La post-verità

20 settembre 2017 - Tonio Dell'Olio

Che cosa fosse esattamente la post-verità (post-truth) io francamente non l'avevo mai capito. Fino a quando, l'altro giorno, ho letto di Emiliano Fittipaldi che dava strategicamente in pasto ai giornali un'anticipazione del suo prossimo libro di “inchiesta” sugli scandali vaticani. Si tratta di un documento contabile che dimostrerebbe il concreto coinvolgimento di uomini di spicco della curia romana con il rapimento di Emanuela Orlandi. Ma la sorpresa sta nel fatto che lo stesso autore del libro dichiari che non sa se il documento è vero o falso e lascia ai lettori la scelta. Esattamente il contrario di quel che insegnano nelle scuole elementari del giornalismo di tutto il mondo e che si chiama: verifica delle fonti. Fino all'avvento della post-verità era il giornalista che verificava la veridicità di una notizia, di un documento, di un'informazione e, dopo, solo dopo aver avuto certezza della sua autenticità, la pubblicava. Ho cercato online una definizione di post-verità e ho trovato questa della Treccani che mi sembra molto adeguata: “Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all'emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l'opinione pubblica”. Ma questo che c'entra con l'informazione? Quella di Fittipaldi e - ahimè - di tanti altri è post-informazione.

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In questi 500 anni quel principio protestante di una riforma continua
ha prodotto anche frutti gustosi, come il movimento ecumenico.
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di un’unità nella pluralità, provando a non demonizzare la diversità,
a non ridurre la comunione a uniformità.
Lidia Maggi
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