Qualifica Autore: pedagogisti e, rispettivamente, direttore e membro dello staff del CPP

Aldo Capitini come pedagogista ed educatore: qual è stato il suo messaggio e la sua proposta? Quale rilevanza nell'attuale panorama italiano?

 

Intellettuale, filosofo ed educatore, Aldo Capitini è una figura di enorme rilievo nel panorama italiano del XX secolo. Si impegna nella Resistenza al fascismo, sostiene Danilo Dolci, incontra don Milani e i ragazzi di Barbiana, è tra i fondatori del Movimento Nonviolento per la Pace e promotore della prima marcia Perugia-Assisi, un corteo nonviolento testimone della pace e della solidarietà tra i popoli, ancora oggi appuntamento significativo per moltissime persone.

Occorre guardare a Capitini come a chi ha portato il nucleo profondo del pensiero di Gandhi nel nostro Paese. Tuttavia la sua è una nonviolenza non solo politica ma anche etica (è lui che inventa la parola nonviolenza tutta attaccata). Si tratta per Capitini di vivere fino in fondo l’idea di Gandhi che i mezzi devono essere coerenti al fine che si persegue e che pertanto non si può pretendere una società migliore usando mezzi violenti. È un principio che investe tutta l’esistenza, le scelte individuali come quelle collettive. Capitini è vegetariano, animalista e lotta per il rispetto della vita ovunque; teorizza la compresenza dei vivi e di morti in una ricerca di spiritualità che vada oltre i dogmi delle religioni storiche per trovare con Gandhi l’ahimsa, ossia la nonviolenza come ricerca progressiva della verità. 

In questo quadro si inserisce il suo essere educatore e docente: nel 1956 ottiene la cattedra di pedagogia a Cagliari che lascia solo nel 1965 per insegnare a Perugia.

Domanda di futuro

“L’educazione deve dare il senso di una tensione, di una insoddisfazione per ciò che c’è, creando un elemento di tensione che discrimina il passato e chiede il futuro”.

Questa frase di Capitini ci è particolarmente cara perché con essa nasceva a Piacenza nel 1989 il Centro Psicopedagogico per la Pace, a cui solo successivamente sarà aggiunto “e la gestione dei conflitti”. Trascorsi quasi trent’anni di lavoro riteniamo sia ancora molto attuale. 

Capitini avverte nell’educazione una forza liberante, trasformativa, creativa che guarda al presente per ciò che porta, la sua complessità, le sfide che pone e guida verso il futuro, l’accettazione di una scommessa che può cambiare il corso delle cose.

L’educazione per Capitini non richiede solo un passaggio dalla centralità dell’educatore alla presenza dell’educando (lo avremo davvero capito al giorno d’oggi?), ma anche a una coscienza sempre più precisa di educarsi insieme, in una trama che non comprende solo l’insegnante, ma una più ampia coscienza che chieda dagli altri e dia agli altri apertura, al di là delle differenze di razze, di nazionalità, di opinioni. Parallelamente per Capitini chi educa è profeta, portatore di valori e capace di chiedere il futuro. Il maestro concreto è quindi colui che ha una persuasione di valori e si muove nella realtà, per renderla nuova, migliore. L’educatore si impegna nell’educazione vivendola come mandato legato alla realtà di tutti che passa attraverso l’incontro con i più piccoli. 

Ha cura di chi gli è affidato, vi si affianca maieuticamente cercando di far emergere quanto di meglio il bambino custodisca sapendo di non conoscere in cosa ciò si andrà a concretizzare. I fanciulli, come scrive Capitini, sono elemento di una realtà liberata, portano in sé il meglio, il loro meglio e noi dobbiamo aiutarli a farlo emergere, a metterlo in gioco.

Tecniche nonviolente 

Il suo valore pedagogico è inoltre nel forte appello a fare della nonviolenza una specifica forma di educazione, nel proporre alle nuove generazioni le tecniche della nonviolenza: “Tutti gli adolescenti e tutti gli adulti dovrebbero conoscere le tecniche del metodo nonviolento, perché solo mediante esse, nell’uso del consenso e del dissenso, le società di pochi diventeranno veramente società di tutti”

Per Capitini è fondamentale un approccio allo studio all’interno della scuola che prepari a una società democratica, che alleni al pensiero critico, alla possibilità di studiare le guerre ma anche di impegnarsi a non ricorrere a questo strumento, non vuole generazioni ubbidienti all’autorità, ma a uno spirito di democrazia.    

Ci chiediamo quanto la scuola attuale sappia custodire questa prospettiva abbandonando il nozionismo a favore delle domande e cogliendo l’enorme portata dell’esperienza che un alunno vive al suo interno, quanto la democrazia dipenda anche dalla possibilità di leggere insieme un giornale, quanto l’esercizio di un diritto come quello del voto non dipenda solo dal ricevere a diciotto anni la cartella elettorale.

“Bisogna salvare i giovanissimi dalla sfiducia nei propri poteri, dalla incredulità di potersi opporre efficacemente alle enormi forze della ingiustizia, dell’oppressione, della lega compatta degli arrivisti senza scrupoli”: questo richiamo di Capitini ha più di cinquant’anni, ma è di incredibile attualità se pensiamo al fenomeno del ritiro sociale di adolescenti e giovani, paralizzati dall’incapacità di potersi pensare attori del loro futuro, gravati da un contesto sociale in cui non si ritrovano e che forse non ha spazio per il loro protagonismo.

[[Box2160]] Capitini ha fiducia nel diritto, ma sa quanto necessiti di aggiunte, crede nel cambiamento, nel richiamo alla possibilità di migliorare, sa che le persone non si esauriscono nelle azioni che compiono e ritiene questo sguardo particolarmente significativo nell’accompagnare la crescita dei più piccoli. Tale insegnamento, nelle scuole e fuori, va praticato però con i metodi della nonviolenza. Non è possibile per i bambini e i ragazzi recepire una simile prospettiva con comandi, violenze, imposizioni unilaterali. Già nel 1954 Capitini ricordava che occorrono metodi adeguati e coerenti, basati su l’utilizzazione degl’indirizzi attivi, democratici, cooperativi, eliminazione degli elementi coercitivi, delle chiusure nazionalistiche, razziali e di classe

Per Capitini si impara facendo, in un processo di libera ricerca piuttosto che di apprendimento passivo, potendo discutere, domandare, incoraggiando l’espressione delle capacità creative.

Per concludere riportiamo un invito di Capitini e un impegno del CPP: “Una società democratica ha bisogno di una larga presenza dell’educazione come di cosa essenziale alla sua vita che è dinamica, trasformantesi, capace di risentire e di valersi delle critiche e dei contributi. Una società militare, una società suddita di una casta sacerdotale hanno bisogno di una più semplice educazione, che è in sostanza di ubbidire e di ricevere. L’educazione in una società democratica deve accrescere la volontà e la capacità di partecipare alla comunità”.

Anche noi sentiamo profondamente legati il tema del cambiamento sociale e della costruzione di una società civile democratica a quello educativo. In un momento storico di incertezza, dove la vita naufraga in mare e la paura cerca colpevoli pensiamo che occorra ripartire dall’educazione. 

La scommessa riguarda la possibilità di abilitarsi a stare nei conflitti, senza temere che ci distruggano, ma sentendoli come un passaggio imprescindibile del nostro incontro con l’altro, dal nostro vicino di casa, agli affetti più radicati. Spesso però il conflitto è legato alla colpa, alla ricerca di un imputato da processare. Non è così. Attraverso il metodo Litigare Bene stiamo permettendo e insegnando ai più piccoli a litigare, a farlo bene, senza farsi male. Vorremmo che le nuove generazioni potessero quindi contare su questa competenza e rimetterla nella società cui appartengono: qualcosa di sicuro cambierebbe, ne siamo certi.