Diritti di proprietà intellettuale e rovesci sul diritto alla salute.

 

L'85% dei vaccini contro Covid-19 viene somministrato nei paesi ricchi, e i paesi a medio e basso reddito ricevono solo 0,3% delle dosi che servono alla loro immunizzazione. Lo ha ricordato Mario Draghi aprendo il summit sulla salute globale organizzato dal G20 e dalla Commissione europea il 21 maggio scorso a Roma.

Abbiamo genuinamente sperato per qualche tempo che avremmo tratto utili lezioni dall'arrivo di Sars-CoV-2, che gli effetti traumatici del nuovo coronavirus ci avrebbero reso migliori; ma dopo un anno e mezzo di pandemia dobbiamo constatare che non è andata poi così bene. Anzi, non sta andando per niente bene.

Nella lotta per la sopravvivenza dopo mesi di corsie piene di malati e di decessi forsennati, peraltro già in buona parte rimossi, non abbiamo avuto particolare ritegno a utilizzare gli straordinari successi della scienza, e l'arrivo in tempi record dei primi vaccini contro Covid, per legittimare una sfacciata disuguaglianza sanitaria tra nord e sud del mondo. Certo non è la prima.

Chi si occupa di accesso ai farmaci essenziali ne ha già viste altre di queste disparità sul terreno della salute, dagli anni ruggenti della diffusione del virus HIV in Africa in poi. Ma questa volta il divario si innesta sulla cinetica di un contagio collegato a tutte le attività umane e sociali delle persone, quindi alla negazione della possibilità di una ripresa tout court per molta parte del pianeta, quella che sperimenta più duramente la fatica del vivere.

Siamo in un tempo pandemico senza precedenti. Eppure, alla retorica stucchevole che la comunità internazionale ha coniato in questi mesi per vestire l'ingiustizia planetaria in cui ci troviamo, francamente imbarazzante se pensiamo alle risorse e alle possibilità legali disponibili per evitarla, fa da contrappunto la difesa di un ordine delle cose che produce da sempre disuguaglianze, e nella fattispecie una globalizzazione fondata sui monopoli della proprietà intellettuale che in 25 anni hanno prodotto una patologica privatizzazione della conoscenza scientifica e spalancato un abisso tra chi questa conoscenza la produce e domina, e chi ne viene escluso.

I vaccini pandemici sono il terreno di scontro di questo conflitto strutturale della contemporaneità. Da una parte, oltre cento paesi del sud del mondo che chiedono il ricorso a una norma prevista dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), quella di sospendere alcuni articoli dell'accordo TRIPS sui diritti di proprietà intellettuale per dare priorità e respiro al diritto alla salute, così da permettere il libero accesso alla ricerca prodotta con gigantesca immissione di fondi pubblici contro il nuovo coronavirus, espandere e moltiplicare la produzione di quello che serve per fronteggiare il contagio – non solo vaccini, ma anche test diagnostici, terapie, strumenti medicali come respiratori e ventilatori, presidi di protezione individuale.

Dall'altra, un gruppo minoritario ma potente di governi che si oppongono a questa possibilità, in nome della idolatria dei monopoli, e dell'asservimento agli interessi del capitale privato delle case farmaceutiche, sostenendo contro ogni evidenza che i brevetti non sono il problema, e che la scienza senza proprietà intellettuale non avanza. Un contenzioso ostico, del quale abbiamo parlato su questa rivista anche in passato. Oggi il fuoco dello scontro, che è sistemico, si è di nuovo acceso grazie alla mobilitazione globale a favore del diritto alla salute, dopo i milioni di morti che Covid-19 ha già prodotto. Cerchiamo dunque di approfondire il tema e di comprendere meglio questa inguaribile variante del capitalismo.

Per ascoltare i podcast degli articoli di questo Dossier clicca qui