Qualifica Autore: Pastori della Chiesa battista

In che modo Dio ci parla? Quali parole sono riconducibili al linguaggio quotidiano di Dio? Iniziamo un nuovo viaggio, all'insegna delle parole. E partiamo dal sorriso.

 

Il sorriso dovrebbe comparire come ultima parola di un vocabolario biblico-teologico. Se non altro in base all'adagio popolare "ride bene chi ride ultimo"! Invece, questa parola "escatologica" fatica a trovare una sua collocazione tra chi prova a rendere ragione della speranza cristiana. Forse perché troppo poco solenne, sentita persino come disdicevole. Anche se non ha la sguaiatezza del ridere, né il cinismo del deridere, il sorridere al massimo suscita un ulteriore sorriso, che suona come un benevolo giudizio di irrilevanza.

Non fa parte delle grandi parole della fede; serve solo a non comparire sulla scena troppo tristi, per quanto la serietà della fede non scorga una vera e propria opposizione tra tristezza ed Evangelo. Solo questione di tatto e anche un inevitabile scendere a patti con un mondo poco serio, che cerca a tutti i costi la risata.

Sdoganiamo il sorriso come strategia pastorale, ingrediente oggi necessario per il marketing religioso; ma senza la pretesa di scorgervi scenari rivelativi, percorsi spirituali. Diciamo che si tratta di un compromesso tra il caso serio della fede e l'ironia postmoderna che ci ha stregati. Niente di più. Senonché, in lontananza, riusciamo ancora a sentire l'eco del "risus paschalis", di quella fragorosa risata che nel Medioevo cristiano accompagnava l'annuncio della resurrezione di Gesù. Un'eco percepibile solo tra i documenti che fanno memoria di quella stagione, prima che nei secoli successivi quella risata se l'accaparrasse Rabelais, per prendere in giro la presunta, spesso ipocrita, serietà cristiana. Eppure, quella sconveniente tradizione liturgica, che faceva del riso il protagonista della festa principale della cristianità, non nasceva da qualche mente corrotta: era frutto di una seria (!) meditazione delle Scritture.

Verso la Resurrezione

"Ride bene chi ride ultimo" è il titolo della storia di Abramo e Sara e del loro agognato e disperato desiderio di avere un figlio. Entrambi – non solo Sara – ridono di una promessa che appare ai loro occhi ridicola: concepire un figlio quando si è avanti negli anni, quando il tempo di generare è finito. Ma quando Isacco viene messo al mondo, a ridere è Dio. E se non limitiamo questa storia alla vicenda di una coppia sterile, che desidera un figlio e trova in Dio il fautore di un'inseminazione artificiale non ancora brevettata; se cogliamo la posta in gioco della narrazione dei patriarchi e delle matriarche d'Israele, tutti affetti da sterilità, soggetti di una commedia umana incapace di generare futuro e per questo afflitta da una tristezza mortale, che impedisce anche solo di scorgere un avvenire; se cioè ci misuriamo con la strategia narrativa dell'autore biblico, che racconta come "il futuro del mondo non possa nascere da un parto verginale della storia", di come sia necessario l'intervento divino per rendere generativa la nostra umanità sterile: allora intuiamo il peso di quella risata divina, che non è altro che un sorridere dell'incredulità umana, del suo attenersi allo stato di cose presente, incapace di volare alto, di sognare un mondo bello e buona, generativo, come invece compare nel desiderio di Dio, fin dal tempo della creazione del mondo. Il sorriso di Dio rimarrà iscritto nel nome stesso di Isacco e, dunque, anche in quello divino, essendo Lui il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Come dirà lo stesso Gesù, quella risata non sarà solo il titolo di un episodio del passato, che la storia successiva ha pensato bene di dimenticare.

Rifacendosi proprio a questo nome divino, in cui Dio lega la sua identità a quella dei patriarchi, ne spiega il senso in questi termini: è un Dio dei vivi, non dei morti. Isacco continua a vivere e a far udire il riso di Dio, perché la storia è destinata alla resurrezione. La nostra storia non è destinata a "scendere nella tomba", come osa dire il Salmo 29, che continua a cantare l'opera di Dio in questi termini: "Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia". Il libro dei Salmi, laddove è la Parola stessa di Dio a darci le parole per incontrarlo, accompagna costantemente il grido con il canto; e in questo contrappunto la gioia del sorriso riempie la scena.

Forza generativa

Ma che dire, allora, del monito di Gesù: "Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete"? La serietà dei tempi ultimi muterà in smorfia il sorriso? Il Dio di Gesù non è più il Dio di Isacco? Tutt'altro! Il sorriso di Dio si mostrerà più forte del riso dei potenti di questo mondo, che saranno rovesciati dai loro troni. Il sorriso divino non ha nulla di accondiscendente, non è l'espressione simpatica di chi pensa non vi sia alcun problema. Il suo è un sorriso sovversivo, di chi desidera ristabilire la giustizia e rendere di nuovo generativa una storia resa sterile dall'agire iniquo.

Secoli di cristianesimo "sacrificale" ci hanno privato della forza generativa del sorriso divino. Ora, per quel misterioso movimento a pendolo a cui sembra rispondere la nostra storia, un cristianesimo che propugna solo il benessere dell'anima rischia di farci perdere il mondo, privandoci della forza trasformativa della fede. Dunque, allegro ma non troppo? In un certo senso, sì, se il sorridere è pagato al prezzo di una levata di spalle di fronte alle ingiustizie che affliggono altri. Ma solo in questo senso. Perché l'allegria, il sorriso, una volta depurati dalle loro cattive interpretazioni, sono risorse divine. Sono il sì di Dio alla vita buona, a un mondo in cui finalmente la giustizia è ristabilita. È la forza di chi non ha potere eppure riesce a raggirare il potente, come Sifra e Pua, le levatrici che si fanno gioco di quel re che si crede Dio ed è convinto di avere controllo sulla vita e la morte dei suoi sudditi. È potente il faraone, così potente, da non riuscire a controllare quanto avviene nello spazio dove c'è meno potere: lo spazio delle donne. Da lì parte la cospirazione contro il faraone. I gemiti delle partorienti non si trasformano in pianto di cordoglio, ma in sorriso di vita. 

Dal sorriso della puerpera a quello della profezia c'è una linea di continuità tracciata dal Dio della vita, Colui che non smette di insistere affinché l'umanità inizi a esistere. Come annunciano i profeti, si può sorridere solo di fronte a una vita vissuta in pienezza, a una storia riconciliata, poiché la gioia è il segno dei tempi ultimi, quando chi è muto, senza voce, griderà di gioia; quando l'afflizione si muterà in gioia. La parola biblica dà voce al canto e alla danza di gioia di uomini e donne che, insieme, si scoprono liberati dalle catene del faraone. Hanno attraversato le acque minacciose e sono scampati alla furia dell'esercito e, sull'altra sponda, prima di riprendere il cammino verso la libertà, celebrano quel Dio che li vuole liberi e che li accompagna nel viaggio.  Allo stesso modo si sorride per quel sussulto di un bimbo nel grembo della madre alla voce del saluto della parente e per il cantico gioioso di Maria, che risponde all'accoglienza festosa di Elisabetta. E lo stupore che accomuna le due donne, trova voce in quel cantico che vede l'invisibile, un mondo che ancora non c'è eppure è già presente: "ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili". Il sorriso, in questa prospettiva, non allarga solo il viso, ma il cuore e lo sguardo, fino a vedere oltre e scorgere l'impossibile di Dio.

Valore politico

È la "gioia piena" promessa da Gesù a chi rimane unito a Lui e alla sua parola. Pensando all'annuncio del Regno fatto da Gesù, l'apostolo Paolo scrive: "Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo". Perché i cibi e le bevande possono essere consumati ingiustamente, ridendo di coloro a cui sono stati tolti. Ma se vivi la vita lasciandoti muovere dallo Spirito di Gesù, allora sarai abitato da quella gioia che desidera pace e giustizia per tutte e tutti.

Sorridere alla vita è gesto politico, della polis sognata da Dio e affidata all'umanità perché custodisca e coltivi questo sogno.