Qualifica Autore: Presidente del Movimento Nonviolento

Nel cinquantesimo anniversario della sua morte, ricordiamo Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento. Quali sono le radici del suo pensiero?

 

Aldo Capitini muore il 19 ottobre del 1968. Cinquanta anni fa. È l’anno spartiacque, l’anno del cambiamento, dopo il Sessantotto niente sarà più come prima. I giovani irrompono sulla scena mondiale, come protagonisti e artefici di una rivoluzione culturale. In Italia, seppure i prodromi dell’anno precedente, con don Lorenzo Milani (Lettera ad una professoressa), l’enciclica di Paolo VI (Populorum progressio) e Pier Paolo Pasolini (Uccellacci e uccellini), avessero una radice nonviolenta, il movimento studentesco e quello operaio  misero in campo una stagione di lotte basate su presupposti ideologici marxisti.

Gli scontri sociali furono aspri e la nonviolenza venne lasciata da parte, dimenticata, quando non derisa o considerata merce “borghese”. Solo un drappello di giovani obiettori, cattolici e nonviolenti, rinchiusi in carcere perché obiettori di coscienza al servizio militare, tenne vivo il riferimento alla nonviolenza, che proprio Capitini aveva seminato e coltivato costruendone un sistema di pensiero e di azione, facendo conoscere e ispirandosi alle figure di Gandhi e Martin Luther King ed elaborando una via italiana alla nonviolenza.

La sua vita 

Infatti, se ancor oggi la nonviolenza ha cittadinanza politica anche in Italia, lo dobbiamo proprio al pensiero e all’azione di Aldo Capitini (1899-1968), filosofo e fondatore del Movimento Nonviolento. 

Già negli anni Trenta l’antifascista Aldo Capitini scopre la dimensione politica di Gandhi e intravede nella non-collaborazione la forza capace di sconfiggere l’oppressione del regime e la via della resistenza nonviolenta all’ormai prossimo conflitto mondiale. Capitini studia l’esperienza del Mahatma e introduce nel dibattito etico-politico il discorso sui mezzi e fini, concentrandosi soprattutto sul “metodo” per portare avanti la lotta: “fra mezzi e fini vi è la stessa relazione che esiste fra seme e albero”. 

Durante il regime fascista Capitini rompe con la Chiesa cattolica proprio per l’alleanza lateranense tra croce e moschetto. “Mi decisi al vegetarianesimo nel 1932, quando, nell’opposizione al fascismo, mi convinsi che l’esitazione ad uccidere animali avrebbe fatto risaltare ancora meglio l’importanza del rispetto dell’esistenza umana”. Tra il 1931 e il 1943 diventa, quindi, un punto di riferimento importante per molti giovani antifascisti. Imposta un’opera religiosa nel significato proprio della parola: in tempi di grande disorientamento egli seppe collegare e unire persone, giovani, intellettuali, operai, gente del popolo, dando loro una speranza. Rovesciando l’antico detto latino “si vis pacem, para bellum”, Capitini imposta il suo lavoro culturale sull’ipotesi “se vuoi la pace, prepara la pace”. 

Scelte nonviolente 

Aldo Capitini è stato un “irregolare”, nella politica e nella religione, sempre teso a trovare una posizione di coscienza, coerente con la scelta di nonviolenza. 

Nel dopoguerra non aderisce ad alcun partito, pur essendo molto vicino all’ideale liberal-socialista al quale voleva portare “l’aggiunta nonviolenta”; proprio per questo Capitini, che fu tra i primissimi e i pochissimi a rifiutare da subito il fascismo e che tanto fece e patì durante il regime di Mussolini, venne lasciato fuori dal Comitato di Liberazione Nazionale e dalla Costituente. Da solo inizia un lungo lavoro per l’affermazione del metodo della nonviolenza. Fino alla morte è attivissimo: fonda i Centri di Orientamento Sociale, il Movimento di Religione, il Centro di coordinamento internazionale per la Nonviolenza, la Società Vegetariana Italiana, l’Associazione per la difesa e lo sviluppo della Scuola pubblica, la Consulta Italiana per la Pace, il Movimento Nonviolento. Organizza convegni e seminari sui temi della pace, delle tematiche religiose, della scuola, della pedagogia. È sempre Capitini a valorizzare e a far conoscere in Italia e all’estero la figura di Danilo Dolci e il suo primo digiuno politico, nel 1952, sul letto di un bambino morto di fame in Sicilia. Nell’incessante lavoro di diffusione della nonviolenza gandhiana, Capitini viene invitato a Barbiana da don Lorenzo Milani il quale, poi, citerà Gandhi e la nonviolenza nella sua famosa lettera ai cappellani militari L’obbedienza non è più una virtù.

Gli scritti 

Scrive e pubblica moltissimo: La realtà di tutti, Nuova socialità e riforma religiosa, L’atto di educare, Il fanciullo nella liberazione dell’uomo, Religione aperta, Colloquio corale, Rivoluzione aperta, L’obiezione di coscienza in Italia, Battezzati non credenti, L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale, La compresenza dei morti e dei viventi, Educazione aperta, Le tecniche della nonviolenza. Fonda e dirige anche due riviste: Il potere di tutti e Azione nonviolenta.

Nella sua autobiografia, intitolata Attraverso due terzi di secolo, pubblicata nel 1968 pochi mesi prima di morire, Capitini scrive:“Nel campo della nonviolenza, dal 1944 ad oggi, posso dire di aver fatto più di ogni altro in Italia. Ho approfondito in più libri gli aspetti teorici, ho organizzato convegni e conversazioni quasi ininterrottamente. Sono, insomma, riuscito a far dare ampia cittadinanza, nel largo interesse per la pace, alla tematica nonviolenta. Come teoria e come proposte di lavoro, la nonviolenza in Italia ha una certa maturità”

Nell’ottobre del 1968 il leader socialista Pietro Nenni annotava nel suo diario: “È morto il prof. Aldo Capitini. Era un’eccezionale figura di studioso. Fautore della nonviolenza, era disponibile per ogni causa di libertà e di giustizia. Lo conoscevo poco di persona. Invece avevo con lui una vecchia collaborazione epistolare nel senso che mi scriveva sovente di ognuno dei problemi morali della società contemporanea. Mi dice Pietro Longo che a Perugia era isolato e considerato stravagante. C’è sempre una punta di stravaganza ad andare contro corrente, e Aldo Capitini era andato contro corrente all’epoca del fascismo e di nuovo nell’epoca post-fascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma bello”.

La nonviolenza, come diceva Gandhi, è “antica come le montagne”, ma la via italiana alla nonviolenza non può che passare da questa storia e dalle strade percorse da Aldo Capitini.

La Perugia-Assisi

Capitini è conosciuto dal grande pubblico come l’ideatore della Marcia della Pace da Perugia ad Assisi. La prima si tenne il 24 settembre del 1961.

La Marcia Perugia-Assisi è un grande evento della storia d’Italia. Sono centinaia di migliaia le persone che in tanti decenni vi hanno partecipato. Possiamo dire che essa è stata una palestra di formazione politica e di cittadinanza attiva per tante generazioni, un’assemblea itinerante per la pace. 

Nel 2011 si è celebrato il cinquantesimo anniversario della prima edizione, quella pensata e organizzata da Aldo Capitini a nome del “Centro di Perugia per la nonviolenza”. All’indomani della Marcia del 1961 lo stesso Capitini volle dare vita al “Movimento Nonviolento per la pace”, per avere a disposizione uno strumento utile al proseguimento delle istanze emerse dalla Marcia stessa e al lavoro “per l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, al livello locale, nazionale e internazionale”. Al primo punto del programma del Movimento, Capitini indicò “l’opposizione integrale alla guerra”. 

Il titolo della prima Perugia-Assisi fu “Marcia per la pace e la fratellanza fra i popoli”. Capitini,  laico, volle concludere la Marcia ad Assisi proprio come omaggio a Francesco “che è santo per tutti”, il santo della nonviolenza, il santo che andò disarmato alle crociate, che volle incontrare il Saladino, che diede una dimensione popolare (oggi diremmo politica) al comandamento “ama i tuoi nemici”. 

Forse da secoli in Italia – ha scritto Capitini – non si era parlato così apertamente della ‘nonviolenza’ in modo popolare, dopo che i supremi insegnamenti di Gesù, dei primi cristiani, di San Francesco, sono stati avvolti, temperati o sottoposti ad altri insegnamenti di legittima difesa, di grandezza della patria, di sottomissione all’autorità e perfino di guerra coloniale, enunciati dall’altare”.

Capitini ideò la Marcia per la “fratellanza fra i popoli” in un momento internazionale difficile, di forte contrapposizione Est-Ovest, con lo spettro dell’olocausto atomico, per unire le masse popolari italiane, cattolici e comunisti, laici e religiosi, nel comune desiderio di pace per il mondo. Al generico pacifismo, Capitini volle aggiungere l’ideale superiore della nonviolenza. 

Quella Marcia, guardata con sospetto dai partiti, fu un successo. Capitini stesso scrisse:
La Marcia è stata una manifestazione ‘dal basso’, che ne ha cominciate tante altre. Con l’unione stabilita tra i pacifisti e le moltitudini popolari, si è presentato un metodo di lavoro non più minaccioso di violenza, e nello stesso tempo si è avviata un’unità che è la massima che si può stabilire in Italia: quella nel nome della pace. La resistenza alla guerra diventa oggi tema dominante, perfino con riferimenti teorici, filosofici, religiosi”

Capitini ha evidenziato i quattro caratteri fondamentali della Marcia:

1) che l’iniziativa partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale; 

2) che la Marcia dovesse destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche e lontane dall’informazione e dalla politica; 

3) che la Marcia fosse l’occasione per la presentazione e il “lancio” dell’idea del metodo nonviolento al cospetto di persone ignare o riluttanti o avverse; 

4) che si richiamasse il santo italiano della nonviolenza.

Il Movimento Nonviolento, che raccolse l’eredità di Capitini dopo la sua morte, volle proseguire l’iniziativa dando vita a una seconda edizione nel 1978 (proprio nel decennale della morte del filosofo perugino), cui diede come titolo “Mille idee contro la guerra”. La Marcia riscosse un altro grande successo, e riuscì a mantenere lo spirito capitiniano e i quattro caratteri originali. Erano gli anni dei missili nucleari che si contrapponevano nell’Europa della Nato e del Patto di Varsavia. L’Italia si preparava a installare i missili a Comiso, in Sicilia. Fu per questo che nel 1981 il Movimento Nonviolento diede vita alla terza Marcia Perugia-Assisi “Contro la guerra a ognuno di fare qualcosa” a cui seguì la quarta edizione del 1985 con un preciso obiettivo politico: “Contro il riarmo blocchiamo le spese militari”. La Marcia era matura per diventare un patrimonio comune del più vasto movimento per la pace. Le successive marce serviranno a presentare all’opinione pubblica le nostre proposte, sulle quali lavoriamo da decenni. L’opposizione integrale alla guerra è il fondamento costitutivo della nonviolenza. 

Ma sappiamo anche che mai nessuna marcia ha saputo fermare la guerra. Nemmeno milioni di persone scese nelle piazze del mondo intero contro la guerra in Iraq riuscirono a impedire i bombardamenti. Non basta mettere a verbale il nostro “no” alla guerra. Certo, meglio che niente, ma bisogna aggiungere una parola in più: quando la guerra inizia nessuno riesce a fermarla; bisogna prevenirla una guerra, affinchè non avvenga. Come? Non collaborando in nessun modo alla sua preparazione, opponendosi agli strumenti che la rendono possibile: armi ed eserciti.

Il senso della Marcia nello stile capitiniano dovrebbe essere proprio questo: io mi metto in cammino e altri si uniranno a me. Chiediamo a noi stessi di non sostenere più chi queste spese decide e approva. Ecco il richiamo della nonviolenza, che dobbiamo saper comunicare.

Il cinquantesimo anniversario della morte di Aldo Capitini è l’occasione per “mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà e decise noncollaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di ciò che si deve fare nell’attuale difficile momento”. E poi “pronto, dopo la Marcia, a lavorare a un Movimento nonviolento per la pace”. Sono parole di straordinaria attualità, pronunciate alla prima Marcia, valide ancora per l’oggi.