Parliamo di denaro. Anzi, di profitto e di iniquità. Don Tonino e papa Francesco, con il loro appassionato sguardo pastorale, chiedono maggiore attenzione verso i diseredati della terra.
E chiamano le cose con il loro nome.

 

Ci voleva papa Francesco per riportare alla ribalta la carica profetica di don Tonino Bello, la spinta dirompente e poetica delle sue parole, la raschiosa conseguenza dei temi che il vescovo di Molfetta non cessava di illuminare e tessere nella sua "pastorale delle pietre di scarto".

Omelie, preghiere, meditazioni, lettere e riflessioni che guardano alla Puglia e al mondo, nel suo farsi globalizzato, con una coerente lente di parresía. Un sacerdozio rivolto alle vittime di ogni violenza – geopolitica, economica e sociale – nel solco di una vocazione alla controcorrenza mai scalfita, aderente alla realtà e dunque impermeabile alle pressioni della modernità. Negli stessi anni, con sporadiche intermittenze, santa madre Chiesa apparecchiava la definizione di priorità non negoziabili sul terreno di altre questioni. Ci voleva il Papa venuto dall'altra parte del mondo per riprendere quell'inquieto sguardo pastorale sulle contraddizioni del pianeta chiamandole per nome e riaffermare con senso di urgenza la connessione – oggi più attuale che mai – fra disuguaglianze, controllo sociale, incremento della povertà, forsennato riarmo, poteri senza controllo e strutture dell'economia che uccidono (Evangelii Gaudium, 53). 

Idoli di sicurezza

Il potere e la ricchezza dei pochi che "si sono costruiti i loro idoli di sicurezza" nel denaro, nella logica del profitto e del tornaconto a tutti i costi, e che possono interferire con lo scherno dei loro interessi privati sulla vita di singole persone e di popoli interi, sono presi di mira da don Tonino senza sconti. Sin dagli anni Ottanta, ancora duramente blindati nella Guerra Fredda, l'umanità di coloro che si aggirano ogni giorno senza denaro e senza prospettive di lavoro, nell'incertezza del domani e nelle secche del disagio sociale, viene passata in rassegna dal vescovo che ha conosciuto la povertà in ogni intervento, con scrupolosa dovizia di identità, quasi fosse una cifra ermeneutica della sua pastorale: "i poveri", scrive nella preghiera a mons. Romero, "sono il luogo teologico dove Dio si manifesta e il roveto ardente e inconsumabile da cui egli ci parla".

Mai sorvola don Tonino sui meccanismi che producono la genia dei nuovi poveri, da Terlizzi a Molfetta, da Giovinazzo al mondo intero. Uomini e donne braccati dall'egoismo di quanti tengono in mano le redini dell'economia, e garantiscono con le guerre gli assetti di ingiustizia funzionali  alla loro egemonia. Un popolo costretto a incertezza biografica, stipato in progetti di vita di corto respiro temporale, perché la "capacità di aspirare" – come la definisce l'antropologo indiano Arjun Appadurai – ovvero di immaginarsi in un futuro migliore, è la risorsa insieme più preziosa e più a rischio, per chi è economicamente e socialmente deprivato. Per loro, don Tonino non invoca il panno caldo dell'assistenza ("le elemosine di chi gioca sulla pelle altrui sono tranquillanti inutili"). Piuttosto, senza sottigliezze di linguaggio, si cimenta nello scovare responsabilità e delle concatenazioni, a volo radente tra la dimensione locale ("i ritardi dell'edilizia popolare sono atti di sacrilegio se provocati da speculazioni corporative") e quella internazionale ("la corsa alle armi è immorale, gli scudi spaziali sono un oltraggio alla miseria di popoli sterminati dalla fame"). 

Silenzi

Il silenzio o la complicità verso questo esercizio del potere, che poggia sull'abuso e ruota intorno all'accumulazione del denaro per ristrette élite imprenditoriali e politiche, è un peccato che indugia davanti alla soglia di tutte le istituzioni. Neppure la Chiesa ne è indenne, dice don Tonino: "E anche tu, Chiesa, guardati dalle insidie nascoste dal potere. Persino un progetto grandioso di liberazione umana può essere ambiguo se prodotto da sete di dominio, e i successi ottenuti sul campo possono divenire segni di potere. A te non si addicono i segni del potere. Ma solo il potere dei segni. Non tocca a te, cioè, col tuo impegno di carità, risolvere il problema della casa, della disoccupazione, della fame nel terzo mondo, o della ingiustizia planetaria. Tocca a te, però, condividendo la sorte degli ultimi e schierandoti con loro, porre segni di inversione di marcia ogni volta che il mondo assolutizza se stesso. Rinuncia pure ai segni del potere. Non convertono nessuno. Ma non rinunciare al potere dei segni". 

Corre oggi sullo stesso binario, dopo decenni di globalizzazione economica, la denuncia che papa Francesco porta avanti a viso aperto contro i segni del potere, insediati ancora nella istituzione cui sta a capo. Se non fosse che Il capitale, oggi, è il solo potere mondiale riconoscibile e incontrastato. Quello che può trasformare le foreste pluviali in legno per mobili e i mari in acque morte; quello che può brevettare il genoma di esseri viventi evolutisi nel corso di miliardi di anni e dichiararlo proprietà privata; quello che decide quale debba essere l'organizzazione del lavoro, l'uso del territorio, la qualità dell'aria. Il mondo liberato dalla Guerra Fredda ha costruito la mega-macchina del finanzcapitalismo, con la denominazione di Luciano Gallino, "allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri viventi, sia dagli ecosistemi". 

L'accumulazione del profitto

Questa macchina sociale ha superato ciascuna delle precedenti, scrive Gallino, "a motivo della sua estensione planetaria e della sua capillare penetrazione in tutti i sotto-sistemi sociali, e in tutti gli strati della società, della natura e della persona". In altre parole, il sistema non ha più come motore la produzione delle merci, ma l'accumulazione del profitto attraverso gli ingranaggi ossessivi della finanza speculativa: il denaro non viene più utilizzato come strumento di relazione e per acquistare beni, ma investito sui mercati allo scopo di generare immediatamente la maggior quantità di denaro possibile. In un perfetto schema di disuguaglianza crescente, il trasferimento del reddito globale procede inversamente, concentrandosi verso il nucleo più benestante della popolazione mondiale. 

Lo spiega meglio di chiunque altro Warren Buffet, autorevole esperto di finanza e tra gli uomini più ricchi al mondo, quando afferma che "la lotta di classe esiste e noi l'abbiamo vinta". Lo dicono con altrettanta schiettezza le cifre dell'ultimo rapporto del Credit Suisse, la banca svizzera che ogni anno analizza i dati sulla ricchezza globale. Il Global Wealth Report 2017 conferma gli scenari di un'opulenza concentrata a record storici, dopo dieci anni di crisi finanziaria globale. Di soldi insomma non ce ne sono mai stati tanti in giro, nella storia dell'umanità. I miliardari hanno visto crescere i loro denari di 762 miliardi di dollari in 12 mesi, un'impennata di soldi che avrebbe potuto porre fine alla povertà estrema sette volte (Oxfam, 2018).   

Nessuna esclusione 

Non è sorprendente che l'economia dell'esclusione e dell'iniquità, bersaglio della denuncia di don Tonino Bello, sia in questi anni oggetto della critica irriducibile del Papa argentino, che delle ricette neoliberiste che "l'alta marea solleva tutte le barche", cioè che la crescita economica avrebbe portato maggiore ricchezza e un tenore di vita più alto per tutte le classi sociali, ha visto gli effetti più  dirompenti in tempi non sospetti, tra le masse escluse e truffate dalle crisi finanziarie a Buenos Aires. Un'esclusione che non è più solo sfruttamento o oppressione, scrive il Papa nella sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium: "Ne resta colpita, nella sua stessa radice, la appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori". All'idolatria del denaro fanno da contrappunto le strade occupate da senza tetto, la solitudine di persone migranti e cittadini espulsi dal mercato, alle frontiere della società. 

Poveri veri: "Che hanno sempre ragione, anche quando hanno torto" secondo don Tonino. 

 

 

 


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