Il gruppo uomini della Chiesa battista di Milano.
Da molto tempo desideravo la nascita di un gruppo di uomini. Corrispondeva al mio percorso individuale in quanto non sono solo un pastore, ma il marito di una pastora. Questo mi ha abituato a confrontarmi con le trasformazioni simboliche che i cambiamenti di ruolo hanno portato. La presenza di colleghe pastore ci ha dato la possibilità di rimodulare in forme diverse il nostro modo di essere pastori.
Il tono assertivo, senza mai dubbi, il condottiero della comunità, senza fragilità, dal tono di voce roboante per alcuni era una forma ancora praticabile, per altri non più, si poteva fare diversamente. Vi avevo provato già diverse volte, ma ho incontrato resistenza da parte dei miei fratelli a far parte di un gruppo di uomini che non fosse un club maschile ma un mettersi in gioco. A Milano si sono trovate le condizioni che han permesso a un piccolo gruppo di uomini di partire. Vi facevano parte anche persone di orientamento omosessuale; il confronto con i loro vissuti è stato motivo di grande crescita per tutti. Vi hanno partecipato solo membri della comunità, anche se ci sono stati scambi con altri gruppi. tra cui uno cattolico del Veneto. Dopo i primi due incontri con una mobilità di presenze, si è scelto di fermare l'andirivieni e la curiosità e il gruppo si è consolidato.
Percorsi
Il gruppo si è chiamato "Uomini in gioco". Cammin facendo il gruppo si è ridotto, quando alcuni, capendo la posta in gioco, non se la sono più sentita di partecipare. La comunità ha accolto nel suo insieme questo desiderio e ha espresso la sua piena disponibilità. Come molte nostre comunità, la nostra è sostenuta da donne, che sono abituate da tempo a parlare delle loro vicende, dei vissuti personali e hanno imparato a costruire insieme un percorso di emancipazione spirituale all'interno della comunità. Questo percorso mancava ancora agli uomini che non ne avevano mai sentito la necessità.
Siamo partiti da una sola idea fondamentale: presentiamoci, parliamo di noi stessi gli uni agli altri, perché noi uomini non vi siamo abituati. Parliamo dei massimi sistemi, della politica, del calcio, ma non ci viene di riferire cose che riguardano il vissuto, perché ci è stato interdetto e proibito: questo tratto era visto come femmineo, quindi una debolezza. Non avendo un'esperienza pregressa, si è trattato di un processo in cui si costruiva una tappa alla volta.
In una prima tappa, durante l'incontro, a turno, ognuno di noi aveva il tempo per raccontare la propria vita nella piena libertà di decidere che cosa dire o no, senza che nessuno fosse forzato. Così ognuno era incoraggiato dalla fiducia che ciascun membro attribuiva agli altri, a condividere il più possibile le proprie domande, i propri conflitti irrisolti, alcune vicende delicate del proprio vissuto.
Strumenti
In questa fase ci siamo serviti dello strumento del genogramma, cui fa ricorso la psicologia e che può essere usato nella pastorale e nella spiritualità. Le persone presentavano la propria vita mediante un grafico nell'insieme del loro vissuto, quindi in maniera sincronica, poi con un racconto diacronico. La persona poteva rappresentare di tutto (genitori, fratelli, sorelle, compagni di vita, amici, l'animale domestico quando presente, i nonni) fino a quando ha memoria e informazioni.
Lo schema distribuito a ciascun partecipante diventava l'ausilio per raccontare le proprie storie e relazioni. Alla fine, si potevano fare delle domande, chiedere approfondimenti su alcuni aspetti. Per esempio. "Vedo che c'è un conflitto con tuo fratello, vuoi raccontarci di più? È risolto? Sopito? Oppure escluso dalla tua vita?". La persona era libera di dire qualcosa di più. Quando si rompe il primo argine, le persone parlano molto di più, incoraggiando gli altri a farlo con lo stesso sguardo di libertà.
A che cosa ha portato? A far emergere le proprie fragilità e difficoltà, o propri punti dolenti, le proprie solitudini, a confessare il fatto che l'assertività, il decisionismo sono camicie di forza in cui spesso siamo costretti dall'educazione plasmata dalla cultura patriarcale. Si sono cementati fortemente i rapporti fra le persone. Chiedendo a persone che sono in comunità da venti, trent'anni se avessero saputo degli altri quelle realtà emerse durante il percorso, la risposta è stata no. Vivere la comunità per i maschi non significa realmente una conoscenza reciproca. Quando, però, questo capita, si fa un salto di qualità.
In una seconda tappa, visto che il sistema si confermava virtuoso, abbiamo fatto il medesimo esercizio con i personaggi biblici (Abramo, Mosè, Gesù…) ricostruendone i percorsi, le esperienze, descrivendone la mascolinità.
A un incontro porto un genogramma dicendo di essere stato incaricato da una persona assente di comunicarlo al suo posto, perché questa non se la sentiva di farlo. Il nostro è un ambiente piccolo e la persona voleva essere tutelata. Racconto una storia pesante con situazioni di violenza, adulterio, omicidio. Le persone si meravigliano degli estremi, fanno alcune domande o considerazioni. Alla fine rivelo che il personaggio in questione è Davide, re d'Israele, che manifesta una maschilità violenta e prepotente.
L'obiettivo
L'obiettivo era far comprendere che la Scrittura è sempre molto meno bacchettona di noi. Non nasconde i lati oscuri delle persone, perché siamo fatti così. Se di Davide si dice così, a maggior ragione possiamo guardare i lati oscuri di noi. Il gruppo ha conosciuto momenti in cui la persona diceva di essersi rivelata a se stessa in primo luogo violenta, di aver picchiato, di aver fatto qualcosa di ingiusto. È stato un processo terapeutico.
C'è stata un'ulteriore fase: quella della restituzione. Il libro di Esther, letto e commentato dal gruppo, ha costituito la traccia per una liturgia in cui abbiamo raccontato alla comunità la cultura patriarcale che traspare dal libro e i suoi condizionamenti in noi. Infine, c'è stato un lavoro di elaborazione in comune con il gruppo delle donne su alcuni temi comuni. Ci vedevamo la domenica pomeriggio. Leggevamo separatamente un testo biblico. Insieme, poi, ciascun gruppo raccontava che cosa aveva udito o visto nel testo. Così emergeva bene la lettura maschile, che è di parte, nonostante per secoli sia stata considerata quella oggettiva. Le donne leggono diversamente: quel che è sorvolato dai maschi, dalle donne è riconosciuto e sottolineato. Abbiamo fatto lo stesso con alcuni film. La possibilità di avere uno scambio tra i due gruppi. Quando le donne facevano notare con garbo atti prepotenti e di sopraffazione da parte di uomini, questo non veniva rintuzzato e contestato ma diveniva oggetto di riflessione.
Il metodo
Alcune regole ci hanno guidato. Anzitutto la chiarezza di linguaggio, cioè, limitare le discussioni sui massimi sistemi. Chi parla, parte sempre da sé: io penso, a mio avviso, nella mia esperienza… Quando uno viene meno a questo impegno, glielo si ricorda. Ognuno ha il limite della propria esperienza: quello che uno pensa non lo dovrebbero pensare tutti. Un'altra: la riservatezza. C'è un patto preventivo: non dire nulla fuori dal gruppo di quel che emerge nel gruppo, a meno che qualcuno lo permettesse. Un'altra. il rispetto e il non essere invadenti. L'animatore pastorale ha il compito sia di fermare le domande inopportune, invadenti, non corrette sia di impedire che qualcuno approfittasse del gruppo per farne il luogo delle sue ragioni contro un altro in assenza di questi. Si resiste al meccanismo della manipolazione. Si chiede alla persona di raccontare i propri sentimenti e di astenersi dal giudizio sul comportamento altrui. Inoltre, l'animatore pastorale affrontava le situazioni più delicate, quando una persona si ferma presa dalla forza delle sue emozioni. Sono momenti sacri. Non sorvola, né spinge oltre il dovuto. Si lascia che la persona si prenda il tempo necessario per recuperare lucidità e coscienza di quel che vuole e si sente di dire.