Qualifica Autore: Lettera22, direttore editoriale di atlanteguerre.it

Una suora in ginocchio, il movimento di popolo e la nonviolenza. Il Myanmar e il dramma della violenza. Cosa sta accadendo?

 

L'immagine della suora cattolica birmana, inginocchiata davanti a militari armati mentre li implora di smettere di uccidere, ha fatto il giro del mondo.

Ma soprattutto dei cuori delle migliaia di manifestanti birmani che, dopo il golpe del primo febbraio che ha spodestato il governo di Aung San Suu Kyi, hanno visto ripristinata l'epoca buia della dittatura militare. La Chiesa cattolica in Myanmar si è data da fare molto e in fretta anche se rappresenti una piccola minoranza nel paese buddista per eccellenza: una realtà relativamente discreta benché molto attiva in campo umanitario e ben organizzata. Un esempio come quello della sorella Ann Rose Nu Twang è stato probabilmente fondamentale anche per far muovere il Sangha, il vertice della comunità buddista, rimasta all'inizio – al netto di singoli casi – abbastanza silenziosa.

Movimenti civili

Ma come è nato il Movimento di disobbedienza civile che ha attraversato e attraversa le piazze birmane e che ha praticamente bloccato l'intero paese? Ha una storia antica. Anche se si riconosce nel solco dei Civil Disobedience Movement che si rifanno agli insegnamenti di Gandhi, il Cdm birmano nasce da quell'appello alla resistenza che Aung San Suu Kyi riesce a far filtrare nei primissimi giorni del suo arresto, ma ha in effetti una storia precedente, pur se abbastanza recente senza bisogno di tornare ai fatti del 1988. L'appello della Lady viene infatti raccolto dal personale sanitario di Mandalay che prende per primo l'iniziativa come aveva già fatto nell'agosto del 2015, quando era nato il cosiddetto Black Ribbon Movement: professionisti della sanità e studenti di medicina che si erano schierati contro la nomina di militari in posizioni chiave all'interno del ministero della Sanità. Nasce quando mancano ormai pochi mesi alle elezioni che porranno fine alla presidenza del generale Thein Sein e che consegneranno alla Lega nazionale per la democrazia le redini del paese. Nelle prime settimane dopo il golpe di febbraio, questa rete dormiente dunque si riattiva e forma l'avanguardia del Cdm e anche di un nuovo "movimento sanitario", il Red Ribbon, col compito di garantire che anche chi continua a lavorare nell'assistenza possa esprimere il suo dissenso al golpe militare.

Il Golpe

Poi si muovono altri professionisti: ingegneri, aviatori, tecnici e seppur in ritardo – perché chiusi a casa dal Covid – gli studenti, seguiti praticamente da tutta la burocrazia statale. A macchia di leopardo: se nel ministero degli Esteri un terzo del personale inizialmente aderisce ma torna poi in parte sui suoi passi, la Banca centrale del Myanmar chiude i battenti e comincia a far saltare il sistema bancario. Persino gli istituti di credito proprietà di Tatmadaw (l'esercito birmano) devono chiudere per mancanza di liquidi. Per la giunta diventa difficile persino battere moneta e i buoni del tesoro lanciati sul mercato non si vendono. Le riserve in valuta si prosciugano e fanno diventare labili le promesse di aumenti salariali alternate alle minacce di licenziamento. Si blocca l'anagrafe, il settore forestale, quello dell'energia. Si fermano i treni mentre incrociano le braccia persino i lavoratori delle aziende cinesi e gli informali; su 93 partiti registrati in Myanmar solo un terzo – tra quelli minori – sostiene il golpe. Il commercio si paralizza e alle frontiere il transito dei camion da e per il Myanmar si blocca. Anche le autonomie regionali, con propri eserciti, si schierano contro il golpe. La giunta, in evidente difficoltà, sembra non aver fatto i conti con una protesta tanto diffusa che resiste ormai da due mesi anche se ha dovuto cambiare tattica e se – da completamente pacifica – è diventata anche violenta: più per difendersi che per attaccare ma con episodi forti, come l'incendio di fabbriche cinesi. Con mille difficoltà il movimento sopravvive. Come? Paradossalmente il Covid ha dato una mano: il governo di Suu Kyi aveva consentito a molti del settore pubblico di ottenere due mesi di stipendio anticipati e c'è dunque qualche riserva. Poi si sono creati fondi di solidarietà in cibo e denaro da fondazioni e associazioni, privati danarosi e businessman, cantanti, monaci.

Sostegno

Importante è l'appoggio più o meno forte, spesso indiretto e informale, che arriva dagli Stati periferici e dalle Regioni, dove la giunta ha sostituito la leadership e creato tanti piccoli cloni del Consiglio amministrativo di Stato (Sac) – come il nuovo governo si è autonominato – con un'operazione riuscita solo in parte. Altrettanto importante la rivoluzione digitale che, nonostante il black out di Internet, riesce a divulgare notizie, parole d'ordine, appuntamenti spesso criptati in un linguaggio che chi protesta impara a riconoscere. Serve a poco bloccare Internet: immagini, video, slogan, cartelli scritti in inglese e addirittura dipinti a caratteri cubitali sull'asfalto perché si vedano dal cielo, diventano virali su Twitter, Facebook, Instagram; viaggiano attraverso Signal, un'applicazione di messaggistica, che viene ora preferita alla tradizionale Viber.

Infine, elemento non meno importante, sono le proteste non solo giovanili o studentesche che infiammano il sudest asiatico. A Bangkok e nell'ex colonia britannica cinese ma anche a Manila o a Giacarta, dove non si esita ad appoggiare la protesta dei fratelli birmani. Una cosa che ha il suo impatto anche all'interno dell'Asean, l'associazione di dieci paesi del Sudest asiatico di cui anche il Myanmar fa parte: sotto pressione perché attivi un percorso di mediazione. E ancora, il ruolo della diplomazia internazionale la cui pressione – ancorché debole e impacciata da lobby e veti incrociati – si fa comunque sentire.

Nell'epoca dei cellulari e dei social, per la prima volta, la protesta democratica dei birmani ha un palcoscenico mondiale e questo aiuta una battaglia difficile dove la società civile diventa protagonista di un movimento di resistenza che non ha eguali nella storia recente. Mentre il parlamento clandestino – formato dai parlamentari eletti l'8 novembre 2020 – tira le fila di contatti, relazioni, organizzazione di proteste. Una battaglia difficile ma mai come oggi sotto gli occhi di tutti noi.