MOVIMENTI

Baghdad, città della pace

Si è svolto nella città irachena, tra democrazia mancata e presenze militari, un neonato Forum Sociale. Che ha portato per strada migliaia di giovani. Per chiedere a voce alta pace, servizi sociali e fine della corruzione. Ecco l’Iraq che ci piace.
Martina Pignatti Morano (Presidente dell’associazione Un ponte per... )

Finalmente i giornalisti italiani l’hanno capito: dietro gli attentati che continuano a mietere vittime in Iraq non è la religione né l’odio interconfessionale, ma la politica. Se n’è accorto anche il Parlamento Europeo, che ha scritto nella sua risoluzione del 10 ottobre sulle violenze in Iraq: “Si fa presente che sebbene le violenze perpetrate siano di tipo settario, le loro cause sono politiche piuttosto che religiose”. Se potessimo ascoltare la voce delle minoranze religiose costrette alla fuga da Baghdad o da Mosul conosceremmo storie di popoli minacciati dai partiti politici maggioritari affinché non eleggano membri del Parlamento dalle loro comunità. Più cresce la competizione elettorale, più i partiti maggioritari utilizzano l’apparato repressivo dello Stato e delle istituzioni per schiacciare le minoranze e l’opposizione politica. Questo è il risultato della fallita esportazione della democrazia, a dieci anni dalla guerra e dall’occupazione militare statunitense che hanno devastato l’Iraq e acceso la miccia della guerra civile.

Forum Sociale
In questi dieci anni in Iraq è peggiorato ogni parametro di benessere (dalla scolarizzazione all’accesso ad acqua potabile ed elettricità), ma non la forza della società civile. Dopo dieci anni di lotte coraggiose e nonviolente per affermare diritti umani e giustizia sociale, attivisti e sindacalisti iracheni hanno deciso che era giunta l’ora di sfidare la paura e l’omertà con un grande evento pubblico a Baghdad, anticamente chiamata “città della pace”. Così, dal 26 al 28 settembre 2013, oltre 3000 persone hanno partecipato al primo Forum Sociale Iracheno (FSI), collegandosi a quel processo altermondialista iniziato in Brasile nel 2001 per contrastare il neoliberismo e l’oppressione dei popoli tramite contaminazione e alleanze tra movimenti sociali. Nessuno avrebbe mai immaginato che questo sarebbe stato il forum sociale più partecipato di tutto il mondo arabo, eccezion fatta per il Forum Sociale Mondiale tenutosi a Tunisi a marzo di quest’anno. Il governo di Maliki, che acquista i droni da Obama per tenere sotto scacco la sua capitale, nulla ha potuto per fermare i venti di libertà che spiravano a fine settembre a Baghdad. Già nel 2006 il Movimento Nonviolento Iracheno Laonf aveva organizzato iniziative e piccole manifestazioni pubbliche a Baghdad per chiedere la fine della violenza, usando l’arte e il teatro di strada, lo sport e la poesia per parlare a tutti di pace, di un altro mondo possibile. Questo e altri movimenti sociali hanno partecipato alla breve primavera irachena che nel 2011 ha visto migliaia di giovani scendere in piazza in molte città del Paese chiedendo pace, servizi sociali e fine della corruzione. La repressione è stata feroce, ma alcuni politici hanno dovuto dimettersi, e una nuova generazione di attivisti ha iniziato a guidare le rivolte. A dicembre 2012 sono scoppiate le manifestazioni nel triangolo sunnita, stavolta mosse da leader religiosi conservatori, senza donne in piazza. Il governo ha scelto di dipingerli come movimenti che incitavano all’odio e al settarismo, anche se avanzavano richieste come una moratoria sulla pena di morte, e il 23 aprile 2013, ad Hawija, l’esercito iracheno ha fatto irruzione in un accampamento di manifestanti uccidendo 42 persone.
Da quel momento si è riattivata la strategia degli attentati terroristici in tutto il Paese, con mandanti non chiaramente identificabili, che quest’anno hanno fatto oltre 6500 vittime. Sorprende che, invece di bloccare il processo di coordinamento dei movimenti sociali iracheni, la paura della guerra civile l’abbia potenziato. A dispetto di questa spirale di violenza, il Forum Sociale Iracheno è stato annunciato per settembre 2013. Organizzare un evento laico e progressista in questa situazione è un atto di resistenza all’oppressione, al terrorismo, alla mala-politica, alle divisioni settarie. Per questo Un ponte per... ha voluto essere presente, su richiesta pressante dei promotori iracheni, facilitando la partecipazione di 18 internazionali con l’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative. Accompagnati dai giovani volontari disarmati del Forum, noi internazionali non ci siamo mai sentiti in pericolo, ma abbiamo condiviso per quattro giorni la tensione che gli iracheni respirano ogni giorno uscendo di casa, da dieci anni a questa parte.

Partecipanti
Sono stati soprattutto i ragazzi, giovanissimi, a costruire e animare il Forum Sociale Iracheno tramite decine di attività artistiche e culturali, riempiendo di tende e banchetti delle loro associazioni il cortile dell’antico palazzo ottomanno al-Qushla. La maggior parte svolgono attività umanitarie per aiutare poveri, vedove, orfani, che non dispongono di sostegno e servizi essenziali da parte delle istituzioni, ma vi sono anche movimenti giovanili che lottano per la coesistenza delle minoranze, per i media liberi. Molti dichiarano di essere stati spinti all’azione umanitaria dalla loro fede religiosa, ma tutti credono nella necessità di uno Stato laico. I loro gruppi spesso nascono su facebook perché riunirsi fisicamente è complicato e può essere pericoloso, ma hanno grande capacità di mobilitazione. Il 21 settembre di quest’anno, per celebrare il Giorno Internazionale della Pace, hanno radunato oltre mille persone in un parco cittadino sul Tigri, senza scorta armata.
Al Forum Sociale mancavano gli esiliati e coloro che si sono dovuti nascondere per mettere in salvo le famiglie. Anche il più coraggioso dei giornalisti deve smettere di scrivere quando le minacce vengono rivolte a sua figlia di 9 anni. La stessa bambina oggi non va più a scuola, per il timore che venga rintracciata tramite i registri scolastici, e paga con il suo violato diritto allo studio per l’audace lotta di suo padre che sogna la libertà d’espressione in Iraq. Quel giornalista è cresciuto nel Gruppo Nonviolento Iracheno, e dalla lettura di Gandhi ha tratto la forza morale per affrontare la lotta più difficile, quella che mette a repentaglio la sua vita e quella della sua famiglia. Oggi si nasconde ma la sua associazione non ha chiuso, e continua a pubblicare comunicati stampa che denunciano la violenza contro i media. Proprio questi giornalisti hanno organizzato una delle sessioni più frequentate al Forum Sociale Iracheno, sulla libertà d’espressione, il primo obiettivo da raggiungere per poter poi avanzare altre rivendicazioni.
Molte sono state la Campagne presentate al forum dagli iracheni, come quella per Salvare il Fiume Tigri dalle dighe in costruzione in Turchia. Ma gli internazionali arrivati da Europa e Stati Uniti non potevano dimenticare l’eredità della guerra e le responsabilità della comunità internazionale. L’occupazione militare continua oggi tramite la presenza in Iraq di compagnie militari private a cui il governo iracheno e le imprese straniere appaltano la sicurezza del loro personale, infrastrutture e interessi, staccando assegni di miliardi di dollari. Per fermare questo processo di privatizzazione della guerra, la Campagna per il Controllo delle Compagnie Militari e di Sicurezza Private – di cui fa parte anche la Rete Italiana Disarmo – ha chiesto alle associazioni irachene si unirsi al tentativo di regolamentare questo settore e porre fine all’impunità dei mercenari. Una convenzione internazionale delle Nazioni Unite è più che mai necessaria, e la legislazione nazionale anche in Iraq deve prevedere severe sanzioni per le violazioni dei diritti umani. Stragi come quella di Nisoor Square, nel 2007 a Baghdad, in cui 17 civili vennero uccisi dai contractor dell’americana Blackwaters, non devono ripetersi.
Abbiamo salutato Baghdad con un arrivederci, ora che la sappiamo percorribile da internazionali senza scorta armata, se accompagnati da persone locali fidate. Nell’ultima corsa in pullmino verso l’aeroporto, Talib non si stancava di indicare le chiese cristiane poste accanto a moschee sciite e sunnite. Questa è Baghdad, ci ripeteva, un grande esempio di convivenza.

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Noam Chomsky
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