In dialogo con sr. Deema Fayyad, siriana della comunità monastica di Mar Musa.
Sulla scia della tre giorni leccese che il DIM (Dialogo interreligioso monastico) ha vissuto in dicembre nel Monastero delle Benedettine di Lecce, incrociamo e presentiamo l'esperienza di sr. Deema Fayyad, siriana di Homs, una città al centro della Siria colpita dalla guerra.
Appartiene alla comunità monastica siro-cattolica di Mar Musa in Siria, fondata nel 1991 da padre Paolo Dall'Oglio, rapito nel 2013 e mai più ritrovato, insieme a Jacques Mourad, anch'egli rapito ma poi rilasciato. Un'esperienza, la sua, di incontro fecondo con l'Islam.
Sr. Deema, come hai conosciuto Mar Musa e padre Paolo?
La mia prima visita a Mar Musa risale al tempo in cui frequentavo l'ultimo anno di liceo, quando mi recai in monastero con altri amici, giovani entusiasti e interessati a intraprendere un cammino spirituale. In quell'occasione, nel 1998, ho avuto l'opportunità di incontrare per la prima volta p. Paolo e gli altri membri della comunità.
Cosa ti spingeva a visitare ogni anno Mar Musa?
Nella vita ci sono dei posti molto attraenti che, quando li vedi per la prima volta, poi senti il desiderio di ritornarci sempre. Mar Musa è un monastero del VI secolo d.C. collocato sopra la roccia nel deserto siriano. Il deserto è un luogo molto interessante. Viene di solito associato alla prova, all'ascesi, sembra essere solo un luogo arido. In realtà, esso è un luogo che dà l'occasione all'uomo di confrontarsi con se stesso e di pensare all'essenziale, di fare un cammino com'è stato per il popolo d'Israele. In particolare, ciò che mi spingeva a visitare annualmente Mar Musa era quella possibilità che mi veniva data di comprendere come, proprio grazie a quel monastero e alla vita che lì si conduceva, il deserto poteva anche fiorire. Un luogo, Mar Musa, davvero essenziale in cui le relazioni diventavano e diventano autentiche.
A un certo punto, terminati gli studi di scuola superiore e iscritta alla Facoltà di Lingue, dopo aver visitato due volte Mar Musa, inizi ad avvertire un desiderio nel cuore. Cosa accadde?
Dopo essere stata le prime due volte a Mar Musa, aver conosciuto la comunità, sento che nel mio cuore cresce un amore verso quella vita che i monaci vivevano in monastero. Nutrivo il desiderio di vivere nella mia città, nella mia vita ordinaria un frammento di quell'esperienza che monaci e monache vivevano proprio a Mar Musa. Il punto di svolta avvenne quando partecipai agli esercizi spirituali proprio lì guidati da p. Paolo. Restai impressionata da ciò che ci disse: i monaci e le monache a Mar Musa, nonostante la loro vita solitaria, potevano essere operatori di pace e di misericordia, di dialogo. Dialogai in seguito con p. Paolo il quale, dopo aver ascoltato nel profondo ciò che nutrivo nel cuore, mi propose di lavorare in biblioteca. Trascorsi diversi mesi in comunità, nel 2002 decisi di farne parte definitivamente.
Tu nel libro "Paolo Dal-l'Oglio e la Comunità di Deir Mar Musa. Un deserto, una storia" (Ed. Effatà) scrivi così: "Una volta a Mar Musa lasci tutto fuori, non hai gli impegni della vita, sei lì e guardi le altre persone, per conoscerle. Molte relazioni sono nate al monastero". Quel monastero, dunque, è diventato sempre più per te luogo di incontro, di dialogo. Un dialogo che è nato in un luogo che potremmo definire di primo acchito un luogo chiuso. E invece…?
È vero che viviamo nel deserto e che siamo una comunità monastica ma in realtà occorre precisare che le porte del nostro monastero sono sempre aperte e gli ospiti vivono negli stessi spazi dove vivono i monaci e le monache. Proprio uno dei cardini della comunità monastica è l'ospitalità ed essa si ispira in questo alla figura di Abramo che accolse i tre viandanti, presenza di Dio, nella sua tenda. Per noi ogni forestiero che viene a visitarci è un messaggero di Dio, è Dio che viene a visitarci. Nel monastero di Mar Musa, inoltre, si è "ospiti" solo per poco tempo in quanto si viene immediatamente coinvolti nella vita quotidiana della stessa comunità e invitati ad accogliere gli altri che bussano al monastero. Non c'è, dunque, alcuna differenza tra monaci e ospiti perché avvertiamo e sappiamo profondamente che è Dio che per primo ci ospita tutti. Un luogo, quello di Mar Musa, che non conosce confini: infatti, molti sono i musulmani che negli anni son venuti a chiedere ascolto e preghiera, e molti sono tornati per raccontare delle grazie che sono seguite alla loro visita a Mar Musa. Un luogo, dunque, il nostro pieno di vita.
Il dialogo. Al centro dell'esperienza di Padre Paolo Dall'Oglio e di Mar Musa c'è il dialogo. Tu scrivi nel tuo libro che l'accoglienza della differenza – e citi le relazioni all'università, per esempio – ha impresso nel tuo cuore una predisposizione dapprima naturale – che tu chiami ‘intellettuale' – che ora si è trasformata in vocazione. Vuoi rivivere a voce quelle esperienze con chi ora ti legge? Quale valore ha avuto nella tua vita?
La vita a Mar Musa mi ha permesso di crescere nel desiderio di amare tutti e in modo particolare i musulmani. D'altronde lo stesso p. Paolo ci diceva che era stato Cristo stesso ad avergli chiesto di amare i musulmani ed è ciò che ancora oggi Egli chiede a noi. Personalmente, la vita in comunità mi ha permesso di conoscere meglio l'islam, di apprezzare meglio diverse dimensioni della vita dei musulmani. Sicuramente, nell'esercizio del dialogo, un primo passo sarebbe quello di conoscere meglio l'altro mediante l'accoglienza, l'amicizia, lo studio e poi viene anche l'approfondimento teologico. Un aspetto non meno importante in quest'opera dialogica è coltivare l'accoglienza dell'altro a livello spirituale: fare spazio nel proprio cuore al diverso presentandosi davanti a Dio, intercedendo per lui. Mai senza l'altro, dunque, sia nella vita umana e sociale ma anche nella vita spirituale.
La tua vita e la tua vocazione non possono essere scisse dalla vita e dalla missione al dialogo di p. Paolo Dall'Oglio. Di lui tu scrivi: "Paolo aveva capito molto bene questa cosa, perciò aveva scelto la Chiesa orientale, una Chiesa che ha alle spalle una lunga esperienza di convivenza e di storia comune con i musulmani malgrado le difficoltà. La scelta deve essere il dialogo, Paolo ha scelto la sfida del dialogo". Una sfida che vivete ancora oggi con i fratelli musulmani. In che modo? Quali le fatiche? Quali le gioie di questo vostro incontro? Siete in un Paese in cui i conflitti sono all'ordine del giorno.
La guerra in Siria ha generato delle conseguenze negative nell'ambito del dialogo islamo-cristiano. Occorre aggiungere quindi un secondo aspetto, oltre all'ignoranza, che potrebbe minare il dialogo: la paura. Paura generata dal fondamentalismo, nel nostro caso quello islamico. Di fondamentalismi però ne conosciamo anche tanti altri, non solo per quanto riguarda l'Islam, e ogni tipo di fondamentalismo tende a eliminare chi professa un credo religioso differente, chi la pensa diversamente.
Ci sono però anche aspetti positivi da dover sottolineare come la comunione stabilita con i musulmani. A tal proposito mi è particolarmente caro affermare che ad aver aiutato p. Jacques Mourad a fuggire alla furia omicida dell'Isis è stato proprio un amico musulmano e tanti altri musulmani hanno aiutato i cristiani perseguitati e rapiti qui in Siria, mettendo a repentaglio la loro stessa vita e in alcuni casi anche perdendola. Mar Musa vuole essere in questo contesto un luogo di amicizia per camminare insieme verso un mondo migliore.
Ora, dopo tanti anni a Mar Musa, puoi dire che ne è valsa la pena entrare in monastero e soprattutto dipingere la tela del dialogo? In questo senso Mar Musa è un faro e un segno di speranza in un tempo in cui la guerra non dà tregua in Siria?
Sì, ne è valsa la pena. L'esperienza a Mar Musa sembrava essere inizialmente anacronistica, ma oggi il tempo ci dice che avevamo ragione. Tanti sono i segni che ci danno consolazione: il magistero di papa Francesco, il Documento sulla fratellanza firmato con il Grande Imam di Al-Azhar Al Tayyeb, l'invito di quest'ultimo a un dialogo all'interno dello stesso mondo musulmano, la vicinanza e la preghiera di tanti. Ogni gesto di solidarietà e di riconciliazione, inoltre, potrebbe cambiare il cammino dell'umanità ed è ciò che ci spinge ad andare avanti come beati figli di Dio, clemente e misericordioso, Dio amore.