Qualifica Autore: coordinatore scientifico OPAL

Ancora alta la produzione italiana di armi leggere: note a margine di un recente rapporto dell'Osservatorio Permanente Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia.

 

Al punto più grave della crisi sanitaria da Covid-19, il governo Conte ha varato il "decreto blocca Italia" (DPCM 22 marzo 2020) per sospendere le attività produttive non essenziali del paese, tranne quelle considerate "strategiche".

Molte voci si sono levate a denunciare che tra le industrie esentate dal blocco – oltre a quelle essenziali per la sopravvivenza – compariva anche il settore dell'industria della sicurezza con il comparto "difesa e aerospazio", la cui "apicale importanza per il nostro paese… [il governo ha inteso]… tutelare appieno" (così in una lettera indirizzata il 22 marzo dai ministri dello Sviluppo Economico e della Difesa al presidente della Federazione Aziende Italiane per l'Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza). Orbene, i confini di questo comparto sono tutt'altro che facili da delimitare ed è complicato misurarne il ruolo nell'economia italiana. Le statistiche nazionali dell'industria non lo prendono in considerazione in quanto settore a sé, addetti e fatturati sono confusi nelle grandi ripartizioni manifatturiere (metalmeccanica, automotive, cantieristica navale... ecc.). Le tabelle del commercio estero, normalmente dettagliatissime, sono inutilizzabili per i prodotti dell'industria militare, i cui dati per scelta statistica europea sono "riservati" (cioè non disponibili): armi e munizioni da guerra, sommergibili, carri armati, ecc. sono voci sempre a valore zero. Poco utile è il ricorso agli studi di settore, quasi sempre ispirati da agenzie militar-governative e finanziati dalle grandi aziende della difesa e dalle loro associazioni lobbistiche. Unici dati attendibili sono quelli relativi all'export militare, ricavabili dalla Relazione annuale secondo la legge 185/1990, peraltro osteggiata e impoverita da Governi e Parlamenti di molte successive legislature: secondo la Relazione del 2018, al netto delle importazioni, il settore vale "appena" 4,7 miliardi di euro.

In conseguenza di questa scarsità di dati pubblici e informazioni, hanno facile gioco le "narrazioni" che esaltano la tutela della sicurezza e inducono il pubblico a percepirla come safety, quando in realtà si tratta di security in tutti i suoi più micidiali aspetti, law enforcement, defence, intelligence, counter-terrorism e così via fino alla nuclear deterrence. A questo genere di narrazione è ricorso anche Alessandro Profumo, a.d. di Leonardo (uno dei maggiori kombinat industrial-militari del mondo, il cui capitale è peraltro controllato dal Ministero dell'Economia e delle Finanze), in un'intervista concessa al Corriere della Sera il giorno stesso in cui il governo Conte ha varato il decreto a cui abbiamo accennato. Profumo vi rivendicava il ruolo "essenziale" di Leonardo come gestore delle comunicazioni satellitari, come fabbricante di eliambulanze, come guardiano della cybersicurezza delle reti, ricorrendo al solito argomento ricattatorio dei 30.000 posti di lavoro in Italia, ma tacendo su quanto le deroghe siano importanti per Leonardo quale subfornitore dell'industria aerospaziale e militare soprattutto statunitense e in minor misura britannica. Leonardo non è solo un'azienda che dà lavoro e produce utili (per tre quarti incassati dai fondi d'investimento anglo-americani), è soprattutto il "ponte" affaristico-diplomatico che quotidianamente si stende tra la classe politica italiana e la Casa Bianca, il Pentagono, Langley, talvolta passando per Downing Street.

Per effetto delle deroghe concesse, il blocco dell'attività produttiva e quindi il contrasto alla pandemia sono stati indeboliti. Per riferire di una realtà che seguiamo da vicino, nella provincia di Brescia oltre tremila aziende hanno chiesto la deroga prefettizia per proseguire l'attività. La Beretta, capofila del distretto delle armi leggere della Val Trompia, aveva dovuto chiudere il proprio stabilimento già l'11 marzo sotto la pressione degli operai, esempio seguito dalle altre aziende del settore. Offrendosi di stampare in 3D qualche maschera per ventilatori polmonari, Beretta aveva poi riaperto alcuni reparti, tra cui quello "strategico" di spedizione (per gli ordinativi già lavorati), e infine profittato del decreto governativo per chiedere e ottenere l'autorizzazione a riaprire, seguita a ruota da gran parte dei piccoli-medi armaioli.

Quello delle armi leggere, e della sua produzione dual use, sportivo-venatoria e militare, è forse il più opaco dei settori produttivi del comparto Difesa. Le aziende sottostimano di proposito la loro produzione militare, favorite da una legislazione che classifica la stessa arma – una pistola semiautomatica, un fucile a pompa o di precisione – come "arma comune" se destinata alle forze dell'ordine ovvero come "arma da guerra" se destinata alle forze armate. Le prime compaiono nelle statistiche del commercio estero, le seconde vi entrano ma non vi compaiono.

A illuminare almeno in parte questo angolo oscuro possiamo utilmente ricorrere ai dati del Banco Nazionale di Prova, un ente pubblico con sede a Gardone Val Trompia (BS), con il compito di testare ogni nuova arma prodotta in Italia, oltre ad altri compiti accessori. Con un'accettabile tolleranza, il numero delle armi testate dal BNP corrisponde a quello delle armi comuni da sparo prodotte in Italia e destinate sia all'attività sportiva e venatoria che alla difesa personale e ai corpi non espressamente militari. Nel 2019 le armi provate dal BNP hanno segnato una flessione di quasi il 7% rispetto al 2018, poco più di 700.000 pezzi. Distinti per tipologia, circa la metà è costituita dalle armi lunghe (fucili da caccia e per tiro sportivo). Pistole e revolver sono scesi in un anno del 28%.

Made in Italy delle armi leggere in crisi? Niente affatto. ome altre produzioni industriali, anche quella delle armi leggere segue un andamento a "onde cicliche": ai punti più alti del ciclo seguono flessioni produttive, e quindi di nuovo riprese e risalite. 

Dal nostro osservatorio, il dato più significativo ci sembra la regolarità produttiva del settore. Sebbene fortemente radicata nel bresciano e costituito solo da piccole e medie aziende attorno al polo multinazionale della Beretta, questa "nicchia" ha messo in circolazione 10 milioni di armi da fuoco negli ultimi quindici anni. Un contributo significativo al già gigantesco "parco" circolante a scala mondiale, 857 milioni di armi alla fine del 2017, secondo un'Ong svizzera, per il 45% nelle mani dei super- armati cittadini degli Stati Uniti.

Trattandosi di un prodotto così pericoloso, anzi concepito per uccidere, auspichiamo che un settore "maturo" di così lunga tradizione voglia finalmente farsi carico almeno in parte delle conseguenze che derivano dall'uso delle armi da fuoco e segua vie già praticate in altri settori produttivi, quali l'introduzione di misure preventive, di accessori salvavita e in genere di prassi per la sicurezza dell'utente, vie divenute standard nel settore automobilistico, nel lavoro edile, nelle macchine utensili industriali ecc. Sino a oggi gli industriali delle armi italiane e le loro associazioni di categoria si sono preoccupate che non intervengano nuove normative sul controllo dell'export e sulle limitazioni all'acquisto e al possesso, misure peraltro esistenti in tutti i paesi occidentali anche in forme più restrittive che in Italia; minimizzano la destinazione militare di una parte della loro produzione ma partecipano a tutte le missioni commerciali del Ministero degli Affari Esteri, alle maggiori fiere internazionali di materiale bellico; sostengono la diffusione delle armi "sportive" attraverso la rete dei poligoni privati e persino in ambito scolastico, in associazione con l'esercito; non partecipano a nessun pubblico dibattito sulla "questione armi" né pubblicano alcun dato sulle vendite nel mercato italiano.

Del resto, a contribuire alla mancanza di trasparenza sono anche le autorità dello Stato, dal momento che – per colpevole lacuna del Ministero dell'Interno – non conosciamo neppure il numero di licenze e autorizzazioni al porto d'armi, né di conseguenza la teorica dimensione del parco di armi leggere legalmente detenute in Italia. È quanto denunciano da anni le associazioni della società civile raggruppate nella Rete Italiana per il Disarmo: se tutto il comparto industriale della difesa è quanto mai "opaco" agli occhi dell'opinione pubblica, è per responsabilità dei governi e dei gruppi affaristici che non intendono rendere conto di quale sia il contributo dell'Italia alla guerra globale "a pezzi" e alla violenza endemica tipica di molti regioni del mondo, dagli Stati Uniti all'America Centrale e al Medio Oriente. Oggi poi la denuncia si appesantisce: mentre per decenni si sono destinate rilevantissime risorse pubbliche al complesso militare-industriale italiano e a folli spese militari (si pensi agli F35), nello stesso tempo si svuotava dall'interno il sistema sanitario nazionale, sottraendogli personale, strutture, ricerca e competenze, con gli effetti tragici constatati durante la pandemia da Covid-19. Per queste ragioni la battaglia per la trasparenza delle informazioni e delle statistiche sulla produzione di armi nel nostro paese è di grande urgenza e di rilevante significato civile.

 

Il rapporto completo si può richiedere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.