"La mia obiezione di coscienza" Una testimonianza, un invito a dare priorità alla coscienza. Obiettori per scelta.
Nella prefazione del bel libro di Mario Pizzola, La sporca pace. La mia obiezione di coscienza (Multimage APS, Firenze, 2023), Mao Valpiana del Movimento Nonviolento coglie "come l'Obiezione di Coscienza di Mario Pizzola, non dissimile da molti altri obiettori, sia una scelta di vita, e non si possa semplicemente dire "Ho fatto l'obiettore", bensì "Sono un obiettore", perché l'Obiezione di Coscienza è una scelta che si rinnova ogni giorno.
Mario Pizzola, mio maestro e grande amico, riesce a trasmettere la sua visione politica, con leggerezza e senso dell'umorismo in contrasto con l'apparente aspetto severo. Le sue vignette hanno accompagnato la nostra giovinezza, dalle pagine di Azione nonviolenta, e ora le ritroviamo, colorate dal proprio figlio, pur dopo cinquanta anni, attuali e fresche perché la forza della verità non ha tempi. Oggi la storia dell'Obiezione di Coscienza prosegue ovunque, in particolare dove questa contestazione al servizio militare non è ancora un diritto umano fondamentale.
Il libro è indispensabile per comprendere i conflitti attuali, come in Ucraina, in Palestina, nei territori dell'Africa, "guerre dimenticate" dove molti giovani obiettori di coscienza contrastano la logica della guerra credendo nella nonviolenza, nella ricerca della verità.
Dopo il saggio di Marco Labbate (Un'altra patria. L'obiezione di coscienza nell'Italia repubblicana, Pacini editore, 2020), che prende in esame tutti gli aspetti giuridici e sociali che hanno caratterizzato l'Obiezione di Coscienza, Mario Pizzola presenta ai lettori e a tutto il variegato mondo pacifista le conseguenze concrete di questa scelta, la vita in carcere, ma anche il licenziamento, il pignoramento per il mancato pagamento delle spese processuali, l'attribuzione di ulteriori reati in sede civile, ai quali molti obiettori hanno dovuto far fronte. Una "medievale" repressione prevista da un Codice militare decretato da Vittorio Emanuele III, sottoscritto nel 1941 da Mussolini-Grandi-Teruzzi-Di Revel che, accanto a un altrettanto repressivo Regolamento di Disciplina militare (1966), poneva i militari, detenuti e non, sotto l'assoluta subordinazione delle autorità militari di qualsiasi ordine e grado.
Pizzola ha fatto parte di quei giovani che, nel febbraio del 1971, diedero vita alla prima Obiezione di Coscienza collettiva. Sette giovani, tra cui chi scrive, ognuno con le proprie esperienze di vita, si trovarono a confrontarsi sui valori dell'"obbedienza cieca" alle strutture militari in un convegno sulla nonviolenza a Sulmona: decisero di fare la prima Obiezione di Coscienza "collettiva". Proprio per la sua competenza, in quanto laureato in economia, gli fu assegnato il compito di realizzare anche un'analisi su tutto il sistema "industriale" militare. La dichiarazione di Obiezione di Coscienza collettiva del febbraio 1971 fu la base di tutte le altre obiezioni collettive che seguirono e fu la chiave di volta che portò al riconoscimento giuridico dell'obiezione con la legge del 15 dicembre 1972.
Mario Pizzola e Marco Labbate, pur non conoscendosi, di generazioni diverse tra loro, con i loro contributi, forse inconsapevoli, hanno approfondito sia gli aspetti giuridici sia l'applicazione concreta dell'obiezione, presentando ai lettori, se non una visione definitivamente esaustiva dell'Obiezione di Coscienza, ciò che è stato il movimento degli obiettori di coscienza, La narrazione di Mario Pizzola presenta in modo inequivocabile lo svolgersi dei giorni nelle carceri militari, dove i detenuti militari erano sottoposti a una dura repressione quotidiana. Il racconto dei mesi trascorsi nel Carcere militare di Peschiera del Garda, dal giugno al 30 ottobre 1971, giorno della sua scarcerazione, è quasi "maniacale", nel senso che non viene tralasciato nulla di quanto si svolge dietro le sbarre del carcere. L'annotazione puntuale di ogni momento di vita carceraria, dai tentati suicidi a quelli realizzati, dalla repressione delle istanze dei detenuti militari alle lunghe trasferte verso i tribunali militari per i vari processi e, per finire, alla vestizione di tute blu, per nascondere la 'sacralità' della divisa militare ha permesso a Pizzola di redigere un vero e proprio diario "dal carcere".