Dentro alla tortura

16 febbraio 2016 - Tonio Dell'Olio

Leggendo il macabro rapporto dell'autopsia del corpo di Giulio Regeni ripenso alle tante testimonianze ascoltate o lette dei sopravvissuti delle torture dell'Argentina dei militari, del Cile di Pinochet, di El Salvador e Guatemala. Tecniche "raffinate" apprese in apposite scuole come quella Statunitense (SOA) che addestrava gli squadristi della morte dell'America Latina il cui fine non era soltanto quello di estorcere confessioni, nomi e circostanze, quanto di infierire sui corpi, di umiliarli, di ridurli a oggetto. Espropriare l'altro da se stesso perché si convinca di non appartenersi più. La persona torturata deve essere portata al limite di sopportazione del dolore fisico ma anche ad ammettere di essere completamente soggiogata.

Insomma riconoscere il potere assoluto dei suoi torturatori e dei loro mandanti. Ci sono persone torturate che hanno continuato ad esserlo psicologicamente per anni. Frei Tito de Alencar Lima, un padre domenicano catturato e torturato durante gli anni del regime militare brasiliano, si tolse la vita molti anni dopo quando era ormai in salvo in un convento francese. Il capitano Flores che guidava la tortura arrivava a vestirsi con i paramenti sacri e a simulare la comunione provocandogli terribili scosse elettriche in bocca e sui genitali. E di esempi simili in cui la tortura non è semplicemente finalizzata alla richiesta della delazione se ne possono raccontare a centinaia da Abu Graib al G8 di Genova. Un infierire solo apparentemente inutile e comunque disumano, macabro e sadico. Per questo il corpo di Giulio ci viene anche a ricordare che la civilissima Italia non contempla ancora nel suo codice penale il reato di tortura. E sarebbe ora.

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