Qualifica Autore: Giurista

Le regole della proprietà intellettuale in tempo di pandemia.

 

È lecito chiedersi in che misura le politiche della globalizzazione adottate negli ultimi decenni abbiano esacerbato la gestione della pandemia fino a questo momento.

È lecito anche domandarsi se lo shock provocato dal nuovo coronavirus possa agire da molla per un cambio di passo, o quanto meno un ripensamento, visto che le leadership mondiali continuano a invocare il mantra delle lessons learnt, le lezioni apprese dalla pandemia. Se non ora, quando?

Da quando è arrivato il Covid-19, si sono invece riconfermate le tradizionali dinamiche di apartheid sanitario che abbiamo conosciuto in passato, dalla storia dei farmaci antiretrovirali in poi. La sfida dell'accesso ai vaccini contro il nuovo coronavirus riproduce, dopo oltre due decenni, lo stesso divario tra le nazioni ad alto reddito – i cui cittadini possono farsi immunizzare perché le dosi sono state abbondantemente accaparrate – e la scarsità nelle nazioni più svantaggiate, molte delle quali restano in fila per avere la prima dose. Forse cadrà prima o poi come le briciole dalla tavola dei ricchi. Ma se pensiamo che siano le donazioni il modo per risolvere il problema dell'immunizzazione in uno scenario pandemico, vuol dire che abbiamo una comprensione molto superficiale e fuorviante di quello che sta succedendo da un anno e mezzo a questa parte. E vuol dire anche che non abbiamo imparato niente dal passato.

Diritti a tempo

La decisione di tutelare finora i diritti privati e a tempo della proprietà intellettuale come superiori ai diritti universali e permanenti della salute ha un significato simbolico, oltre che politico, spiazzante. Il 2020 ha visto insorgere un clima incandescente di rivolta di fronte alle misure draconiane per ridurre l'impatto della pandemia e alla incapacità dei governi di gestire la malattia e salvare vite. La fiamma di Black Lives Matter si è trasformata in un movimento globale, a disvelare la necessità di una revisione sistemica della violenza istituzionale e della discriminazione. Questo clima di mobilitazione persiste – basti pensare alle cronache di questi giorni in Colombia o in Brasile – ed è saldamente associato alle dimostrazioni dell'opinione pubblica intorno alla richiesta di garantire l'accesso globale al vaccino contro Covid-19 per salvare vite umane e fermare la pandemia. Come è stato ampiamente riconosciuto, la protezione della proprietà intellettuale ha un impatto negativo diretto sulla disponibilità e accessibilità degli strumenti medicali e farmaceutici.

Gli Accordi

Fortemente voluta e promossa dai paesi industrializzati, la spinta alla protezione brevettuale ha condotto all'Accordo sulla Proprietà Intellettuale relativo al Commercio (TRIPS Agreement) nel 1995 in seno al World Trade Organization (Wto). Il TRIPS è uno strumento vincolante imperniato sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale come incentivo all'innovazione per tutti i prodotti, compresi appunto i farmaci. L'incentivo è in sostanza un diritto di esclusiva sul mercato della durata di venti anni per il titolare del brevetto. Tutti i paesi devono adeguarsi, anche se con tempi diversi, agli standard minimi fissati dal TRIPS, quale che sia il loro livello di sviluppo tecnologico e industriale – gli standard sono tarati sui paesi avanzati.

La scelta di premiare l'innovazione con regimi di monopolio appare una strategia del tutto "anti-mercato". Un altro aspetto, che non viene messo sufficientemente a fuoco nella attuale mobilitazione internazionale per l'accesso ai vaccini contro Covid-19, è che pochi anni dopo l'entrata in vigore dell'Accordo TRIPS abbiamo assistito a una vera e propria proliferazione di accordi commerciali bilaterali (Free Trade Agreements, FTAs) e di accordi bilaterali per gli investimenti (Bilateral Investments, BITs), i quali contengono obblighi ben più stringenti di quelli dell'Accordo TRIPS (TRIPS-plus).

Questi regimi successivi, imposti principalmente da Unione Europea e Stati Uniti, limitano non poco il ricorso alle norme di salvaguardia che consentono un minimo di margine di manovra ai governi: erano stati India, Brasile e Sudafrica a conquistare faticosamente quello spazio politico nel duro negoziato dell'Uruguay Round che ha dato vita al Wto.

Questi accordi bilaterali hanno prodotto una drammatica erosione dello spazio di agibilità dei governi. L'agenda TRIPS plus ha ridotto sensibilmente, per esempio, l'utilizzo della "licenza obbligatoria" (articolo 31 del TRIPS), cioè la possibilità per uno Stato di affidare a terzi lo sfruttamento dell'innovazione brevettata. A certe condizioni, e con un pagamento di royalties al titolare del brevetto. La licenza obbligatoria è un dispositivo mirato a limitare l'abuso di posizione dominante da parte del detentore del brevetto, e facilitare il trasferimento delle tecnologie.

Ha dimostrato una qualche efficacia nel contenere comportamenti anti-competitivi e rispondere ai bisogni sanitari, soprattutto perché incide sul presso dei farmaci. In Ecuador, le licenze obbligatorie adottate tra il 2013 e il 2014 hanno generato un risparmio economico sui farmaci che oscilla dal 23% al 99% secondo analisti nazionali; simili risparmi si sono conseguiti in Tailandia, India, Indonesia, Brasile e Colombia. La licenza obbligatoria è tuttavia un meccanismo complesso sotto il profilo burocratico ed espone a ritorsioni geopolitiche, come abbiamo visto in passato. Una particolare forma di licenza obbligatoria è l'"uso governativo", cioè l'utilizzo da parte di uno Stato del diritto di proprietà intellettuale per il perseguimento dell'interesse pubblico senza negoziarne le condizioni con il titolare del brevetto. Ad esempio, nel 2017 la Malesia ha adottato una clausola di uso governativo per assicurarsi una versione meno costosa del farmaco Sofosbuvir contro l'Epatite C: gli studi hanno calcolato un abbattimento del costo della terapia in Malesia da circa 72.000 a 240-285 dollari.  

Un'altra norma di salvaguardia dei TRIPS che è stata presa di mira è l'"importazione parallela", cioè la possibilità per uno Stato di acquistare un prodotto brevettato dai mercati in cui costa di meno, per effetto della presenza dei generici nel caso dei farmaci. Il Kenya ha fatto ampio uso di importazioni parallele per migliorare l'accesso ai farmaci antiretrovirali. La stessa cosa vale per la cosiddetta "eccezione ai diritti dei brevetti" (articolo 30), come l'accezione Bolar, che permette a uno Stato la sottrazione dei diritti di esclusiva per favorire l'avanzamento della ricerca scientifica, qualora il detentore del brevetto si rifiutasse di concedere la porzione di conoscenza brevettata che serve alla ricerca. Infine, TRIPS-Plus ha messo sotto attacco la possibilità dei governi di definire alti standard di brevettabilità nelle normative nazionali. Questo serve a evitare l'inflazione di brevetti, la brevettazione di prodotti non innovativi, e la strategia di rinverdimento dei brevetti (evergreening), uno degli escamotage preferiti dalle aziende per prolungare il monopolio.

Questo irrigidimento dello standard normativo è lo scenario in cui si colloca la ricerca e lo sviluppo dei vaccini contro Covid-19; uno scenario per nulla compatibile con le esigenze di un'emergenza sanitaria. Che il contesto fosse decisamente irrespirabile lo hanno capito subito persino alcuni tra i più noti paladini della proprietà intellettuale, ad esempio i paesi europei. Alle prime avvisaglie della pandemia, quando anche in Europa mancavano i prodotti essenziali per affrontare il nuovo coronavirus, hanno colto la necessità di allargare le maglie legislative sui brevetti per assicurarsi un migliore accesso o maggiore agio di produzione dei dispositivi salvavita – test diagnostici, materiale di protezione personale, scanner CT, ventilatori, respiratori. La Germania ha speditamente modificato la legge nazionale per aumentarne la flessibilità, cosa che ha fatto pure Israele con una istanza di "uso governativo" per la importazione dall'India della versione generica della combinazione antiretrovirale lopinavir/ritonavir – dell'industria Abbvie – per il trattamento dei pazienti Covid. Il parlamento cileno ha adottato il 17 marzo 2020 una risoluzione che giustificava un ampio ricorso alla licenza obbligatoria per motivi pandemici.

La pandemia

La gestione della pandemia secondo criteri geopolitici o di business rappresenta una minaccia enorme. Covid-19 richiede approcci non convenzionali e l'abbandono delle strategie degli ultimi decenni. La riforma delle regole brevettuali e il superamento dei monopoli sono urgenti, per gestire finalmente il conflitto sistemico fra protezione brevettuale e salute pubblica. L'attuale regime non può essere considerato l'unico meccanismo per compensare chi fa innovazione. Servono altri strumenti, con una più diretta e strategica funzione pubblica nella trasformazione della ricerca di base in ambito universitario in prodotti di utilità pubblici. I governi devono far buon uso della crisi pandemica per cambiare radicalmente gli ingranaggi di un sistema di produzione della conoscenza che, sin dall'inizio, toglie il respiro.

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