MIGRANTI

Destini

Mamadou è un quindicenne della Guinea. Come tanti.
Non ha scelto di andar via dal suo Paese, né sognava le traversie che ha dovuto vivere in Europa.
Ecco la sua testimonianza.
A cura di Marilisa Brussato

Mi chiamo Mamadou Kairaba Diallo. Ho 25 anni e vengo della Guinea Conakry (Repubblica di Guinea, ndr). Sono arrivato in Italia nel 2005. In realtà non sognavo di venire in Occidente, non lo avrei mai immaginato, anche se avevo una situazione non facile. I miei genitori erano divorziati e io vivevo in una famiglia poligama. Mio padre aveva altre donne, ma mia madre non c’era. Così, molto presto, sono finito in strada. A scuola avevo un amico di nome di Siradio Diallo, la cui famiglia mi voleva bene e assunse l’impegno di garantirmi un pasto caldo e un tetto per dormire. Sono rimasto lì fino ai miei 15 anni. Poi mio padre si è ammalato e ha cercato di riportarmi a casa. Era dispiaciuto per quello che era successo e gli ho detto di averlo perdonato. Poche settimane dopo mi sono ammalato per un problema di reflusso gastroesofageo. Gli ospedali da noi sono fatiscenti e per nulla affidabili. Così si è incominciato a parlare di Occidente: un mio zio, benestante, mi ha aiutato a emigrare verso la Germania per consentirmi di accedere alle cure necessarie. Per arrivare in Europa, hai bisogno di particolari “agenzie” che ti organizzano il viaggio, ma sono vere e proprie truffe. Nel mio caso hanno chiesto a mio zio 5000 dollari per farmi arrivare in Germania. Ma io avrei, poi, dovuto restituir-gli a mio zio questa ingente somma. Ho ottenuto il visto per un mese. Mi avevano assicurato che all’aeroporto di Dusseldorf avrei trovato qualcuno ad attendermi. Ma così non è stato e a trovarmi è stata la polizia che mi ha accompagnato alla stazione ferroviaria e mi hanno invitato a prendere un determinato treno e a recarmi a un albergo riservato. Il mio passaporto, infatti, non era in regola perché non era segnato che ero minore di età. Io non ho preso il treno suggerito e ho tempestivamente cercato qualcuno che mi potesse aiutare a cercare la comunità dei guineani. Sono arrivato così a una persona proveniente della Guinea che mi ha aiutato a chiamare mio zio per spiegargli quanto accaduto. E da lui ho avuto il contatto di un mio cugino che vive a Venezia, che mi ha invitato a raggiungerlo. Arrivato a Venezia ero contento e, nello stesso tempo, preoccupato perché il visto stava per scadere e io sarei stato “clandestino”, circondato da tanta gente indifferente, che andava sempre di fretta, che non mi salutava, che non si accorgeva neanche che ero lì accanto. E così sono diventato, come era prevedibile, clandestino con un debito di 5000 dollari sulle spalle. Ho cercato lavoro e ne ho trovato uno di volantinaggio per il quale mi pagavano 500 euro al mese. Grazie ad alcuni amici, mi sono iscritto a un corso di italiano perché sapevo che il mio primo ostacolo era la lingua. Così lavoravo dalle 8 alle 17 e subito dopo correvo a scuola e tornavo a casa alle 23. Ma sono riuscito a sopravvivere e a pagare i miei debiti! Ci son voluti 3 anni prima di trovare una soluzione per regolarizzarmi e per avere il tanto ambito permesso di lavoro, detto permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Oggi, finalmente, sono contento della mia vita: ho un permesso di soggiorno a tempo indeterminato, ho amici italiani e gente che mi vuole bene. Insomma, l’Italia è diventata la mia seconda patria, anche se non è stato facile. Ringrazio di non aver mai perso la speranza e di aver sempre incrociato gente che mi ha aiutato.

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Tutto diventa globale e il “pensiero unico” occidentale si materializza
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per ogni sforzo di democrazia.
Noam Chomsky
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