Occorre ripensare e ripartire dal maschile. Cosa significa essere maschi? Una teologa cattolica si interroga.
Per cercare di comprendere quale possa essere il valore e l'urgenza di porsi la domanda sulla maschilità, forse è bene partire da un fatto concreto, cioè lo stupro collettivo perpetrato su una ragazzina da ragazzi molto giovani, accaduto nelle settimane passate a Palermo. Mi è parso interessante – anche se è sempre il solito tentativo di scagionare lo stupratore – che fra i molti commenti si cercasse di attenuare le responsabilità di questi ragazzi sostenendo che la ragazza avesse dato il consenso a quanto accaduto.
Ora, ammettiamo per un attimo che fosse vero: quali sono i valori di un maschio che decide non di avere un rapporto sessuale consenziente, ma di partecipare a un'azione di gruppo di molti su una, un'azione che diventa sfrenata, violenta e disumana? Quale idea di sessualità ha un uomo che fa questo? Quale idea di donna ha? E quale idea di maschio, cioè quale idea di se stesso come maschio ha?
Questa domanda sulla maschilità non viene mai posta, né esplicitamente né interiormente. Si acquisiscono acriticamente modelli spesso violenti e quasi sempre anacronistici, senza nemmeno immaginare che possano esisterne degli altri, senza porsi il problema di che persona si vuole diventare. Quali azioni sono maschili? Quali modalità di relazione? Quale rapporto con il proprio corpo? In ultima istanza la domanda potrebbe essere: che cosa significa essere maschi? Certo, se la nostra società, nonostante le conquiste femministe e le legislazioni egualitarie (o che almeno tentano di esserlo), ancora vede le donne profondamente svantaggiate in tutti gli ambiti e sotto ogni aspetto sociale e culturale, una ragione ci dovrà pure essere. Forse il punto è che, mentre le donne si sono interrogate su che cosa significasse essere una donna, hanno fatto i conti con gli stereotipi e i pregiudizi e provato a cambiare qualcosa per sé, per le proprie figlie e per tutti (fallendo anche e ricadendo a volte in prigioni peggiori di quelle da cui volevano uscire, ma comunque mettendo in gioco se stesse e cambiando le regole sociali), gli uomini non si sono interrogati su se stessi e questa mancata riflessione si è cucita con i cambiamenti sociali legati all'emancipazione delle donne traducendosi in risentimento e violenza, in quella che viene normalmente chiamata maschilità tossica.
A dire il vero bisogna ammettere che molti uomini maschi hanno innescato cammini di rinnovamento relazionale con le proprie compagne e i propri figli, nonché assunto stili di vita che non cedono a stereotipi e violenze, ma tutto questo è ancora embrionale e lasciato alla buona volontà dei singoli. Gli stessi maschi che tentano di non usare certi linguaggi o di non scadere in certi stili vengono marginalizzati o derisi. D'altra parte, le società si sono sviluppate in modo androcentrico e patriarcale per millenni, non potevamo pensare che una svolta epocale come quella del riconoscimento della piena parità per donne e uomini, nonché dello stesso diritto ad accedere a beni e impegni sociali, potesse avvenire senza un ripensamento dei significati, delle rappresentazioni e delle stesse relazioni sociali. Per andare avanti, però, sulla strada della giustizia e dell'uguaglianza, non basta più parlare della condizione delle donne, occorre parlare del maschile e di quali modelli di maschilità proponiamo nei linguaggi, nei giochi, nei film, di come cresciamo i nostri figli maschi.
Nella Chiesa la situazione che ho appena descritto viene esasperata. Infatti, spesso si pensa che i mutamenti dei ruoli sociali, l'emancipazione femminile o la messa in discussione dei modelli stereotipati, sia un male. Si arriva a pensare persino che fosse nel progetto di Dio che le donne fossero dedite alla casa e ai figli, nonché devote e sottomesse a un marito impegnato su altri fronti, e che sia volontà di Dio che gli uomini abbiano la stragrande maggioranza delle ricchezze, delle opportunità di lavoro retribuito, delle responsabilità sociali ed ecclesiali, persino del tempo libero. Figuriamoci, dunque, se arriviamo ad accorgerci della problematicità dei modelli di maschile che purtroppo soggiacciono agli stereotipi tradizionali.
Ruoli
A questo si aggiunge il fatto che ancora nella Chiesa esiste un ruolo – quello del ministro ordinato – per il quale la maschilità è requisito necessario ed esclusivo. Tale fatto è ulteriormente esasperato da una concezione clericale della Chiesa stessa per cui ogni responsabilità o parola pubblica – nonostante la tradizione ci dia altre testimonianze e possibilità – è stata legata al ministero ordinato. Per essere ministri ordinati, dunque – cosa che nell'attuale struttura ecclesiale è necessaria per l'accesso alla parola pubblica o per qualsivoglia responsabilità ecclesiale – occorre essere maschi.
Se dal clericalismo si sta cercando di uscire – o almeno da più parti si dichiara la necessità di superare questa struttura in cui ogni responsabilità e parola pubblica ecclesiale sia in mano ai ministri ordinati – la questione dell'accesso al ministero ordinato per le donne, anche solo nel grado del diaconato, è più faticosa. Non ci interessa qui discuterne i motivi né proporre un cambiamento nella politica ecclesiale in questo senso, però è bene chiedersi – visto il contesto sulla concezione della maschilità di cui sopra – quale idea di maschio possa interiorizzare un uomo pensando che, proprio in quanto maschio, può essere conforme a Cristo e renderlo presente nel ministero ordinato, mentre un essere umano femmina non può. Quale idea di maschilità avrà e di conseguenza quale idea di femminilità? E, a cascata, quali relazioni paritarie e reciproche sono possibili? A queste domande vanno aggiunte quelle che riguardano il celibato, non tanto la sua sensatezza, ma le teologie e le spiritualità che sono state usate per sostenerlo e che hanno dipinto il maschio celibe come perfetto, superiore, libero, capace di andare oltre i limiti umani e gli ordinari vincoli affettivi.
Tutto questo, un tempo ritenuto pacifico, è divenuto problematico. Occorrono altri significati, altre letture, altre prassi. Per questo è bene cominciare a domandarsi se non sia ora di ripensare qualcosa, proprio a partire dalla concretezza dei vissuti maschili, dei corpi, dei sentimenti, della sessualità maschile e di tutti i condizionamenti culturali di cui sopra ho provato a dare cenno. Magari anche la piaga degli abusi, la cui causa saggiamente è stata ricercata da papa Francesco nel clericalismo, va connessa anche con una concezione della maschilità che, nella struttura ecclesiale, è cementata con la condizione di chierico e con una sua interpretazione sacrale. Che cosa succede se una persona pensa di poter superare ogni limite in quanto persona sacra? E se questa persona sacra, maschio, ha introiettato un modello di maschilità tossica, in cui un maschio è sempre in posizione di dominio su quei soggetti che pensa femminilizzati, cioè, sottomettibili proprio perché non maschi (donne, bambini, omosessuali passivi per esempio)?
Abbiamo di fronte, dunque, un compito importante quanto arduo, perché ripensare le rappresentazioni e i ruoli di genere è complicato e scuote i sistemi sociali fino alla radice, ma se vogliamo una Chiesa che testimoni la possibilità di relazioni reciproche e vivificanti è necessario farlo. Non è colpa nostra se la storia che ci ha preceduto ci ha consegnato il grave squilibrio del sessismo, ma è nostra responsabilità attingere al Vangelo per rimuoverlo e ripensare la maschilità è uno dei passi necessari in questa direzione. Magari proprio lo stile di Gesù, che non domina, non agisce di potenza, non viola nessuno, potrebbe essere il punto di partenza non solo per essere umani, ma anche propriamente per pensarsi non conformi a Cristo in quanto maschi, ma, finalmente, maschi conformi allo stile di Gesù, maschi e uomini, secondo il cuore di lui.
Tendiamo a sottovalutare la questione, spesso per paura più che per un giudizio ponderato, il Vangelo però ci insegna il coraggio di rinnegare noi stessi (cioè, ciò che di noi e del nostro vivere ci impedisce la sequela) per camminare nella novità del Vangelo. Per questo la Chiesa è chiamata a essere più coraggiosa di altri nel mettere in discussione tutto ciò che non dona vita, per intraprendere vie nuove in cui tutti e tutte sono nutriti. Non c'è niente da perdere, tutto da guadagnare.
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Per approfondire
A. Cavarero et al., Diotima. Il pensiero della differenza sessuale, La tartaruga edizioni 2003
E. Badinter, L'uno e l'altra. Sulle relazioni tra l'uomo e la donna, Longanesi 1986
G. Bertin, Mosè: mito di un uomo, racconto di un maschio. Provare a rileggere la maschilità del profeta per eccellenza, Claudiana 2021
S. Ciccone, Essere maschi. Tra potere e libertà, Rosemberg & Sellier 2009
F. Héritier, Maschile e femminile. Il pensiero della differenza, Laterza 2010
M. Gauchet, La fine del dominio maschile, Vita e pensiero 2019
G. Lo Russo, Uomini e padri. L'oscura questione maschile, Borla 1995
D.F. Noble, Un mondo senza donne. La cultura maschile della chiesa e la scienza occidentale, Bollati Boringhieri 1992
S. Segoloni Ruta, Gesù maschile singolare, EDB 2020
A. Spallacci, Maschi, Il Mulino 2012
A. Zatti, La psicologia maschile spiegata alle donne, Liguori 2012