A cura di Renato Sacco e Rosa Siciliano

Noi, la narrazione comune e mediatica e le guerre: quanto e perché abbiamo interiorizzato la violenza bellica? Come smantellare questi stereotipi e archetipi che, spesso, ci portano a giustificare le armi e il loro uso? Nel mezzo di una "terza guerra mondiale a pezzi" e con la produzione e l'esportazione di armi in crescita, ci interroghiamo sulla militarizzazione delle nostre coscienze e della cultura di questo tempo. In un moto di necessaria responsabilità verso il futuro. Perché la nonviolenza è l'unica via di uscita. 

 

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Qualifica Autore: direttore dell'Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei

La pace laboriosa e artigianale.

 

C'era una volta…

C'era una volta una comunità cristiana attiva sul fronte dell'educazione alla pace e all'Obiezione di Coscienza. Molti cattolici nella seconda metà del secolo scorso hanno avuto il coraggio di fare scelte controcorrente per contestare l'obbligo della leva. Agivano per contrasto. Contestavano il servizio militare per tutti, facendosi forza con le idee che provenivano dal Concilio Vaticano II. Grazie a Gaudium et spes il rapporto con il mondo si faceva più articolato e incisivo. I maestri italiani portavano il nome di don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, Giorgio La Pira, padre David Maria Turoldo, Igino Giordani… Il valore della nonviolenza si respirava nell'aria per opposizione all'obbedienza cieca e al militarismo. Era potente l'idea che lo Stato si potesse servire non solo imbracciando le armi, ma attraverso il volontariato e la solidarietà.

Due pilastri

Quel clima ha infervorato molti. Li ha spinti a impegnarsi, a manifestare, a dedicarsi alla politica o al sociale. Il punto di approdo è riconosciuto in due leggi all'avanguardia: quella sull'Obiezione di Coscienza (legge n. 772 del 15 dicembre 1972) e quella sulla trasparenza nel commercio di armi (legge n.185 del 9 luglio 1990). Leggi fortissimamente volute da ambienti cattolici in dialogo con mondi laici. In quella stagione le parrocchie erano punti di riferimento, anche grazie al coraggio di preti formati in seminari dove iniziava a soffiare il vento conciliare, capaci di aprirsi al rinnovamento conciliare e imbevuti di Pacem in terris e di Populorum progressio.

Qualifica Autore: pedagogista, attivista del Movimento Nonviolento e docente Università di Bari

Le violenze belliche sono una scomoda eredità che ci portiamo dentro. Come destrutturare e rigenerare la nostra umanità?

 

Ero all'ufficio elettorale per il certificato di voto quando dall'impiegata del Comune, che raccontava a una collega di un cittadino inviperito, mi è giunta all'orecchio un'espressione che non udivo da tempo: "È venuto con la guerra in testa…".

La frase ha continuato a navigare nella mia mente, intorno a uno degli interrogativi che mi accompagna nello studio, nella didattica e negli incontri con le persone: la guerra e la sua matrice, la violenza, ci appartengono per natura? Sono strutturalmente nella nostra essenza? Davanti al racconto delle esperienze di uomini e donne che hanno contribuito a una società umana nonviolenta, leggo spesso tra i volti – oltre all'entusiasmo e alla speranza di alcuni – lo sconforto di chi rimane nella convinzione che sì, la violenza è parte strutturale della cosiddetta natura umana. Le guerre ci sono sempre state e ci saranno sempre, va così.

Violenze

Le guerre ci sono sempre state? La violenza c'è sempre stata? Credo che farci queste domande sia molto importante per rispondere alla speculare domanda sul futuro. E di quale futuro? Formulare un interrogativo così significativo comporta un primo elemento chiave: c'è bisogno che indaghiamo, che studiamo la pace, in una maniera radicale. Non è sufficiente desiderarla, declamarla, invocarla, supplicarla. Questo non ci consentirà di destrutturare l'eredità che ci portiamo addosso, né di ricomporre poi i pezzi di un'umanità capace di rigenerarsi.

Qualifica Autore: giornalista, si occupa di immigrazione per la Fondazione Nigrizia

Quale Europa per un futuro di guerra?

 

Venti di guerra hanno soffiato sopra l'intera campagna elettorale delle ultime elezioni europee. Venti di guerra hanno contribuito a rimettere al centro con forza la parola pace, a declinarla in possibilità e percorsi, in concrete utopie di un domani differente da quest'oggi, circondato da guerre vicine e lontane; alcune cariche di immagini e parole, altre completamente dimenticate, perse nell'oblio di una informazione che racconta solo quel che sente prossimo e minaccioso per sé stessa.

Mentre scriviamo si va al voto, con la preoccupazione di un alto astensionismo e di un avanzare delle forze più conservatrici e guerrafondaie. Ma un dato di fatto è che la pace è diventata un tema in tutti i 27 Paesi dell'Unione, un tema che ricorda la nascita di un sogno di unione di Stati nato al confino di un regime, tra uomini e donne che pensavano di poter sognare un continente unito da un anelito di libertà e di diversità, in una piccola isola del Mar Tirreno, Ventotene.

Un confino, da cui echeggiano sempre i nomi di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, e in cui, come accadde con le partigiane, si smarriscono quelli delle donne che contribuirono a far uscire il famoso Manifesto dall'isola, Ada Rossi, Ursula Hirschmann. Donne che copiarono nelle cartine delle sigarette, con matite appuntite e minuscola scrittura, tutto il testo discusso insieme; donne che tradussero in tedesco, per renderlo accessibile alla Resistenza antinazista, il Manifesto, e che lo fecero battere a macchina in Italia, più e più volte, per poterlo diffondere negli ambienti antifascisti e nelle università.

Qualifica Autore: attivista di finanza etica; esperto di game design e narrative design; www.robertosedda.it

Quale rapporto tra videogame e militarizzazione della cultura? Quale legame tra videogiochi e guerra?

 

Senti, a proposito di militarizzazione delle nostre culture sarebbe bello un articolo sui videogiochi e su quanto (e se) contribuiscano a una cultura militarizzata. L'avere più vite possibili in un gioco affievolisce l'effetto della guerra come morte e distruzione?

Mi piace scrivere su Mosaico di pace, ma le domande sono sempre più difficili!

Uno sguardo sul rapporto giochi-cultura-militarizzazione inculturata.

Allora, prima di tutto la domanda si inscrive in un dibattito lunghissimo su videogame e violenza, praticamente nato insieme ai primi videogame.

Oh bene. Vorrà dire che ormai si è trovata la soluzione…

Mica tanto. Diciamo intanto che la discussione si può dividere grosso modo in due grandi temi: se sia etico mettere in scena la violenza e come, e dall'altra parte se i videogame possano causare comportamenti violenti. Come vedi, sono due domande molto differenti.

E…

La cultura della guerra, i nuovi armamenti, i bambini nelle basi militari: è troppo sognare che le armi tacciano?

 

Le armi sono diventate una garanzia, una "prova di fedeltà" in ogni situazione. Se si vuole dimostrare che si ha a cuore una situazione il modo migliore per dimostrarlo è quello delle armi. E così questa cultura delle armi, della guerra – che non è solo cultura, ma si trasforma in scelte economiche e politiche – la vediamo sempre più diffusa. Basti pensare agli aiuti militari all'Ucraina. Le armi sono il modo per dimostrare "vicinanza" e solidarietà. E questo vale anche per Israele e per tante altre situazioni. Di armi e guerra si parla sempre più nelle scuole. Lo documenta molto bene il libro di Antonio Mazzeo "La scuola va alla guerra".

L'ultimo caso che ha fatto discutere a livello nazionale è quello della scuola materna di Fagnano Olona "gli scoiattoli vengono accompagnati alla Base NATO di Solbiate Olona in occasione della Prima edizione di NRDC ITA No Limits… per i nostri bambini è stato un momento intenso e di grande integrazione… i bambini hanno potuto esplorare i luoghi in cui i militari si addestrano e lavorano; hanno conosciuto i mezzi militari usati nelle missioni, le fasi di una missione, seguendo con curiosità e attenzione".


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