Tener vivo l'amore per superare l'asfissia capitalista.

 

"Il mondo com'era prima già era ingiusto e faticoso. Dopo il panico non ci vuole la normalità, ci vuole la rivoluzione […] riattivare le fabbriche serve a poco se non riattiviamo il desiderio.

[…] La vita è un incrocio di abitudine e avventura. La vita quotidiana è gradevole se contiene una vigilia, la speranza di un bacio, la prospettiva di un mondo altro. Se togliamo dalla vita della gente l'utopia di un mondo nuovo e la prospettiva amorosa, resta solo l'impaccio delle mascherine, la vita contratta di chi esce di casa per schivare gli altri, non per incontrarli. Davanti a una malattia che colpisce l'intimità dei corpi noi non possiamo reagire limitandoci a consumare e a produrre merci. Dobbiamo trovare il modo di tener vivo l'amore. È un compito grande che spetta a ognuno di noi, ogni giorno. Nessun giorno senza amore: questa dovrebbe essere la nostra legge, l'ordinanza più urgente e rispettata". A dieci mesi dall'inizio della pandemia che ha sconquassato il mondo restiamo immersi in un'apnea allibita e inevitabile, e nessuno sa come andrà a finire. Ma l'evocazione di giornate piene di amore che risuona nelle parole di Franco Arminio (La cura dello sguardo: nuova farmacia poetica, 2020) sembra l'inizio più incoraggiante per cominciare a pensare il mondo come sarà dopo, da quando il virus, il più infinitesimo degli esseri viventi, è piombato come un fulmine a ciel sereno nel mezzo della nostra apparente e normale quotidianità.

Deliri di onnipotenza 

Tutto, del resto, è già mutato. Relazioni geopolitiche, teorie economiche, realtà sociali, forme della vita. La Terra era diventata da tempo un campo di battaglia, vicina al punto di rottura degli equilibri geologici, chimici, fisici e biologici che ne fanno un luogo abitabile. L'aria già aveva perso la sua innocenza, sotto l'assedio di polveri sottili, effetti serra, e incendi che la arroventano. L'umanità continuava a vantare la sua onnipotenza, unica nel primato della distruzione, pur trovandosi ormai quasi irreversibilmente sommersa nei miasmi di una economia propensa per sua natura alle patogenesi, nel segno di una disuguaglianza sociale che la pandemia ha squadernato in tutte le sue escorianti declinazioni. Anche la nostra maggiore vulnerabilità alle situazioni epidemiche – Sars, Mers, febbre suina, Ebola – affonda le radici nella distruzione degli ecosistemi naturali, nella crescente industrializzazione della produzione agricola e alimentare, nella frequenza e velocità degli spostamenti di persone, merci e capitali. Si tratta di fenomeni compulsivi che inducono un verticale aumento della deforestazione e una tossica riduzione della biodiversità. 

Ma si impone la convivenza, e con essa una radicale necessità di guarire noi stessi e il mondo, dando spazio alla cura del corpo e delle relazioni, adesso sotto scacco. Per tenere vivo l'amore, serve in tempi rapidi un'inversione di rotta senza equivoci, a partire dalla condizione di fragilità globale che il nuovo coronavirus ha squadernato davanti a un'umanità destinata a lottare ormai contro la propria autodistruzione. 

Contro la paura, occorre comprendere che noi siamo immersi dentro l'universo e che non potremmo vivere senza le piante, mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi. 

Così come occorre sapere che la cura, prima che dal vaccino o dalla medicina, viene dalla forma che ognuno di noi dà alla propria vita, e collettivamente alla società. È tempo di abbandonare il linguaggio di bilanci e calcoli, deponendo la bandiera della crescita – il grande sogno europeo durato secoli – a cui oggi nessuno sembra più credere veramente. Come scrive Donatella di Cesare "è il capitale a produrre la miseria. In uno scenario dove le altre ricchezze sono svuotate di senso si staglia il futuro di una sobrietà conviviale, scevra dal superfluo, che porti alla luce i legami altrimenti dimenticati dell'esistenza". 

Giustizia climatica e giustizia sociale sono due facce della stessa medagli. Su questi presupposti vogliamo pensare la cura dello sguardo sul futuro, e costruire la società della cura. 

Visioni 

Ma che cosa è, la società della cura? Lo spiega il manifesto della importante iniziativa che si è sviluppata in Italia a partire dalla scorsa estate, con un percorso che ha attirato molte organizzazioni nazionali e territoriali verso una convergenza di proposte concrete per tessere nuove culture e modalità del vivere. La prima, reimpostare la visione della società verso una conversione ecologica, "a partire dalla decisione collettiva su che cosa, come, dove, quando e per chi produrre e da un approccio eco-sistemico e circolare ai cicli di lavorazione e alle filiere, dall'estrazione dei materiali alla produzione, dalla valorizzazione dei mercati al consumo finale". Ancora troppe poche persone, ad esempio, si pongono il problema che la crisi climatica comincia nel nostro frigo, mentre "agricoltura e deforestazione, insieme agli altri usi del suolo, sono responsabili del 23% delle emissioni totali, una cifra che arriva al 37% se si includono i processi di trattamento e trasformazione dei prodotti alimentari", come racconta Riccardo Valentini, professore all'Università della Tuscia e scienziato dell'IPCC, il principale organo dell'Onu che studia i cambiamenti climatici. Riorganizzare la società vuol dire anche emanciparsi dalla centralità sregolata dei mercati globali che servono solo al dumping dei sistemi finanziari e produttivi sui diritti del lavoro e dell'ambiente, ri-localizzare le attività produttive a partire dalle comunità territoriali nelle loro capacità creative e connettive, fulcro di un'economia trasformativa ed eticamente centrata sulle persone e le loro storie, sull'ambiente e le sue distintività. 

La società e l'economia della cura presuppongono un affrancamento dalla pialla della globalizzazione come l'abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, così intenta a solo uniformare e omologare, al punto da figliare la scaturigine di una rabbia identitaria velenosa, il rigurgito di un odio discriminatorio diffuso ormai in molta parte di mondo. 

Pensieri altri

Il pensiero eco-femminista e la visione cosmogonica dei popoli indigeni ce lo ricordano da sempre.  Nessuna produzione economica è possibile se non è accompagnata da una capacità di riproduzione biologica e sociale, intendendo con quest'ultima tutte le attività e le istituzioni necessarie ad assicurare la dignità piena della vita per ogni persona. Non può esistere società della cura senza prendere di petto e superare tutte le condizioni di precarietà, senza ripensare i valori del benessere, del lavoro, del welfare, del reddito. Il reddito, per esempio, è il dividendo sociale della cooperazione tra le attività di ciascun settore e persona, e il diritto al reddito implica il riconoscimento della centralità di ogni individuo nella edificazione di una società che si prende cura di tutte le persone e non ne esclude nessuna. Una concreta e convinta politica della cura è il miglior vaccino per vincere il virus implacabile del disumano di cui tratta Marco Revelli nel suo ultimo saggio (Umano inumano Postumano, 2020). 

Questo vuol dire che le risorse a nostra disposizione, abbondanti come mai prima nella storia dell'umanità, devono trovare un nuovo indirizzo d'uso. Il ragionamento vale per la scienza e la tecnologia, prima di tutto; nella società della cura non potranno essere più orientate al riarmo ma alla pace e alla solidarietà, non alla sperequazione sociale ma all'obiettivo di società più competenti, collaborative, forti. Per questo le istituzioni dovranno saper regolamentare l'uso dei big data e dell'intelligenza artificiale, e le persone esercitare la loro piena sovranità digitale. 

Occorre immaginare un futuro digitale democratico in cui i dati rappresentino un'infrastruttura pubblica e un bene comune gestito e controllato dal basso, e non con logiche autoritarie di controllo. Altro che capitalismo della sorveglianza! Ma la stessa cosa si applica al denaro, alla finanza.  Mettere i soldi al servizio del bene comune implica riappropriarsi della ricchezza che viene prodotta, e ridistribuirla con meccanismi di fiscalità progressiva, così da intercettare le ricchezze laddove si nascondono, nei grandi patrimoni, nei profitti delle grandi imprese. Va fermata la sola globalizzazione che il modello capitalistico è riuscito a realizzare fino in fondo: il libero movimento dei capitali, che condiziona molto più della politica le scelte dei governi, e la dilatazione sfrenata del debito. 

La cura di un globo epidemico richiederà pazienza. Ma prima ancora una visione cristallina, e la adesione democratica e partecipante, di chi rispetta l'ordinanza di nessun giorno senza amore.