PALESTINA

Storie di ordinaria oppressione

Hebron e le sue violenze. Com’è vivere tra check-point e violazioni da parte dei coloni? Tra esecuzioni extragiudiziarie e soldati?
Cristina Mattiello

Mi sono svegliata di soprassalto con colpi di fucile sotto la finestra. Difficile riaddomentarsi come se nulla fosse. Ma la mia compagna di stanza mi ha aiutato a razionalizzare. A Hebron è la normalità, tanto vale rimettersi giù. Eravamo ospiti per quella notte in case palestinesi della città vecchia, il viaggio di “Ponti non Muri” è un viaggio dal di dentro. Una casa in pietra bellissima. Pensavo ai bambini con cui avevamo scambiato la sera momenti di affetto, più a gesti che a parole – pochissime le parole di inglese imparate a scuola dalla più grande. Abituati a vivere lì, chiusi tra un check-point, a poche decine di metri, e il blocco della strada vicinissimo dalla parte opposta, con soldati armati anche all’ingresso dell’unica via di uscita, la salita sulla collina dell’abitato storico. Una condizione che rende Al Khalil – il nome arabo, “l’amico di Dio” – credo unica al mondo nella sua follia. 

La Grotta dei Padri

Classificata sulla carta, in base agli accordi di Oslo del 1993, “Zona A”, ossia territorio sotto il controllo dell’autorità palestinese, Hebron custodisce la tomba di Abramo, venerata anche dai musulmani, insieme a quelle di Sara, Isacco, Rebecca, Lia. La “Grotta dei Patriarchi” si trova all’interno di quella che per gli arabi è la Moschea al-Ibrāhīmī, di Abramo, appunto. L’anno dopo Oslo, in uno dei rari momenti in cui ci si poteva illudere che si fosse aperto uno spiraglio per il processo di pace, un colono ebreo ultranazionalista penetrò vestito da militare nella moschea e col mitra aprì il fuoco sui musulmani in preghiera: 29 morti e 125 feriti. All’interno la strage scatenò il caos e una reazione violenta, l’assassino fu ucciso e la sua tomba ancora oggi è venerata come quella di un eroe. Nei giorni seguenti, la repressione delle proteste pacifiche fu durissima, con arresti, feriti, e molti altri morti palestinesi. Fu sancita la divisione  della città in due zone, Hebron1 e Hebron 2, il 22%, sotto controllo israeliano, preclusa ai palestinesi da un sistema di apartheid la cui rigidità va oltre quella del Sudafrica pre-decolonizzazione. Anche la Moschea di Abramo fu segregata: solo una parte  accessibile ai musulmani, l’altra  una sinagoga.

Al Khalil, perla della Palestina per la sua bellezza e ricchezza – il suo simbolo è un grappolo d’uva, segno della fertilità della terra di Canaan – fu condannata a una dolorosa decadenza: vennero chiusi 1.800 negozi, l’80%, del fiorente suk storico, tra cui tutto il settore dei gioielli, e addirittura ai palestinesi venne proibito l’accesso alla sua strada centrale, Shuhada Street. L’abbiamo percorsa, da soli, perché l’amico che ci accompagnava non poteva venire con noi. È una strada fantasma, tutti i negozi sbarrati, le porte un tempo preziose che cadono a pezzi; ai lati, un po’ più in là, i cancelli asserragliati di case con la bandiera israeliana e ovunque cartelli che gridano un’altra narrazione del massacro del 1994. Ma ha qualcosa di surreale anche la parte del suk che il governo ha voluto lasciar sopravvivere. Lo sapevo, avevo visto varie foto, ma starci dentro è un’altra cosa: si cammina sotto un tetto di reti, che raccolgono i rifiuti e gli oggetti, anche sacche di urina, che i coloni dall’alto continuamente buttano giù in segno di disprezzo. Le case ai piani superiori, infatti, sono state occupate a più riprese, molte anche prima della strage, da coloni estremisti, preda di un odio irrefrenabile e inclini alla violenza verbale e anche fisica. Ce ne sono circa 700 in tutta Hebron, e per garantire la loro presenza e totale libertà di azione e provocazione all’interno di una popolazione di 150.000 palestinesi ci sono ovunque soldati, in una proporzione di circa 3 ogni colono. 

Repressioni quotidiane

La tensione è continua, la repressione indiscriminata è consuetudine, può arrivare senza preavviso da un momento all’altro, in nome di una “sicurezza” che è sopraffazione. Abbiamo visto filmati impressionanti, con scene di rastrellamenti violenti, anche di minori, che suscitano ricordi di altre immagini più note, che abbiamo bloccato dentro di noi con uno sforzo di autocontrollo. Alle finestre delle case, anche quella in cui ho dormito, grate di ferro che difendono dal lancio di oggetti con cui i coloni sono soliti esprimere il loro disprezzo. Così, soprattutto verso il suk, devono essere anche le porte. Ogni movimento è complicato: passaggi di blocchi per le necessità quotidiane, percorsi lunghi e tortuosi per evitare i luoghi vietati, con i coloni sempre in agguato, a provocare, minacciare, insultare, o colpire materialmente anche i bambini che vanno a scuola.

Per approfondire

È disponibile su You Tube il  documentario del 2010 This is My Land Hebron di Giulia Amati e Stephen Natanson, vincitore del 14° Festival internazionale del Cinema dei Diritti Umani di Buenos Aires. Da vedere assolutamente se si vuole parlare di Palestina!

 

Hebron è stata uno degli epicentri della protesta di ottobre/novembre. Non c’è da meravigliarsene, come hanno scritto anche alcuni giornalisti israeliani dissidenti tra cui Amira Hass. La reazione del governo è stata pesantissima. Ulteriormente ristretta la libertà di movimento per i palestinesi con la costruzione di nuovi blocchi, 1.200 permessi di lavoro sospesi. Bloccati nei momenti più caldi tutti gli accessi alla città per giornalisti e attivisti stranieri e chiusa la radio palestinese. Arresti indiscriminati, soprattutto di minori, punizioni collettive, violenze diffuse. Numerosi i morti. Fonti locali e i pochi testimoni occidentali che sono riusciti ad arrivare o restare hanno parlato anche di “esecuzioni extragiudiziali”: veniva aperto il fuoco senza che ci fosse alcuna minaccia reale da parte delle vittime. Nessun contenimento dell’aggressività dei coloni. Molte case palestinesi sono state occupate “per scopi militari”, la sede del Centro Giovani contro gli insediamenti è stata sgomberata e tutto il materiale dentro è stato distrutto, i volontari dell’International Solidarity Movement hanno visto sorgere un blocco di cemento davanti alla loro sede. Tutta la zona di Tel Rumeida, nella città vecchia, è stata dichiarata zona C, zona militare chiusa. Distrutta o non autorizzata nella campagna circostante la raccolta delle olive.

Hebron interroga la nonviolenza. Però qui più che altrove appare anche come l’unica via possibile. Vittima dell’odio incontrollato è prima di  tutto chi lo pratica, che perde la sua umanità. Ed è per la scelta della nonviolenza che i palestinesi nonostante tutto sono ancora lì. 

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