Qualifica Autore: Centro Studi e Ricerche IDOS

Quei confini incisi sulla pelle dei migranti: la resa del diritto d'asilo alle politiche di respingimento.

 

A oltre 70 anni dalla Convenzione Onu di Ginevra sui rifugiati (1951) assistiamo, ormai quasi inermi, a un mondo sempre più travagliato da guerre in quasi tutti i continenti (inclusa quella attualmente in corso in Ucraina), da inaccettabili disparità economiche, da una conclamata catastrofe climatica, da crescenti manifestazioni di razzismo, dal proliferare dei nazionalismi e da un individualismo diffuso che nemmeno una pandemia globale, con migliaia di vittime nel mondo, sembra aver incrinato, né nelle coscienze dei singoli né tantomeno nei precari equilibri mondiali.

Non stupisce che, in tale caos globale, i migranti nel mondo continuino a crescere a ritmi vertiginosi: nel 2020 hanno raggiunto i 281 milioni, il 3,6% della popolazione planetaria (+108 milioni in più rispetto a 20 anni prima, per un ritmo d'aumento medio annuo del 2,4%), aumentando in un solo anno di 9 milioni (numero che, nonostante le restrizioni alla mobilità imposte dalle politiche globali Covid, ha superato di 2 milioni l'incremento annuo del quadriennio precedente). Un incremento particolarmente sostenuto ha riguardato i migranti forzati (passati da 22,9 nel 2000 a 82,4 milioni nel 2020), tra i quali, a chi scappa da guerre e persecuzioni, si è aggiunto chi fugge da catastrofi "naturali": nel 2020 i cosiddetti "migranti ambientali" hanno raggiunto la cifra record di 30,7 milioni (oltre 3 volte più degli sfollati per guerre e violenze: 9,8 milioni).

Eppure, nonostante una mobilità globale così turbolenta, il diritto alla protezione internazionale, inaugurato dalla Convenzione di Ginevra a tutela degli sfollati della Seconda guerra mondiale, oggi vive forse il suo più evidente declino e svilimento, con effetti drammatici a livello mondiale (cfr. Centro Studi e Ricerche IDOS – Istituto di Studi Politici "S. Pio V", Ospiti indesiderati. Il diritto d'asilo a 70 anni dalla Convenzione Onu sui rifugiati, Edizioni IDOS, Roma, 2022).

Sebbene l'UE abbia elaborato, a partire dagli anni Novanta, un ampio sistema di dispositivi e agenzie comuni per governare in modo condiviso e coordinato le migrazioni (Trattato di Maastricht, Trattato di Amsterdam, Convenzione di Dublino, Consiglio europeo di Tampere, Trattato di Nizza e le diverse "riforme" del Regolamento Dublino), non è mai riuscita a superare il primato decisionale sui propri confini e territori da parte dei singoli Stati, ciascuno intento – al di là delle dichiarazioni di principio – a impedire il più possibile l'ingresso dei migranti, anche a costo di lasciarli morire lungo le rotte (via mare e via terra) per l'Europa o subire violenze e torture nei Paesi di partenza o bloccati – su delega della stessa UE – in quelli di transito.

I campi, i muri, i fili spinati sembrano diventati gli emblemi di una politica del rifiuto cui si è approdati attraverso un lungo declino (civile, politico, culturale e umano) che ha progressivamente portato gli Stati UE a considerare il migrante come un nemico e a desiderare strategie di difesa e di respingimento, quasi che ad essere minacciati da una guerra fossimo noi e non chi, per salvarsi, è costretto a chiedere asilo e protezione. Se oggi assistiamo, dentro e fuori i confini europei, al proliferare di centri di trattenimento dei profughi, è forse perché da diverso tempo abbiamo accettato l'idea che sia plausibile la reclusione di esseri umani senza documenti, anche quando siano stati costretti a fuggire in tutta fretta da gravi pericoli di vita, in centri controllati dalla polizia.

In Italia

È quanto anche l'Italia fa dal 1998, quando ha adottato i Centri di permanenza temporanea (Cpt), già previsti in altri Stati UE. Da subito organizzazioni umanitarie e movimenti sociali denunciarono i pericoli di una simile scelta, in contrasto con il diritto e la solidarietà. Dopo 24 anni, quei timori si sono tristemente rivelati fondati: dentro e fuori l'Europa, la principale risposta politica alle migrazioni è, infatti, la detenzione dei migranti in campi sempre più degrada(n)ti e lontani dagli occhi della popolazione locale. La principale caratteristica di questi centri è, insieme all'anomalia di una "detenzione amministrativa" in assenza di reato, l'isolamento dal mondo esterno (sono vietati persino a giornalisti e politici) e la collocazione in luoghi impervi e quasi sempre distanti dai centri abitati. Luoghi che, anno dopo anno, memorandum dopo memorandum, finanziamento dopo finanziamento, sono stati sempre più allontanati dai confini europei, attraverso una concertata politica bipartisan, nazionale e comunitaria, fatta di lauti finanziamenti a Paesi terzi, di partenza o di transito, a cui è delegato l'onere, materiale e morale, di bloccare con tutti i mezzi i migranti diretti verso la "Fortezza Europa". È quanto accade con i campi "temporanei" (ma in cui la durata del trattenimento è indefinita) finanziati in Libia, Turchia, Niger, Ciad o ai confini esterni dell'UE, come a Lampedusa e, dal 2015, nelle isole greche.

Una sottile linea di continuità unisce, del resto, il modello dei centri di trattenimento appena descritto e le attuali "terre di mezzo" a cavallo dei confini – in Bosnia, Croazia, Polonia, Bielorussia e così via – dove i migranti sono forzati a rimanere (fino a morire), nascosti in luoghi impervi, tra i boschi, assiderati e affamati; e ciò nonostante ricacciati dalle polizie e dagli eserciti nazionali a forza di idranti, lacrimogeni, cannoni sonori e manganelli.

Le notizie dei respingimenti illegali (push back) sono ormai costanti ai confini dell'Unione, tanto da rischiare, ancora una volta, di abituarci a una tale sistematica violenza e violazione dei diritti umani. La stessa abitudine e indifferenza con cui assistiamo ai naufragi e alle morti nel Mediterraneo, dove gli Stati europei non solo hanno fortemente ridotto le operazioni di soccorso, ma ostacolano gli interventi faticosamente attivati dalle navi umanitarie delle Ong per salvare vite altrimenti destinate alla morte o al ritorno in Libia, dove le attendono altre violenze e torture. In un assurdo rovesciamento della realtà, questi interventi umanitari sono accusati di voler aggirare le leggi sull'immigrazione e di favorire l'immigrazione irregolare in combutta con i trafficanti di persone. Nel 2002 è stata anche emanata una Direttiva europea, la Facilitation directive, secondo la quale chi aiuta un migrante irregolare a entrare in UE o ad attraversarne i confini viola la legge. E sebbene la direttiva lasci agli Stati membri la libertà di introdurre una "clausola umanitaria" che tuteli gli operatori e i volontari che soccorrono vite, questa non viene quasi mai applicata dai governi.

Speranze

Di fronte a un così grave sfregio del diritto e spregio della vita umana, una speranza viene tenuta viva proprio dal mondo associativo, dalle organizzazioni umanitarie e dai singoli cittadini che, non rassegnandosi, si assumono la responsabilità di riempire il vuoto della politica istituzionale: esponendosi in prima persona, in mare e in terra, costoro forniscono un appiglio concreto che, in molti casi, fa la differenza tra la vita e la morte, e quasi sempre tra l'umanità tangibile e l'indifferenza disumanizzante. I corridoi umanitari attivati dalla Comunità di Sant'Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e con la Cei, in collaborazione con il Ministero dell'Interno, (Progetti completamente autofinanziati che hanno portato ad oggi in Italia oltre 4.200 profughi, della cui accoglienza e inserimento si occupano le organizzazioni citate (https://www.santegidio.org/pageID/30112/langID/it/CORRIDOI-UMANITARI.html), l'accoglienza in famiglia sperimentata da Refugees Welcome (il progetto ha avviato 300 convivenze in 30 città italiane, ha coinvolto 200 attivisti e può contare su 754 famiglie disponibili ad accogliere un rifugiato - https://refugees-welcome.it/), le navi di ricerca e soccorso e gli aiuti portati lungo le frontiere terrestri più pericolose sono, insieme a tanti altri, esempi preziosi di una cultura ancora viva dell'accoglienza e della corresponsabilità. Di una umanità non ancora estinta.

 

 


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