La roulette russa dei migranti

10 ottobre 2017 - Tonio Dell'Olio

Continuano a morire nel Mediterraneo quelli che cercano speranza. Continuano a morire anche dopo l'accordo con i libici che li costringerebbe a soffrire o morire su terra ferma. Quell'accordo rende solo più difficile e più costosa la traversata della speranza o della disperazione con l'apertura di nuove rotte e tanti ringraziamenti da parte delle organizzazioni criminali che le nostre leggi restrittive e gli accordi di quel tipo paradossalmente favoriscono e sostengono. Per questo l'altra notte sono morte tante persone salpate dalla Tunisia e speronate da una nave da guerra di quello stesso Paese. E infatti gli osservatori contano che nell'ultimo mese sono partiti oltre 1.400 persone dai porti tunisini. Nei primi otto mesi dell'anno ne erano partiti esattamente 1.357 cui va aggiunto un 20/30% degli “sbarchi fantasma” in Sicilia di cui non vi è traccia. Perché l'emigrazione (dall'Africa, dall'America Centrale, in Asia...) è un fatto epocale e ci si illude di poterlo fermare con un provvedimento. Quando con i migranti parli dei rischi delle traversate del deserto e del mare, spesso ci si sente rispondere che non fa molta differenza morire di fame, di guerra, di diritti negati o di migrazione. Si tratta di una roulette russa in cui è fin troppo semplice scegliere tra morte e morte o tra morte certa e quella flebile possibilità di farcela ad arrivare.

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In questi 500 anni quel principio protestante di una riforma continua
ha prodotto anche frutti gustosi, come il movimento ecumenico.
La Riforma ha fin da subito dovuto affrontare il nodo
di un’unità nella pluralità, provando a non demonizzare la diversità,
a non ridurre la comunione a uniformità.
Lidia Maggi
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