferma il noto giurista Livio Pepino – si prosegue nella impostazione di punire non un fatto, ma una condizione personale; è, secondo un’accurata definizione, il migrante che diventa reato”. Eppure il diritto di emigrare è il più antico dei diritti naturali, afferma Luigi Ferrajoli. La criminalizzazione degli immigrati ha creato una nuova figura: quella della persona illegale, fuori- legge solo perché tale, non persona perché priva di diritti e perciò esposta a qualunque tipo di vessazioni, destinata a generare un nuovo proletariato discriminato giuridicamente”.

IL GRIDO DELL’UOMO AFRICANO
È questa la risposta del popolo italiano al clamore dei popoli africani? È questa la risposta dei cristiani italiani al grido di sofferenza del Cristo Crocifisso oggi? L’Africa è oggi l’immagine viva del Servo Sofferente, del Cristo Crocifisso: è un continente crocifisso ,che ci interpella direttamente come Chiesa universale e Chiesa italiana. Ed è questo l’invito pressante che ci viene dai teologi africani, in particolare dal grande teologo camerunense ,l’autore di: “Le cri de l’homme africaine”, J. Marc Ela “Può esser che il Cristo – si chiede J.Marc Ela nel suo capolavoro Répenser la théologie africaine – è oggi l’africano nella misura in cui i poveri e gli sfruttati sono i volti di Gesù di Nazareth? Allora bisogna lasciar parlare il Cristo in Africa, comprendere le sue scelte e le sue prese di posizione, la sua fede e il suo messaggio in un continente dove la miseria e la repressione, l’angoscia, le ingiustizie sono estreme. Nel profondo dell’Africa, i cristiani sono chiamati a fare memoria del Crocifisso a partire dal calvario di un popolo che dopo secoli, vive una sorta di passione senza redenzione”. E J. Marc Ela, scomparso lo scorso dicembre, incalza: “Per le Chiese d’Africa ritornare sotto l’albero della Croce per riscoprire il Dio della fede , sembra essere la via più sicura, se esse vogliono approfondire il senso del Vangelo. Partire dal punto dove sono arrivate le vecchie Chiese d’Europa , è condannarsi ad un cristianesimo da museo”. Ed è qui dove J. Marc lancia la sua sfida alle Chiese d’Africa, al Sinodo africano, e alle Chiese d’Occidente.“Se il fallimento del neo- liberismo a dare la felicità all’umanità non deve essere provata, il genocidio perpetrato dal mercato è ormai la sfida primordiale a ogni riflessione teologica che si costruisce in una solidarietà con i popoli emarginati del mondo. Il teologo tedesco Metz ha scritto: “Non si può fare teologia ignorando Auschwitz.A partire dall’olocausto africano, possiamo chiederci da che parte sta, in verità, la Chiesa”. E la conclusione a cui arriva J.M.Ela, trova oggi eco nell’Instrumentum Laboris .“La teologia che cerchiamo nelle Chiese d’ Africa non può rassegnarsi a un approccio speculativo e a-temporale della fede. Per i cristiani del Sud del mondo, la domanda teologica primordiale non è: Dio esiste?”.
Senza un forte impegno, quella domanda apre solo un dibattito teorico. Il teologo del Sud del mondo, si pone una domanda radicale: “Qual è il nostro Dio?” . Questa domanda nasce da un’esperienza di solidarietà con i dannati della terra. Lo scandalo della povertà in un mondo dove non ci sono mai state tante ricchezze, richiede una rottura con ogni discorso che impedisce al cristiano di riscoprire Dio ai margini della storia, a partire da situazioni di ingiustizia e di miseria dove il Vangelo è forza di vita capace di inventare cammini di liberazione. Come contribuire a far uscire l’Africa dallo strangolamento in cui si trova adesso? Questa è la domanda che apre piste feconde per la teologia africana in vista di ridare al Vangelo la sua credibilità e pertinenza”.

Napoli,1/10/2009

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