EDITORIALE

Controlli, frontiere, muri

La redazione

Quando abbiamo ipotizzato un dossier sulle frontiere lo avevamo immaginato sul grande sogno dell’abbattimento dei muri e sulla libera circolazione delle persone, non più condannate alle proprie origini né schiave di cittadinanze prive di diritti e protezioni. Avevamo voglia di inoltrarci nel dibattito sul limite. Sul confine. Sulla “reciprocità del finire”, su “questo terminarsi addosso, inevitabile e incurabile”, che determina il nostro essere, perché dal nostro finire l’altro comincia (Franco Cassano). 

Ma ci siamo imbattuti in un Muro. Anzi, in tanti Muri, ben 65 oggi in tutto il mondo, quando solo 5, alla fine della seconda guerra mondiale, erano confini invalicabili. 

Abbiamo quindi finito col parlare di muri, di quelle barriere che alcuni vorrebbero invalicabili, in grado di oscurare un fuori drammatico e doloroso. Un fuori che abbiamo contribuito a creare e che ci fa paura, anche perché complesso e di fronte al quale siamo incapaci di proporre soluzioni, umane e politiche, decenti. Non possiamo negare la complessità dell’argomento e delle questioni che il tema delle frontiere oggi apre ma – anche se può sembrare generalista agli occhi del lettore – riteniamo che rafforzare confini invalicabili non sia una risposta accettabile. 

Come se poi fosse possibile arginare il Mediterraneo, da sempre è crocevia di popoli e culture! Come se potesse bastare del filo spinato per fermare l’istinto di sopravvivenza di popoli in fiamme. 

I massicci sbarchi sulle coste del Vecchio Continente sembrano far vacillare il sistema di accoglienza costruito faticosamente sulle ceneri del secondo conflitto mondiale e che costituisce ancora un faro di umanità cui riferirsi – ha detto papa Francesco nel discorso dell’11 gennaio al Corpo Diplomatico. Di fronte all’imponenza dei flussi e agli inevitabili problemi connessi, sono sorti non pochi interrogativi sulle reali possibilità di ricezione e di adattamento delle persone, sulla modifica della compagine culturale e sociale dei Paesi di accoglienza, come pure sul ridisegnarsi di alcuni equilibri geo-politici regionali”. 

Alcuni sono sicuramente legittimi interrogativi sulla complessità di un processo necessario e difficile, profondo, potenzialmente destabilizzante, che non consente scorciatoie o semplificazioni (nessuna vera accoglienza le consente). Ma ciò che veramente ci sembra di cogliere è un’Europa che svela il suo volto fragile e frammentato, privo di un’idea e di una politica estera comune. Incapace di scelte comuni, di politiche di prevenzione dei conflitti comuni. Ci appare un’Europa che scoppia per le sue contraddizioni e che oggi, inderogabilmente, è chiamata a superare la dualità tra accoglienza e respingimento: “Occorre colpire le cause di guerre, dittature, impoverimenti e deportazioni di massa, facendo in modo, con il tempo, che quella di andare a vivere all’estero diventi una scelta di libertà e non sia più un tentativo dovuto semplicemente alla disperazione”, scrive Roberto Mancini nel dossier. Vorremmo un’Europa capace di ascoltare il grido di chi piange in fuga da guerre orribili, da persecuzioni e violazioni dei diritti umani, e quindi capace di interrogarsi sulle proprie responsabilità e sulle proprie scelte, all’interno e al di fuori dei suoi confini. 

Facciamo quindi nostro l’invito di Francesco a scardinare vecchie prassi che minano la pace: “Anche oggi, e prima che sia troppo tardi, molto si potrebbe fare per fermare le tragedie e costruire la pace. Ciò significherebbe però rimettere in discussione abitudini e prassi consolidate, a partire dalle problematiche connesse al commercio degli armamenti, al problema dell’approvvigionamento di materie prime e di energia, agli investimenti, alle politiche finanziarie e di sostegno allo sviluppo, fino alla grave piaga della corruzione”

Punto di partenza è rimettere in discussione proprio il nostro modello di sviluppo che affonda le sue radici nello sfruttamento e nella devastazione, nella guerra in casa d’altri. Che poi ti si ritorce contro.

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