Vivere, lottare e morire in Honduras

17 marzo 2016 - Tonio Dell'Olio

Quando erano passati solo 13 giorni dell'uccisione di Berta Caceres, la leader ambientalista che difendeva la terra, l'acqua e le popolazioni indigene e contadine dai soprusi delle transnazionali spalleggiate dal governo dell'Honduras, hanno ucciso Nelson Garcia. 38 anni, padre di cinque figli, un altro leader del Copinh – il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene, l’organismo di cui Berta Caceres era l’anima. Alcuni killer l’hanno ucciso sparandogli in faccia a Rio Chiquito, dove la mattina stessa un presidio di 150 persone oragnizzato dal Copinh era stato sgomberato dalle autorità pubbliche in uno dei tanti terreni contesi. Terreni coltivati da sempre dai contadini che abitano quella zona ma che si scontrano con "titoli di proprietà" ottenuti dai latifondisti al servizio di imprese straniere. L'uccisione di Nelson Gracia conferma che siamo di fronte a interessi troppo alti e che quella gente senza scrupoli non intende fermarsi anche perché si sente le spalle coperte. Ora siamo in grande apprensione per l'incolumità di Gustavo Castro, ambientalista messicano, che si trovava ospite in casa di Berta al momento della sua uccisione e che è riuscito a salvarsi fingendosi colpito a morte dalle pallottole dei sicari. È l'unico testimone oculare ma non si fida della polizia honduregna. Subito dopo i fatti insieme a molte altre organizzazioni abbiamo chiesto che le indagini fossero affidate a un gruppo internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite o della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH). Ma finora la richiesta non ha trovato accoglienza.

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