Il turista medico in India

Una nuova forma di sfruttamento?
23 maggio 2013 - Giuseppe Tattara

All’aereoporto di Dubai in attesa dell’aereo per Tirupr, India, passa una italiana con le classiche bustone gialle che contengono radiografie. Non posso trattenere un sorriso, un pò di sgomento pensando alla povertà dell’india, alla sporcizia di molti uffici, alla approssimazione di molti servizi. E vedo la porta riparata da una tenda del povero ambulatorio medico di fronte al mio ultimo alloggio, alla periferia di Delhi; un medico davanti a un tavolo coperto con una tela cerata, una tazza di te, una sedia a rotelle sgangherata, un armadietto con qualche medicina e poco altro. Davanti resti di un inesistemte marciapiede e un rivolo di acqua sporca.
Quando parto per l’India spero sempre di non ammalarmi. Ma qualcuno dall’Italia e dagli altri paesi occidentali va a curarsi laggiù. Sono circa 500 mila all’anno i “turisti della medicina”, cioè gli occidentali che si recano in India per farsi curare mantre sono quasi tre milioni ogni anno coloro che scelgono di curarsi all’estero, nei paesi in via di sviluppo.
In India, nonostante le apparenze, esistono ospedali privati che godono di accreditamenti internazionali, i prezzi delle cure sono bassi, la preparazione medica è buona e non ci sono liste d’attesa. Si fanno le principali operazioni cardiache a cuore aperto, con robot chirurgici, operazioni alle ginocchia, interventi dentistici, pratiche riproduttive (fertilizzazione in vitro e altro); una medicina “occidentale” con tecniche di avanguardia. Poi ci sono i trapianti di rene e ci viene subito in mente il commercio degli organi; la “vendita” del rene in India è stata dichiarata illegale nel 1994, ma è pratica ancora diffusa, specie tra le donne povere; ma questo merita una riflessione e un discorso a sè.
Il costo di un intervento è meno di 1/4 di quanto si spenderebbe negli Stati Uniti e nel Regno Unito in ambito privato, mentre nella sanità pubblica inglese (e da qualche tempo anche italiana) i tempi di attesa superano l’anno e in molti paesi occidentali si sta facendo strada la sanità privata più o meno mascherata, come avviene in Italia con la sanità gestita “in regime di libera professione” presso le strutture pubbliche. A volte non si può aspettare e allora, se si deve andare dal privato e pagare, tanto vale prendere l’aereo!
L’industria del “turismo medico” è una delle più floride industrie dell’India, ha alti tassi di sviluppo (20-30% per anno), garantisce elevati profitti ed è considerata una delle industrie “strategiche” dal governo, da proteggere con la concessione di diversi tipi di vantaggi (fiscali e altro).
Ma se l’India ha un miliardo 150 milioni di abitanti e un numero di ospedali e letti pro capite tra i più bassi dell’Asia, come mai non ci sono code chilometriche davanti a questi eccellenti ospedali? Non ci sono perchè il “turismo medico” è basato su di un sistema sanitario privato, dedicato esclusivamente agli stranieri o agli indiani in grado di pagare gli alti costi delle cure e della degenza, che sono preclusi alla popolazione, anche di livello medio, di quel paese. In India coloro che sono coperti dalla sanità pubblica e che in qualche modo si sono garantiti una assistenza pagando una assicurazione privata, non raggiungono il 10% della popolazione. E il resto? Quel miliardo e più di persone che non ha alcuna copertura sanitaria? I poveri non si curano, e quando capita, e se possono, si recano presso i pochi ospedali pubblici o presso ospedali gestiti da assocazioni caritative, che svolgono un buon lavoro ma hanno una copertura territoriale molto limitata. Le zone rurali dove vive la stragrande parte della popolazione sono per lo più sguarnite di presidi sanitari.
Il turismo medico porta dei vantaggi al paese e alla sua popolazione? L’idea che ha guidato i diversi governi a sostenrne lo sviluppo è che si tratta di una industria come le altre e che è una industria capace di portare in India valuta pregiata (la legge concede ai centri sanitari privati gli stessi vantaggi che assicura alle industrie esportatrici). Ma bisogna chiedersi se si sta promuovendo una attività che alla fine avrà dei risvolti positivi per la popolazione. I medici, una volta apprese le pratiche più moderne, le diffondono? La sanità pubblica ne trae un vantaggio, seppure indiretto? Nulla di tutto questo. La diffusione è preclusa dall’assenza di strutture adeguate e in questi ultimi anni sta avvenendo anzi il contrario. I medici, attratti dagli alti stipendi offerti dalle strutture private, abbandonano la sanità pubblica. Va quindi perduto quel capitale umano che l’India ha così faticosamente formato, facendo crescere e istruendo i suoi giovani migliori.
Un'altra grave conseguenza del crescente numero di turisti medici è relativa allo scarico dei rifiuti sanitari; i vari tipi di rifiuti non hanno una gestione separata e vengono bruciati o scaricati nei fiumi o in mare o nelle zone periferiche, in aree dove vivono i cittadini più poveri.
Il governo, in linea di principio si è cautelato da alcune storture e, ad esempio, ha vincolato la concessione di permessi edilizi e (a volte) di terreni demaniali per la costruzione dei nuovi ospedali o delle medi-city al fatto che alcuni letti (in teoria il 30%) vengano riservati alla popolazione indiana, ma con poco successo. Indagini svolte presso i principali ospedali privati hanno trovato questi letti, quando ci sono, invariabilmente vuoti! C’è magari il letto, ma i pazienti si devono pagare medicine ed esami e gli indigenti non possono pagare; i controlli non sono efficaci, le lobby private sono molto potenti, e queste cautele previste dal legislatore si traducono in un’operazione di facciata e nulla più.
Gli ospedali privati sono ormai potentissimi. L’Apollo (www.apollohospitals.com), che è uno dei principali centri medici per stranieri, è una potenza che condiziona le politiche del governo e ha sedi anche in altri paesi dell’Asia; ci sono poi le medi-city, di Gurgaon, di Chennai e altre. Sono strutture molto grandi; Medanta-Medicity a Gurgaong è situata su 43 acri, vicino a New Delhi e dispone di 45 sale operatorie, 1250 posti letto e oltre 350 posti letto di terapia intensiva. Nella città di Pune l'Aditya Birla Memorial Medicity si estende per 13 ettari, dispone di 13 sale operatorie, 125 posti letto di terapia intensiva. Medi-città sono in programma a Bangalore, Jaipur, Pune, Shillong, Thiruvanthanapuram e Mangalore. A Jaipur il compito di costruire una nuova medi-città è stato assegnata al Dhirubhai Anil Ambani Group e il progetto è particolarmente mirato al “turismo medico”. La città meridionale indiana di Chennai è stata dichiarata India's Health Capital, e cura il 45% dei turisti della salute che entrano in India dall'estero e il 30-40% dei turisti della salute della stessa India. Le medi-city raccolgono in poco spazio tutti i principali servizi medici, dai laboratori di ricerca alla degenza nelle svariate specialità e presentano indubbi aspetti di efficienza e di sicurezza, ma allo stesso tempo portano al massimo livello l’idea della separatezza della cura dalla vita quotidiana, che è una caratteristica che fa a pugni con la cultura Indiana, ma che è alla base del concetto stesso di “turismo medico”.
Il “turismo medico” è una delle conseguenze estreme del regime di liberalizzazioni che il governo indiano ha sposato negli anni 90 e della spinta alle privatizzazioni in campo sanitario sostenuta dalla Banca mondiale, a partire dallo studio del 1987, Financing health services in developing countries. An agenda for reform (sic!). Le poche risorse di cui l’India dispone che avrebbero dovute essere rivolte alla sanità pubblica si sono ridotte in modo netto negli ultimi anni, e sono ora dirette alla sanità privata. Questa scelta si è innestata sulla progressiva ondata di liberalizzazione dei commerci a livello mondiale che ha ha puntato a eliminare gli ostacoli per l'ingresso di operatori esteri e liberalizzare i movimenti dei capitali. In quasi tutti i paesi in via di sviluppo in cui tali linee di politica sanitaria sono state applicate le condizioni di salute della popolazione si sono deteriorate.
Un chiaro esempio delle conseguenze negative sulla salute della popolazione seguito al ritiro del ruolo dello stato nell’impegno nel settore medico è fornito da molti paesi post-socialisti dopo gli anni 90, con un rallentamento marcato nell'aumento della speranza di vita della popolazione.
Oggi l’aumento del “turismo medico” nei paesi poveri è strettamente interconnesso con il processo di privatizzazione spinto in tutti i campi dalle organizzazioni internazionali, facilitato dalle politiche liberiste che puntano a un sempre maggior contenimento dell’azione dello stato, anche in campi essenziali come quello della salute, e finiscono col garantire un trattamento buono a ristretti, ricchi, settori della popolazione locale, ma determinano un invariabile peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione e alla fine minano le stesse radici della stabilità sociale e della crescita economica.

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Alex Langer, 15 dicembre 1994
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