Il lavoro è alla base della nostra Repubblica. Un tavolo di confronto tra Chiese e parti sociali.

 

"Le suore di clausura, quando pregano, lavorano"? È iniziato così, con questa domanda provocatoria, il dibattito su "La sfida etica del lavoro" organizzato il 15 febbraio scorso dal Cipax, con Pax Christi, Adista e Confronti.

A porla all'attenzione dell'assemblea e dell'altra "sfidante", la segretaria naz. della Fiom Cgil, Francesca Re David, è stato mons. Fabiano Longoni, direttore dell'Ufficio nazionale dei Problemi sociali, del lavoro, giustizia e pace della CEI. Il lavoro è stato al centro di una serrata discussione tra i padri costituenti. Esso è essenzialmente una relazione, con cui si riconosce la dignità di chi lavora. Se il lavoro è a fondamento della Repubblica, è chiaro che tutti in qualche modo "lavorano": si pensi, ad esempio, al lavoro di cura o a quello intellettuale. È quanto recita d'altra parte l'art. 4 della Costituzione che, riconoscendo il diritto al lavoro, chiama tutti al dovere di concorrere al progresso materiale e spirituale della società. Su questa impostazione si è trovata concorde la Re David, così da intendere l'art.1 come se dicesse che la Repubblica è fondata sulle persone che  lavorano. Giustamente, entrambi hanno ricordato che la nostra Costituzione è stato il frutto di una sintesi tra le tre maggiori culture: liberale, marxista e cristiana. Mons. Longoni ha sottolineato, richiamando l'insegnamento di papa Francesco, che l'unità è frutto di un processo, che nel conflitto riconosce le ragioni altrui, riuscendo così a superare le contrapposizioni. Ma il conflitto deve essere ben valutato. Rispondendo poi alla domanda se non fossero un sogno utopico le definizioni date nell'ultima Settimana Sociale di Cagliari al lavoro come "libero, creativo, partecipato e solidale", egli ha affermato che utopia va intesa come il buon luogo verso cui dirigersi. Il lavoro è cambiamento: di se stessi, del mondo, della società. 

In questo senso, per esempio, va ancora attuato l'art. 46 della Costituzione che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende. Anche sulla necessità della cogestione si è dichiarata molto d'accordo la segretaria della Fiom, precisando che a questo proposito vi è un notevole arretramento culturale se si parla solo di costo del lavoro. Facendo così non si riconosce che innanzi tutto il lavoro è un valore. I lavoratori non sono "capitale umano", non sono strumenti, ma devono svolgere un ruolo attivo nell'impresa. Purtroppo, la politica degli ultimi tre decenni ha mortificato il lavoro, ha frantumato i diritti e sminuito la soggettività collettiva. Purtroppo ha aggiunto, dissentendo da mons. Longoni, la lotta di classe c'è, ma la stanno vincendo i padroni. La Costituzione si è fermata fuori i confini della fabbrica. L'Italia, che è la seconda nazione manifatturiera in Europa, non attua una politica innovativa e, quindi, la produttività è ridotta. E non esiste un sindacato europeo, quindi si perdono le sfide poste dalla globalizzazione finanziaria che domina i mercati. Il dibattito si è poi incentrato sulle nuove tecnologie: non è vero che tolgono il lavoro, se vengono ben gestite; sulla flessibilità del lavoro, accettabile se liberamente determinata da chi lavora, come in Germania; sulle fabbriche d'armi, che certamente possono essere ammesse, ma solo per una politica di difesa. Entrambi si sono schierati per un'economia di pace e per un lavoro che non produca ingiustizie o addirittura la distruzione dell'umanità e dell'ambiente. ile attuare tali cambiamenti? 

Tirando le fila del ricco, interessante dibattito anche sull'obiezione di coscienza per i lavoratori delle indistrie delle armi, il moderatore ha concluso: se il neoliberismo del turbo-capitalismo sostiene che 'non c'è altra soluzione', noi rispondiamo: "We can"