Noi, le nostre coscienze e le guerre. 

 

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Qualifica Autore: Pedagogista e Direttore CPP - Centro Psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti

Nel centenario della nascita di Danilo Dolci non si riesce e non si riuscirà a fare di lui un santino innocuo, un'immagine su cui bearsi e da utilizzare un po' per tutte le occasioni. Non lo si può tirare da tutte le parti perché è una figura conflittuale dell'Italia uscita da una terribile dittatura fascista e da un altrettanto devastante guerra mondiale.

In Sicilia, negli anni Cinquanta, sperimenta per la prima volta e in maniera diretta le tecniche nonviolente gandhiane: il digiuno, come metodo di protesta e di resistenza contro le morti dei bambini per malnutrizione; lo sciopero alla rovescia, per chiedere il diritto costituzionale al lavoro; le marce per la pace contro la guerra in Vietnam e successivamente per un intervento dello Stato dopo il terremoto del Belice. Per gli stessi motivi, nel 1970 dà vita alla prima radio libera in Italia – la Radio dei Poveri Cristi – trasmettendo per trentasei ore finché i carabinieri entrano demolendo tutto. Sono del 1965, le aperte denunce nei confronti del livello politico della mafia, primo caso del genere in Italia, che portano il Governo Moro a far dimettere un ministro e un sottosegretario. Nomi eccellenti che, ancora oggi, risultano impronunciabili. Mentre Danilo Dolci viene condannato per diffamazione non potendo esporre i contadini e i pescatori siciliani, di cui aveva raccolto le testimonianze, a un processo così pericoloso.

Qualifica Autore: Novara

Il silenzio è punto di equilibrio tra ascolto e comunione. È dimensione necessaria della ricerca e dell'incontro.

 

Il silenzio è una sorta di nostalgia di Colui per cui siamo creati e di cui il nostro cuore ha un'indomita sete. Coincide, infatti, con Dio stesso, la sua presenza viva, il luogo in cui non ha mai cessato di abitare. Tu sei il Silenzio! Ma come bere alla sua fonte quando le nostre orecchie, i nostri occhi e tutto il nostro essere sono continuamente invasi da suoni, immagini, informazioni tanto incalzanti da non lasciarci tregua né giorno né notte?

Parlare del silenzio non è facile per nessuno. Ed è tanto più paradossale che a farlo sia qualcuno che ha abbracciato la vita monastica, cioè una vita appunto di... silenzio. Eppure quanto è importante riflettere su di esso. Per noi si tratta proprio di vita o di morte, perché, privata del silenzio, la nostra vita stessa perderebbe ciò che le dà forma.

Prendere il largo

Da poco più di cinquant'anni abitiamo su una piccola isola dolcemente adagiata in un suggestivo lago prealpino. La scelta stessa del luogo era la risposta al bisogno di "prendere il largo" dal tumulto della città per ritrovarci a vivere nella semplicità la Regola di San Benedetto, ritmata, com'è noto, dalla preghiera e dal lavoro.

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Quello che ho imparato nell'esperienza mediatica del G7.

 

In questo articolo analizzerò la macchina comunicativa dei leader del G7 comparandola con la comunicazione alternativa dei movimenti di protesta.

La potenza della comunicazione istituzionale

I leader del G7 possono contare su nutriti staff di giornalisti che hanno accesso privilegiato ai principali media e agenzie di stampa. Hanno le competenze necessarie per diffondere il loro messaggio in modo chiaro e incisivo.

La voce dispersa dei movimenti alternativi

Dall'altra parte, i movimenti, le associazioni e le reti che si organizzano per esprimere un punto di vista diverso al G7 si trovano spesso in difficoltà. Senza una strategia comunicativa coordinata, questi gruppi agiscono in modo frammentario e questo rende difficile per i giornalisti comprendere e riportare in modo chiaro le loro posizioni.

Il ricordo di padre Angelo Cavagna, storico obiettore di coscienza. È parte della storia dei movimenti nonviolenti.

 

"A digiuno per fame di pace". Titolava così il numero 29 del luglio 1987 di "Famiglia Cristiana" in cui Alberto Chiara raccontava di un prete dehoniano di Bologna che, da alcune settimane, non toccava cibo per solidarietà con gli obiettori di coscienza. Il prete si chiamava Angelo Cavagna, che ci ha lasciati il 28 aprile scorso, a quasi 95 anni, dopo una lunga malattia.

Il cronista aggiungeva che il dehoniano aveva perso già 9 chili, ma "il coraggio e la costanza non sono stati scalfiti". E poi lasciava a lui la parola: "L'idea di una protesta clamorosa nei confronti del Ministero mi venne circa un anno fa, quando responsabile della Difesa era il repubblicano Giovanni Spadolini. Ritardi, inefficienze, precettazioni d'autorità: tutto rientrava in un preciso disegno politico volto a mortificare l'Obiezione di Coscienza".

Erano i tempi, quelli, in cui il numero dei giovani che non volevano fare il militare cresceva di anno in anno, preoccupando i generali che rispondevano cercando in ogni modo di ostacolare la scelta dell'obiezione, mentre il Parlamento non riusciva ad approvare una legge che sostituisse quella del 1972, fortemente punitiva. Angelo Cavagna l'ha attraversata tutta, la storia dell'obiezione nel nostro Paese.

Qualifica Autore: Psichiatria Democratica

100 anni di Franco Basaglia. Un libro e un convegno sono l'occasione per ricordare la rivoluzione compiuta con la chiusura dei manicomi.

 

Quest'anno si ricordano i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia (11 marzo 1924 –29 agosto 1980) e di Giulio Maccacaro, (8 gennaio 1924 –15 gennaio 1977), fondatori cinquant'anni fa rispettivamente di Psichiatria Democratica e di Medicina Democratica.

Basaglia e Maccacaro sono stati entrambi partigiani e antifascisti. Basaglia a 20 anni è stato incarcerato per attività antifascista, mentre Maccacaro ha combattuto nell'Oltrepò Pavese con gruppi partigiani. Questa loro comune radice biografica li ha portati a diffidare di una scienza apparentemente neutrale, ma in realtà al servizio del potere dei grandi interessi capitalistici. Maccacaro dirigeva la collana editoriale "Medicina e potere", di Feltrinelli.

Entrambi sono stati grandi innovatori: hanno cercato di dare alla Psichiatria e alla Medicina un respiro sociale fatto di partecipazione e critica costruttiva, attraverso battaglie antistituzionali quali la lotta al manicomio, le lotte dei lavoratori in fabbrica, gli studi epidemiologici finalizzati alla prevenzione ecc. Il loro pensiero dà ancora molta luce ai tempi bui che stiamo vivendo con tanti gravi incidenti sul lavoro, con la scienza al servizio delle industrie di armamenti sempre più sofisticati, con la presenza dei Cpr (Centri per il rimpatrio), veri e propri lager infernali per migranti, da chiudere e non da riformare, come i manicomi, che Basaglia avrebbe considerato "crimini di pace".

Qualifica Autore: Presidente Pax Christi Italia

Quel che resta di un sogno. È il titolo della postfazione scritta da mons. Ricchiuti alla biografia di mons. Luigi Bettazzi, curata da Alberto Chiara per Edizioni San Paolo. Ne pubblichiamo ampi stralci. 

 

Caro don Luigi, fratello vescovo, a un anno di distanza dal nostro ultimo saluto terreno, mi permetto di ricorrere a un genere letterario che usavi spesso, la lettera aperta, per ragionare con te su ciò che resta di un sogno, il tuo: un sogno colorato di fede, amore e libertà, come recitava il sottotitolo di uno tra i tuoi libri più recenti. Partiamo dal fondo o, meglio, dal "principio" ed è esattamente da quelle parole del profeta Gioele: «… i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni…» (Gl 3,1). Alla fine, l'hai spuntata perché tu non hai mai smesso di avere visioni e di far sogni.

Infatti la "guerra giusta" non c'è più. O meglio: i conflitti continuano a insanguinare la terra, semmai si sono tragicamente moltiplicati, ma non si può più premere il grilletto arruolando Dio nelle proprie fila. Visioni e sogni sono diventati realtà. Il magistero ha cancellato ogni possibile giustificazione. Hai fatto in tempo a leggere l'enciclica Fratelli tutti, del 3 ottobre 2020. Preso atto di come «la guerra non sia un fantasma del passato, ma sia diventata una minaccia costante» (256), a nome della Chiesa papa Francesco, anche lui sognatore e visionario, ha affermato con decisione che «non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all'ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile "guerra giusta". Mai più la guerra!» (258).

Paura della guerra o, piuttosto, della pace? Riflessioni aperte sul nostro tempo.

 

Premessa

C'è mai stato qualcuno al mondo che in una qualche sua frase o pensiero, non ha mai invocato la pace?

Sicuramente molti dittatori e strateghi militari (in una famosa frase Adolf Hitler sosteneva: "La razza umana è diventata forte nella lotta perpetua e non potrà che perire in una perpetua pace". Lo echeggiava Benito Mussolini: "La nostra pace più sicura sarà all'ombra delle nostre spade"), ma per il resto il pronunciamento della parola "pace" è di tutti (mi vengono in mente le miss appena elette che, all'immancabile domanda di quale fosse il loro sogno, rispondevano: "La pace nel mondo!").

Tutti la invocano, molti la cercano, in tanti la pregano, pochi la perseguono efficacemente: ma, sinceramente, di quale pace si parla?

Le donne e le guerre. I processi necessari  di pacificazione e di riconciliazione tra popoli e persone.  Intervista alla giornalista Elena Pasquini.

 

Nel nostro percorso di incontri con le donne promotrici e protagoniste dei processi di pace, abbiamo incontrato Elena L. Pasquini, giornalista per molte testate italiane e internazionali, reporter di guerra, attenta conoscitrice dei conflitti armati, che con il suo impegno e il suo lavoro ci porta in viaggio con sé nel mondo alla ricerca di storie di guerra, ma anche di partecipazione alla costruzione della pace e di riconciliazione.

Elena, grazie per aver accolto la proposta di portare nelle nostre pagine la tua esperienza di donna e di professionista per la pace.

Sono io che ringrazio Mosaico di pace per questa occasione di confronto. È un privilegio essere su queste pagine.

Tra le tue tante esperienze, hai scritto il libro La meccanica della pace. É molto interessante la lettura scientifica che dai del processo di costruzione della pace…

In un mondo travolto dalle guerre, la pace rischia di sembrare solo una nobilissima aspirazione, un'utopia e così dimentichiamo che è in realtà l'esito di un processo, di una serie di atti, di scelte, non solo di natura politica ma anche di "tecniche". La mediazione è una di queste, per esempio. "Pacificare" è una scienza che va avanti per "tentativi", "prove", esattamente come tutte le scienze. E la "scienza della pace" è una disciplina molto recente.

Raccontare la guerra significa anche raccontare come si prova a farla finire, attraverso le storie e il lavoro – difficilissimo, lento, paziente – di chi quella scienza della pace prova a metterla in pratica. Nel libro ho usato spesso la metafora della fisica per spiegare che possiamo applicare quello stesso sforzo intellettuale collettivo alla costruzione della pace. È chiaro che serve la volontà politica non solo per abbracciare una visione della sicurezza globale che prescinda sempre di più dall'uso della forza, ma anche per far avanzare quegli studi e mettere in pratica azioni che permettano di fermare i singoli conflitti armati.

Qualifica Autore: dirigente scolastico

Il 2 giugno, associazioni e scuole per una "Repubblica che ripudia la guerra". 

 

2 giugno 1946: gli italiani e – per la prima volta – le italiane, chiamati e chiamate a votare, scelgono la Repubblica come forma di governo per l'Italia che rinasce dal disastro della guerra. È il trionfo della democrazia e della libertà. Da allora il 2 giugno in Italia è festa nazionale, Festa della Repubblica, appunto.

Se nel referendum del 1946 fu il popolo nella sua totalità a esprimersi, perché la commemorazione di questo evento deve esprimersi – a livello istituzionale – prevalentemente se non esclusivamente attraverso l'esibizione degli apparati militari (o comunque "in divisa") dello Stato?...

Cambio della Guardia al Quirinale, alzabandiera solenne, omaggio del Presidente della Repubblica al Milite Ignoto, parata militare ai Fori Imperiali (assai dispendiosa tanto che per alcuni anni è stata soppressa, e poi limitata per ragioni di bilancio), concerto delle bande militari nei giardini del Quirinale: questo prevede il cerimoniale della Festa nella Capitale. È giusto che una festa del popolo italiano tutto, festa di democrazia e libertà come già detto, trovi la sua rappresentazione prima nelle forme militari? Possono le sole forze militari e paramilitari rappresentare la nostra Repubblica? E le professioni, il sindacato, il volontariato, la scuola?...

Qualifica Autore: monaco di Bose, Ostuni

Le Università occupate, i collettivi studenteschi e la solidarietà alla Palestina. Intervista a una giovane studentessa.

  

Mercoledì 22 maggio siamo nell'Università di Bari in piazza Umberto I, per incontrare le ragazze e i ragazzi dell'intifada studentesca che stanno occupando l'ateneo dal 14 maggio. Ci accoglie Antonella De Renzo di Cambiare Rotta con la quale conversiamo.

Da chi è composta l'in-tifada studentesca e quali sono le sue istanze?

All'interno dell'intifada studentesca coesistono varie realtà, diversi simboli, singole persone, associazioni e organizzazioni come Cambiare Rotta, Bread and Roses, Gas_cs, altri collettivi studenteschi. Abbiamo opinioni differenti sulla metodologia dell'impegno e sul mondo, ma troviamo unità sulla Palestina, sulla necessità di muoversi rapidamente e di raggiungere un obiettivo.

Il 10 maggio c'è stata un'assemblea pubblica per coinvolgere le realtà che volevano mobilitarsi sul tema e il 15 maggio, l'anniversario della Nakba, abbiamo iniziato l'occupazione. Volevamo aprire a Bari un percorso che coinvolgesse altre realtà oltre Cambiare Rotta. In tanti, anche come singoli, hanno accolto questo appello. Così abbiamo costituito un coordinamento.

Qualifica Autore: obiettore di coscienza

"La mia obiezione di coscienza" Una testimonianza, un invito a dare priorità alla coscienza. Obiettori per scelta.

  

Nella prefazione del bel libro di Mario Pizzola, La sporca pace. La mia obiezione di coscienza (Multimage APS, Firenze, 2023), Mao Valpiana del Movimento Nonviolento coglie "come l'Obiezione di Coscienza di Mario Pizzola, non dissimile da molti altri obiettori, sia una scelta di vita, e non si possa semplicemente dire "Ho fatto l'obiettore", bensì "Sono un obiettore", perché l'Obiezione di Coscienza è una scelta che si rinnova ogni giorno.

Mario Pizzola, mio maestro e grande amico, riesce a trasmettere la sua visione politica, con leggerezza e senso dell'umorismo in contrasto con l'apparente aspetto severo. Le sue vignette hanno accompagnato la nostra giovinezza, dalle pagine di Azione nonviolenta, e ora le ritroviamo, colorate dal proprio figlio, pur dopo cinquanta anni, attuali e fresche perché la forza della verità non ha tempi. Oggi la storia dell'Obiezione di Coscienza prosegue ovunque, in particolare dove questa contestazione al servizio militare non è ancora un diritto umano fondamentale.

Qualifica Autore: teologo, https://grilloroma.blogspot.com/

La "riserva maschile" e il mutare delle argomentazioni.

 

Riapriamo, nelle pagine e negli spazi di dialogo di Mosaico di pace, una riflessione e un confronto sul maschile nella Chiesa, aperto con il Dossier di ottobre 2023, "Il Maschile, le Chiese e noi", a cura di Davide Varasi. A seguito del Dossier, le nostre argomentazioni e proposte sono state oggetto di una Lettera aperta, "Smaschilizzare la Chiesa: itinerario di pace", pubblicata in Avvenire del 7 maggio. Non è solo una riflessione ad alta voce e condivisa con i lettori. È un percorso aperto, plurale. Proseguiamo, quindi, in questo e nei prossimi numeri di Mosaico di pace, la riflessione e ringraziamo quanti ci hanno scritto alimentando il dialogo.

Sono molto lieto di aver letto il Dossier sulla maschilità (Mosaico di pace, ottobre 2023, ndr), dedicato dalla Rivista all'approfondimento competente di un tema delicatissimo e decisivo.

Constatiamo una scarsa riflessione sul maschile, per nulla comparabile a quella avvenuta sul femminile. C'è poco nella cultura e pochissimo nella Chiesa. Per disinserire questa "arancia meccanica", che lega maschilità impensata e uso/abuso di potere, abbiamo il compito di ripensare il maschile, anzitutto nelle sue forme di "predilezione" e di "distinzione". Qui, a me pare, il passaggio da una "società dell'onore" a una "società della dignità" (Ch. Taylor), implica l'uscita dalle forme "ovvie" di primato maschile, anzitutto nell'esercizio della autorità. Lo aveva già segnato, con limpida profezia, Giovanni XXIII nell'ultima sua enciclica Pacem in terris, quando segnalava che l'entrata nello spazio pubblico della donna doveva essere letta come "segno dei tempi" (e non come minaccia dell'ordine costituito): questo doveva ostacolare molti "complessi di superiorità" e favorire il superamento di "complessi di inferiorità". Ciò implica, per la Chiesa in cammino sinodale, una chiara determinazione a non nascondersi più dietro forme autoreferenziali di immobilismo.

Teologia e femminismo in Brasile. Intervista a Viviana Premazzi. 

 

"Per una società e una Chiesa senza esclusioni. Teologia e femminismo in Brasile" è un libro che è ricerca e apre alla ricerca. Personale e collettiva. Un invito a scoprire altri modi di vivere la religione e di essere Chiesa per le donne. Ecco quel che ci offrono le pagine di Viviana Premazzi. Un dialogo con lei per approfondire.

Questo è un libro che viene da lontano. Che cos'ha di maggiormente attuale?

Il tema della donna nella società e nella Chiesa, purtroppo, è ancora attuale. Più volte papa Francesco è tornato su questo e sui pericoli del clericalismo. È un po' paradossale che ancora si parli di clericalismo, quando già vent'anni fa, e anche prima, in certe comunità – in America Latina nel caso che racconto nel libro, ma non solo – il clero stava già diminuendo e i laici, anzi soprattutto le laiche, erano preponderanti come popolo di Dio nella Chiesa. Ma, nonostante questo, il potere rimane ancora nelle mani di pochi e questi pochi sono soprattutto uomini.

Il vero tema, però, non è solo quello di chi ha il potere di prendere delle decisioni economiche rispetto alla comunità, ma la cultura che deriva da certe scelte e dinamiche di potere. Una cultura che non porta a percezioni e azioni di uguaglianza tra uomini e donne. Quello che il maschilismo e un certo paternalismo radicato nella Chiesa portano avanti è una totale subordinazione delle donne a livello di mentalità, passaggio che si riflette nel permanere in determinate dinamiche di violenza e di potere perché si pensa che quella sia l'unica dimensione possibile.

Proseguiamo la pubblicazione della lettera di don Tonino, dedicata a coloro che lavorano in una fabbrica di armi.

  

[…] Povero fratello operaio. Sei veramente "chiuso in una spira mortale" direbbe Ungaretti che non era un economista neppure lui, e neanche un alto funzionario dei ministeri romani. Ma era un uomo.

[…] Quell'uomo nascosto in te, che impallidisce di orrore quando si accorge che il desiderio segreto (se non l'istigazione palese) degli industriali della morte è quello che le armi da loro prodotte vengano usate, dal momento che il consumo, secondo le più elementari leggi di mercato conosciute anche da chi non sa nulla di Keynes o di Galbraith, è l'asse portante di ogni rapporto commerciale.

Quell'uomo che nelle profondità del tuo spirito freme di sdegno quando si accorge che la gente, più che lo smantellamento delle fabbriche moderne, chiede solo l'abolizione del segreto che copre il traffico delle armi. O quando il governo decide di non vendere strumenti di morte solo ai pazzi più esagitati del manicomio internazionale. Come se, dirottando in zone più tranquille gli strumenti di guerra, non rimanesse sempre in piedi la stessa logica distruttiva.

Quell'uomo interiore che rimane mortificato quando sa che la stessa cifra stanziata dall'Italia in armamenti, destinata invece per programmi civili, creerebbe 30.000 posti di lavoro in più.

L'autonomia regionale differenziata come minaccia all'unità del Paese.

  

L'autonomia regionale differenziata è la facoltà attribuita alle Regioni ordinarie di aumentare le proprie competenze in ambiti oggi disciplinati e amministrati dallo Stato, in modo diverso le une dalle altre. Tale facoltà non era prevista nella Costituzione del 1948: è stata introdotta dalla riforma costituzionale voluta dall'Ulivo nel 2001, all'art. 116, co. 3, Cost. Sinora non è mai stata attivata: dunque, sino a questo momento le Regioni ordinarie hanno tutte le medesime competenze e si sono distinte nel modo di esercitarle; con l'autonomia regionale differenziata potranno distinguersi anche con riguardo alle competenze di cui saranno titolari.

L'art. 116, co. 3, Cost. prevede che le Regioni possano chiedere di veder aumentate le loro competenze in moltissime materie, tra cui: la sanità, l'istruzione, l'università, la ricerca scientifica, il lavoro, la previdenza integrativa, la giustizia di pace, i beni culturali, il paesaggio, l'ambiente, il governo del territorio, le infrastrutture, la protezione civile, il demanio idrico e marittimo, il commercio con l'estero, le cooperative, l'energia, il sostegno alle imprese, la comunicazione digitale, gli enti locali, i rapporti con l'Unione europea. In tutte queste materie, lo Stato potrebbe perdere quasi ogni ruolo. Si potrebbe giungere a Regioni che assumono insegnanti, medici, infermieri e personale amministrativo della giustizia, gestiscono i musei, acquisiscono al demanio regionale strade, ferrovie, fiumi e litorale marittimo, decidono le procedure edilizie, stabiliscono i piani paesaggistici, governano il ciclo dei rifiuti, intervengono a sostegno delle imprese e della ricerca anche nelle relazioni internazionali e via dicendo.

A cura di Renato Sacco e Rosa Siciliano

Noi, la narrazione comune e mediatica e le guerre: quanto e perché abbiamo interiorizzato la violenza bellica? Come smantellare questi stereotipi e archetipi che, spesso, ci portano a giustificare le armi e il loro uso? Nel mezzo di una "terza guerra mondiale a pezzi" e con la produzione e l'esportazione di armi in crescita, ci interroghiamo sulla militarizzazione delle nostre coscienze e della cultura di questo tempo. In un moto di necessaria responsabilità verso il futuro. Perché la nonviolenza è l'unica via di uscita. 

 

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