Qualifica Autore: Antropologa, esperta in Cooperazione allo Sviluppo e Solidarietà Internazionale

I bambini schiavi nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo.

 

In Africa è presente il 30% delle miniere su territorio mondiale per l'estrazione di minerali preziosi e soprattutto di coltan e di cobalto, utilizzati nella composizione di telefoni cellulari, tablet e computer.

Sul suolo della sola Repubblica Democratica del Congo (RDC), uno dei Paesi a più basso ISU-Indice di Sviluppo Umano del mondo, con il suo 176° posto su 188 Paesi, è presente, infatti,  l'80% delle riserve mondiali di coltan, la preziosa sabbia nera, miscela di columbite e tantalite, ambita dalle aziende internazionali di produzione di tecnologie. Inoltre, la RDC possiede il 47% delle riserve di cobalto, utilizzato per i dispositivi elettronici portatili e per le batterie ricaricabili. L'attività estrattiva è in piena espansione in conseguenza dello sviluppo del settore tecnologico, ma negli anni Novanta, con la caduta della Gécamines, Générale des Carrières et des Mines, la società statale congolese che dal 1966 deteneva la concessione per l'estrazione dei metalli, la maggior parte delle miniere è stata rilevata dagli operatori del settore informale, avviando un processo sommerso di sfruttamento privo di regole e fuori dalle norme stabilite dal Codice Minerario. Nel 2002 il governo congolese ha emanato il Codice Minerario per la gestione dell'attività estrattiva, dagli anni Novanta divenuta completamente artigianale, dopo l'autorizzazione all'immissione in specifiche ZEAs Zones d'exploitation artisanale. Tuttavia, moltissimi siti accessibili alle compagnie occidentali e cinesi, non ritrovandosi all'interno delle zone identificate e delimitate dal governo, sono stati comunque raggiunti e utilizzati in completa violazione delle Norme del Codice Minerario stabilite in via definitiva nel 2003. È a est del Paese, nella fascia da Nord a Sud che si trova la stragrande maggioranza di miniere di coltan e di cobalto. I siti estrattivi vengono controllati da miliziani spesso fuoriusciti dalle fila dei movimenti ribelli per affiancare i militari governativi e le polizie locali nel controllo del territorio e, sotto la falsa veste di tutori della sicurezza di risorse e persone, tengono sotto scacco la popolazione intimorita e schiavizzata dalla corruzione e dal traffico dei minerali.

In fuga

Anche se le necessità umanitarie sono evidenti in tutto il Paese, la RDC orientale è la parte più colpita del Paese con più di 1,6 milioni di sfollati, soprattutto in fuga dalla violenza e dai conflitti armati. Nel Nord Kivu quasi il 70% della popolazione in età lavorativa è coinvolta nell'economia informale con tutti i problemi legati a questo settore: basso reddito, mancanza di protezione sociale, rischio di abuso e di sfruttamento. Una gran parte di questi lavoratori sono giovani senza istruzione o formazione, donne, sfollati, persone con disabilità e con HIV/AIDS, tutti vivono in condizioni di povertà estrema. Il fortissimo legame tra riserve naturali e conflitti (il 20% delle guerre attive nel mondo deriva da questo legame) in Repubblica Democratica del Congo trova dagli anni Novanta la sua massima espressione. Qui è in atto un conflitto legato all'estrazione e al commercio dei minerali preziosi che genera nella popolazione più vulnerabile insicurezza, corruzione, violenza, abbandono delle attività tradizionali generatrici di reddito in uno scenario drammatico di violazione dei diritti umani di uomini, donne e bambini. La gente è costretta a migrare, ad abbandonare la famiglia di origine. Milioni sono gli sfollati e i rifugiati. La disgregazione sociale prodotta dalla migrazione forzata e l'assenza di risorse economiche per la sopravvivenza fa sì che il lavoro in miniera diventi l'unico approdo possibile per molti giovani congolesi. Il guadagno medio di un lavoratore congolese è pari a 10 dollari al mese, mentre il lavoro in miniera viene retribuito da 10 a 50 dollari la settimana. Insieme a ex agricoltori e allevatori, ex detenuti, sfollati e altre componenti della popolazione più vulnerabile nell'estrazione dei "minerali dei conflitti" vengono utilizzati i bambini per addentrarsi nei tunnel delle miniere, perché agili e di corporatura minuta. Bambini di sei, sette anni lavorano ad altissime temperature, con nessuna protezione per le mani e per le vie respiratorie e sotto minaccia da parte dei gruppi di mercenari detentori del controllo delle miniere in un vero e proprio stato di schiavitù. Si stima che ogni chilo di estrazione di coltan, costi la vita a due bambini. Una delle principali cause di morte sono le frane, frequenti nel periodo delle piogge. Spesso si tratta di bambini soli oppure forzatamente allontanati dal tessuto familiare, stretto nella morsa della mancanza di accesso ai bisogni di base. I piccoli schiavi delle miniere abbandonano la scuola, vivono nelle foreste e sono esposti a qualsiasi violenza e privazione. A loro è negato il "diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale" come invece sancisce l'articolo 32 della Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza.

E il diritto allo studio

Qualora i bambini non abbiano abbandonato la scuola, lavorano anche 10-12 ore nei fine settimana e nelle vacanze e nel quotidiano affiancano alla frequenza della scuola il lavoro in miniera prima e dopo le lezioni. Fatica e condizioni precarie di salute non lasciano spazio a un sano e adeguato apprendimento delle lezioni a scuola, rendendo l'istruzione di nessun beneficio per la costruzione di un futuro inclusivo. È necessario lavorare per pagare le tasse scolastiche, mentre i genitori vengono impiegati nell'economia informale in attività a malapena di sussistenza. L'offerta di un lavoro tradizionale ha ceduto il passo all'affare mondiale del traffico delle riserve naturali il cui prezzo, come nel caso del coltan, può arrivare anche a 500 dollari il chilo. Nessuno è disposto a fermare la cosiddetta guerra del coltan in RDC che con i suoi 5 milioni di morti in decenni di conflitto ha intensificato le necessità umanitarie dei bambini e della popolazione congolese tutta oltreché l'impatto sull'intero Paese del conflitto: epidemie, malnutrizione severa e persistente e insicurezza alimentare. La Repubblica Democratica del Congo, a causa della sua dipendenza dall'estrazione e dal commercio dei "minerali dei conflitti", ha modificato il suo stesso assetto antropologico dalla distribuzione del lavoro all'affermazione di soggetti di potere illeciti e corrotti alterando in modo strutturale la natura stessa delle istituzioni. La materia dell'età minima di accesso al lavoro è regolata per la prima volta dalla comunità internazionale attraverso l'art. 3 della Convenzione 138 – Convenzione sull'età minima del 1973: "L'età minima per l'assunzione a qualunque tipo di impiego o di lavoro che, per la sua natura o per le condizioni nelle quali viene esercitato, può compromettere la salute, la sicurezza o la moralità degli adolescenti non dovrà essere inferiore ai diciotto anni".

Nelle comunità tradizionali africane l'impiego di minori di diciotto anni nell'economia domestica a garanzia della sussistenza del gruppo non corrisponde alla violazione di un diritto, tuttavia mercenari e miliziani hanno tratto profitto da una norma comunitaria degenerandola in prassi violenta e illecita di sfruttamento dei bambini nelle forme peggiori di lavoro minorile.Inoltre la lotta per il potere sulle miniere è stata alimentata dalla retorica del conflitto etnico, invece mistificato e strumentalizzato al fine di affermare con la violenza la depauperazione di un'intera fascia di Paese. Il tentativo di cambiamento risiede nelle politiche sociali e educative, nell'individuazione da parte delle organizzazioni internazionali di norme di regolamentazione per le aziende dell'utilizzo delle risorse naturali, nei criteri di certificazione dei minerali utilizzati nei prodotti tecnologici conflict-free e, non in ultima istanza, nella consapevolezza dei consumatori. Negli ultimi otto anni, Stati Uniti e Europa hanno in sede istituzionale intrapreso percorsi di individuazione, per le aziende, di una regolamentazione del controllo sul sistema di reperimento e commercio dei minerali utilizzati nelle componenti dei loro prodotti tecnologici, ma non possiamo escludere dalla discussione seguente all'informazione sui fatti l'interdipendenza delle azioni individuali su base etica, affidando alle scelte il valore del primo passo che esse portano con sé.