Il conflitto di genere

Intervista al pedagogista Daniele Novara: conversazione sulla relazione, il conflitto e la questione,
ben più complessa, del femminicidio crescente.
Intervista a cura di Patrizia Morgante e Maria Grazia Grillo

Chi sono Daniele Novara e il Centro Psicopedagogico per la Pace (CPP)? Daniele Novara è pedagogista da una trentina d’anni. Nel 1989 fonda il Centro Psicopedagogico per la Pace, diventato nel 1999 Centro Psicopedagogico per la Pace e la Gestione dei Conflitti e, attualmente, ribattezzato Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti. Ormai un’istituzione diffusa e conosciuta in Italia, il CPP, opera in più contesti per la costruzione di apprendimenti positivi in situazioni di conflittualità nel lavoro, nella coppia, tra genitori e figli. Tra le caratteristiche del Centro importante è l’approccio maieutico nella relazione educativa: strumento operativo di cui il CPP ha fatto il suo fiore all’occhiello. Cardine della sua proposta e ricerca è anche la distinzione tra conflitto e violenza e conflitto e guerra, visto che nella cultura attuale è diventato un po’ un vezzo mescolare le parole, fare delle marmellate semantiche per cui la guerra diventa conflitto e il conflitto diventa guerra.

Daniele, abbiamo letto la lettera che hai scritto, “L’amore non c’entra”, a proposito dell’omicidio della ragazzina in provincia di Cosenza, nel maggio scorso… In che modo possiamo ri-dare valore e ri-significare i sentimenti ora?

La questione, complessa da un lato, è semplice dall’altro. La frase “l’amore non c’entra” è diventata anche uno slogan del movimento antifemminicidio per le donne che stanno progressivamente prendendo coscienza della mistificazione terminologica: un conto è il possesso e il dominio, un conto è l’amore. L’amore è un fatto oblativo, che non ha nulla a che fare con la dimensione del controllo, dell’esclusivismo e della mortificazione di un altro essere. Nel momento in cui queste forme si presentano, siamo davanti a morbosità e crudeltà. Da anni lavoro sul femminicidio e mi è sembrata chiara, a giugno, l’ulteriore manipolazione linguistica e mediatica: ossia l’idea che l’amore possa uccidere, un tema trattato molto bene dal punto di vista psicoanalitico già da Franco Fornari (Scritti Scelti, a cura di Diego Miscioscia, Cortina Editore, 2011) nel suo splendido libro del 1984 “Carmen adorata”, in cui, analizzando l’opera di Bizet, l’autore cerca di cogliere il delirio paranoico di chi pretende di soggiogare e sottomettere l’amato o, presunto tale, al proprio totale desiderio, alla propria totale determinazione. Franco Fornari utilizza l’opera di Bizet proprio per evidenziare come alcune forme di amore non siano tali, ma siano solo delle elaborazioni paranoidi, proiettive: la violenza stessa è una elaborazione paranoide. Quando ci troviamo di fronte alla violenza, ci troviamo di fronte alla pazzia, a una dissociazione, che come tale va vista, e non di fronte a un’escalation relazionale. Per cui nella compulsività uno può ricorrere anche alla violenza. Si ricorre ad essa quando si è incapaci di gestire se stessi sul piano psichico e psichiatrico.

Quali elementi può avere un’educazione sentimentale per evitare la violenza?

Stiamo portando avanti una ricerca in questa direzione e due sono gli elementi portanti. Il primo è la carenza conflittuale. Potrei dare delle istruzioni in tal senso: tutelarsi dagli uomini e dalle donne che hanno la pretesa di una relazione improntata all’armonia, alla tranquillità, al benessere assoluto.  Costoro denotano la cosiddetta carenza conflittuale, cioè hanno difficoltà a stare nella relazione nel momento in cui questa presenta delle perturbazioni, delle criticità, sono incapaci a vivere la contrarietà come un’esperienza normale se non fondativa della relazione stessa; vivono la contrarietà in senso mortifero, come una minaccia che va azzerata, arrivando letteralmente ad annullare chi porta la presunta minaccia. Su questa base si attiva il femminicidio.  

Il secondo elemento sul quale stiamo indagando riguarda più la nostra area di interesse in quanto educatori e pedagogisti. Scopriamo che il femminicida, l’uomo con tendenze sterminatrici nei confronti della donna, della compagna, ha spesso alle spalle una madre morbosa, una figura di madre che si è simbiotizzata a tal punto con il figlio da renderlo una sua dependance, qualcosa su cui essa  pretende un controllo morboso. Questi uomini mostrano una difficoltà a integrarsi nella coppia, tendono a mantenere legami ombelicali con la madre, e sanno costruire solo una finta coppia. Il meccanismo, dal punto di vista psicologico, è molto pericoloso in quanto, non potendo separarsi dalla madre così come la natura psicoevolutiva richiederebbe, queste persone scatenano il loro desiderio di separazione inevasa sulla “compagna”, o presunta tale, con tutta una serie di crudeltà che riservano a questa figura femminile che, invece, vorrebbe costruire con il proprio compagno una coppia sentimentale nella logica della separazione dal cordone ombelicale originario. La cultura mediatica e la cultura criminologica si accontentano di pochi luoghi comuni, più o meno rassicuranti, senza ottenere assolutamente nulla sul piano pratico. La strada giudiziaria classica non fornisce soluzioni. Appena promulgata la nuova legge sul femminicidio sia a Rovereto che a Savona ci sono stati due episodi di omicidio suicidio. È necessaria un’educazione emotiva dove maschi e femmine possano imparare a litigare bene. Le donne dovrebbero cercare l’uomo che sa litigare bene!

Davanti a una figura femminile in continua evoluzione, come possiamo aiutare e sostenere gli uomini?

Innanzitutto, ci vuole comprensione dell’uomo che ha avuto un’educazione sbagliata, un’educazione, intendo, che ha compromesso la sua virilità. Gli uomini che usano crudeltà verso le donne e che commettono femminicidi non hanno un eccesso di virilità, casomai un difetto di essa.

La vera virilità è rispetto profondo della donna, è capacità di reggere le difficoltà e le contrarietà relazionali. Ci interessa costruire un’educazione dove l’elemento maschile e quello femminile abbiano un’integrazione, dove l’elemento paterno e quello materno abbiano un’integrazione. Questa è la proposta  formativa di  “Scuola  genitori” un’educazione basata sul bisogno profondo di crescita, sul riconoscimento del bisogno di autonomia, sullo sviluppo delle risorse dei figli e delle loro autonomie. Educarli a gestire i conflitti, a sostare nei conflitti come possibilità di ascolto degli altri, è fondamentale per stare in relazione. Dobbiamo sostenere un’educazione in cui, in modo progressivo ed evolutivo, i figli si allontanino dai genitori e non rimangano avvinghiati ad essi a oltranza come se fossero loro propaggini, in quanto è su questo terreno che potrebbe annidarsi il femminicidio.

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