Libero o servo arbitrio: la disputa tra Erasmo e Lutero

11 ottobre 2017 - Alessandro Esposito

Una questione attuale

Potremmo essere erroneamente indotti a pensare che la controversia relativa al libero arbitrio che ha visto quali protagonisti Erasmo da Rotterdam e Lutero consista in una questione ormai datata, di scarso interesse per gli sviluppi più recenti della ricerca filosofica e storico-religiosa. In verità, il dibattito a cui i due teologi hanno dato vita ormai cinque secoli orsono si rivela di estrema attualità, poiché esso ha a che vedere con tematiche che, per loro stessa natura, non possono considerarsi risolte e, probabilmente, nemmeno risolvibili. Si potrebbe pertanto domandare: perché, dunque, affannarsi intorno a ciò che non ha soluzione? Accostiamoci in un primo momento alla questione dibattuta, dopodiché disporremo dei dati necessari per esprimerci in merito alla sua eventuale utilità per l’uomo contemporaneo e le sue inquietudini.

La disputa ebbe inizio con la redazione, da parte di Erasmo, del saggio De libero arbitrio del 1524, cui Lutero rispose un anno più tardi attraverso la pubblicazione dello scritto De servo arbitrio. Qual è, in definitiva, la questione dibattuta in questa disputa? Fondamentalmente, quella relativa al ruolo della volontà e della responsabilità umane in ordine alla relazione con Dio e con la storia. Come descrivere il rapporto tra l’agire umano e gli accadimenti storici? L’essere umano è responsabile della storia che vive e costruisce, o, al contrario, essa prende forma in maniera inesorabile, prescindendo dagli sforzi e dalla volontà dell’uomo? Qual è il ruolo che l’uomo gioca e riveste negli avvenimenti che vengono a costituire la sua vita personale e le complesse vicissitudini storiche?

Si tratta di una questione che ha attraversato tutta la tradizione culturale dell’Occidente europeo, tanto nella sua matrice greca quanto in quella ebraica, senza trovare una soluzione definitiva che, come già accennato, è con ogni probabilità improponibile, per lo meno sul piano del pensiero nella sua componente razionale e argomentativa. Sarà proprio sugli argomenti portati a sostegno delle rispettive tesi che verterà il confronto tra Erasmo e Lutero.

 

Due interpretazioni agli antipodi

Come abbiamo accennato, è Erasmo ad aprire il dibattito, mediante la redazione di un breve saggio che si suddivide in quattro parti: introduzione alla tematica, esposizione dei testi biblici a favore del libero arbitrio, esposizione dei testi biblici contrari al libero arbitrio e conclusioni. Eviteremo di addentrarci nella disamina dei singoli testi biblici riportati dall’autore e ripresi in seguito nella risposta di Lutero, per concentrarci sulle questioni più significative e sostanziali.

La prima differenza riguarda il metodo: mentre Erasmo, dando inizio al proprio saggio, asserisce di attenersi a un modo di procedere ipotetico e argomentativo, Lutero, nella sua risposta, dichiarerà di adottare un metodo affermativo. Di qui è già possibile rilevare la differenza sostanziale di approccio e di mentalità tra i due teologi: Erasmo intende discutere con il proprio interlocutore, Lutero desidera smentirlo.

Una differenza più profonda risiede nell’atteggiamento di fondo che i due teologi adottano nell’accostarsi allo studio delle Scritture, prima ancora che nell’affrontare la controversia: Erasmo sostiene, difatti, che vi siano nelle Scritture ebraico-cristiane espressioni e passaggi che non risultano di immediata comprensione, mentre Lutero è persuaso che ogni pagina biblica sia immediatamente comprensibile. In sostanza, mentre Erasmo dà avvio a un tipo di approccio interpretativo al testo biblico (che risulta essere quello più vicino alla tradizione ebraica, nonché quello condiviso dall’esegesi moderna), Lutero propone una lettura del testo biblico improntata a principi a suo giudizio evidenti e immutabili (es. il principio della grazia mediante la fede).

Erasmo preferisce inclinarsi alla prudenza quando si tratta di affermare qualcosa nell’ambito della relazione tra Dio e l’essere umano, anche per lui, come per Lutero, filtrata dalle Scritture ebraico-cristiane: quel che non si sente di fare è di escludere che convinzioni differenti dalle sua possano rivelarsi fondate e plausibili. Per questo, ricerca argomenti per fondare le proprie affermazioni, pur restando consapevole del fatto che possano essergli presentati argomenti migliori a sostegno di tesi diverse e persino opposte: È possibile che io cambi d’opinione: infatti desidero condurmi in questa faccenda […] da critico e non da dogmatico, pronto a ricevere da chiunque qualunque cosa si riveli più esatta perché meglio argomentata (Erasmo, L.A. – Introduzione/art. 6)

Di tenore diametralmente opposto è la replica di Lutero, che risponde: Tu dici, o Erasmo, che non ami le affermazioni teologiche assolute […] Ma non è da cristiani temere le affermazioni […] Se tu respingi le affermazioni teologiche, tu respingi il cristianesimo […] Che cosa c’è, infatti, di più miserevole dell’incertezza? (S.A. 603-604).

In definitiva, la questione è la stessa che sta ancora oggi alla base del dibattito tra lettura umanizzante e lettura fondamentalista della Bibbia: le Scritture sono un insieme di testi perfettamente coerenti e per ciò stesso riconducibili a un unico principio interpretativo, o rappresentano un insieme di testi che non di rado si trovano in una relazione di reciproca e feconda tensione? La verità che vi si esprime è umana e dialogica o, al contrario, celeste e dogmatica? È una verità in cammino, che Dio costruisce e rivela con l’essere umano e attraverso di lui, o una serie di affermazioni stabilite ed immutabili, che l’uomo è chiamato semplicemente a sottoscrivere, senza alcun margine di discussione e di variazione?

Si tratta di un dibattito attualissimo, in atto, prima ancora che in seno al Cristianesimo, nell’ambito dello stesso Protestantesimo, che sin dalla sua nascita prese a dividersi e poi a svilupparsi in senso più razionale-argomentativo, da un lato, o fondamentalista, dall’altro.

Oltre all’ambito della riflessione teologica, ho l’impressione che il conflitto tra impostazione dogmatica e prospettiva storico-dinamica sia più profondo e si radichi in una diversa attitudine psicologica, come ricorda significativamente Eric Fromm: Sono persuaso che, in ultima analisi, la ricerca spasmodica della certezza in Lutero non sia l’espressione di una fede genuina, ma affondi piuttosto le sue radici nella necessità di mettere a tacere un dubbio radicale e insopprimibile (FROMM, E. Fuga dalla libertà, ed. in lingua spagnola: El miedo a la libertad, Paidós, Barcelona, 2015, p. 131 – traduzione mia, NdA). Non mancano, naturalmente, appigli per leggere anche l’atteggiamento critico in chiave psicologica, ma la differenza sostanziale tra una rigidità che ricerca sicurezza e una plasticità che preferisce fare i conti con la problematicità della vita e le incertezze che la caratterizzano, rimane.

 

Una seconda, sostanziale, differenza riguarda il centro dell’esperienza di fede, che secondo Erasmo consiste nel suo contenuto etico, mentre, secondo Lutero, ha il proprio centro nell’evento redentore della nascita e, prima ancora, della morte espiatrice del Cristo. Da un lato, quindi, si propone un Cristianesimo dai contenuti eminentemente umani, espressi e messi in pratica da un Gesù interpretato, in primo luogo, come maestro di una via da praticare; dall’altro, si insiste su una visone più marcatamente religiosa, nella quale l’azione umana non possiede alcuna rilevanza, poiché l’unico atteggiamento fecondo è quello della fede incondizionata da riporre nella grazia che Dio dispensa sulle nostre vite. Da una parte, vi è una fiducia nell’uomo e nella sua capacità di compiere il bene; dall’altro, vi è una visione dell’uomo immerso in una condizione di peccato dalla quale Dio soltanto, attraverso il sacrificio del Cristo, può intervenire a liberarlo.

 

Una conclusione aperta per una soluzione pacifica

Come accennato, la tematica intorno alla quale dibattono Lutero ed Erasmo è in fin dei conti insolubile, sebbene sia possibile ricavarne alcune considerazioni che, lungi dal chiudere la questione, la mantengono aperta:

a)      La disputa, interamente imperniata sulle affermazioni contenute nei testi biblici, è destinata a rimanere senza soluzione, poiché in ambito biblico è possibile reperire testi a favore di entrambe le tesi, quella della bontà della libera azione umana, così come quella della totale dipendenza dell’essere umano dalla grazia divina. Certo, la linea conciliante di Erasmo, che, pur riconoscendo il primato della grazia, conferisce anche alla cooperazione umana un ruolo effettivo ed efficace, sembra rappresentare una via più percorribile per l’uomo contemporaneo, oltre a qualificarsi come una tesi più fedele all’interpretazione ebraica che vede nell’uomo un socio di Dio nella costruzione di un mondo più giusto perché più umano: si tratta del resto della prospettiva a cui Gesù ha conferito il nome di Regno, che, sebbene appartenga a Dio, pone nelle mani delle donne e degli uomini le sue speranze di realizzazione.

b)       La rivalutazione che Erasmo propone dell’essere umano e della sua capacità di rendere ragione, sin dove è possibile, della propria fede, rappresenta l’unica via che consenta di porci al riparo da letture fondamentaliste della religione e dalle loro pericolose derive. In questo differiscono le sensibilità di Erasmo e di Lutero: mentre quest’ultimo, difatti, insiste sull’assolutizzazione delle Scritture, Erasmo si apre all’apporto che una visione più ampia, che beneficia degli strumenti provenienti anzitutto dalla filologia e dalla filosofa, può fornire. Anche in tal senso, Erasmo anticipa quella che oggi, in ambito scientifico, è la tendenza prevalente, mediante la quale si cerca di far uscire progressivamente la teologia dall’isolamento della sua pretesa autosufficienza.

C’è però da rilevare, in tal senso, che si tratta ancora di una tendenza minoritaria, che non riesce a penetrare e a trasformare le logiche ecclesiastiche, ancora arroccate su una visione delle Scritture intese come Parola divina che possiede un valore normativo che limita fortemente tutto il ventaglio di significati aperti e propositivi propri della narrazione biblica.

La relazione tra Dio e il prossimo, secondo Erasmo, si sviluppa in un senso orizzontale, incentrandosi su quel Dio con noi che non viene visto come isolato nella sua maestà e nella sua onnipotenza, ma percepito a partire dalla sua volontà di entrare in relazione con l’essere umano, accolto con tutte le sue fragilità e contraddizioni. Erasmo ricorda come, al termine della prima narrazione del libro della Genesi, Dio concluda dicendo che l’opera del suo amore e delle sue mani era molto buona e come l’essere umano resti comunque creato a immagine di Dio. Di qui, conclude che pretendere che le facoltà più notevoli della natura umana siano state corrotte al punto tale che […] nessuno possa fare altro che peccare, significa attribuire un’importanza esagerata al peccato originale (L.A. – Conclusioni/art. 13).

c)      In definitiva, insieme e forse prima ancora della visione di Dio, è in gioco, in questa disputa, la visione dell’essere umano: capace di orientarsi al bene e di operarlo, a giudizio di Erasmo, incapace di ogni azione buona e relegato nella condizione di peccato, secondo Lutero. Assegnare alle donne e agli uomini un ruolo attivo e positivo nella relazione con Dio, con se stesse/i e con il prossimo, appartiene alla sfida di tornare a comprendere e ad annunciare l’Evangelo nei suoi contenuti pienamente umani, evitando di fare di Dio una figura autoritaria, distante e dispotica, di fronte a cui chinare il capo anziché potere, come egli stesso desidera, stare faccia a faccia con Lui, con Lei. In tal senso trovo opportuno seguire il consiglio di Erasmo, secondo cui di fronte allo scontro di esagerazioni […] preferisco dar prova di misura […] Teniamoci dunque alla soluzione di mezzo: ci sono pur opere buone, ancorché imperfette […] Accettando questa conclusione, non si reca alcun torto a tutto ciò che Lutero ha potuto scrivere di pio e di cristiano sull’immensità della grazia di Dio (L.A. – Conclusioni/art.16).

 

Box

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

  • AA. VV. MicroMega. Almanacco di Religione n. 3/2017.
  • AUGUSTJIN, C. Erasmo da Rotterdam. La vita e l’opera, Rusconi, Milano, 1989.
  • DE MICHELIS PINTACUDA, F. (a cura di) Libero e servo arbitrio, Claudiana, Torino, 2009 (contiene il testo integrale di Erasmo e sezioni della risposta di Lutero).
  • ERASMO DA ROTTERDAM, Scritti religiosi e morali, a cura di Adriano Prosperi, Einaudi, Torino, 2004.
  • FROMM, E. Fuga dalla libertà, Mondadori, Milano, 1992.
  • LUTERO, M. Servo arbitrio, a cura di Paolo Ricca, Claudiana, Torino, 2002.
  • TROELTSCH, E. Metodo storico e metodo dogmatico in teologia, in: Scritti scelti, a cura di Francesco Ghia, Utet, Torino, 2005, pp. 449-477.

 

Ultimo numero

La Riforma e la Nonviolenza
OTTOBRE 2017

La Riforma e la Nonviolenza

In questi 500 anni quel principio protestante di una riforma continua
ha prodotto anche frutti gustosi, come il movimento ecumenico.
La Riforma ha fin da subito dovuto affrontare il nodo
di un’unità nella pluralità, provando a non demonizzare la diversità,
a non ridurre la comunione a uniformità.
Lidia Maggi
abbonatiscrivi ad alexscrivi alla redazione

articoli correlati

Realizzato da Off.ed comunicazione con PhPeace 2.5.4