Luci e ombre del Codice Antimafia

28 settembre 2017 - Tonio Dell'Olio

Dopo un iter durato quattro anni, finalmente ieri è stato approvata la riforma del Codice Antimafia che contiene importanti cambiamenti e provvedimenti. Riguardano soprattutto la gestione e l'uso dei beni confiscati alle mafie e in particolar modo delle aziende. Era troppo frequente il caso in cui un'azienda, dopo essere stata sequestrata ad un mafioso, non era poi in grado di riprendere la produzione con conseguente perdita di posti di lavoro e l'affermazione dei lavoratori: “Stavamo meglio con la mafia!”. Una sconfitta per lo Stato che speriamo sia stata superata. Quello che non riesco a comprendere è come sia possibile che una parte considerevole dell'emiciclo si opponga a una misura per la quale anche ai corrotti vengano confiscati i beni così come ai mafiosi. Questa norma venne bocciata già nel 1996, quando Libera raccolse un milione di firme e la chiedeva insieme alla destinazione sociale dei beni confiscati e ha trovato una forte opposizione anche ieri, tant'è che più di uno degli attenti osservatori sono convinti che quella norma che delega il governo alle verifiche e agli aggiustamenti del Codice sia destinata proprio a correggere quell'articolo del Codice. Insomma, quell'opposizione non fa altro che alimentare quell'antipolitica che pensa e dice che ci siano parlamentari preoccupati del proprio destino. E dei propri beni. Come diceva un altro statista di provata fama: “A pensar male non sta bene, ma tante volte ci si azzecca”.

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In questi 500 anni quel principio protestante di una riforma continua
ha prodotto anche frutti gustosi, come il movimento ecumenico.
La Riforma ha fin da subito dovuto affrontare il nodo
di un’unità nella pluralità, provando a non demonizzare la diversità,
a non ridurre la comunione a uniformità.
Lidia Maggi
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