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Da Genova a Firenze e Pisa: manifestazioni, dissenso e violenze. Quale riforma delle forze di polizia?

 

Ancora cariche. Ancora colpi di manganello. Ancora manifestanti inseguiti, messi a terra, malmenati. È successo a Pisa e Firenze, nel mese di febbraio, e stavolta è toccato a studenti medi e universitari che chiedevano il cessate il fuoco a Gaza. Erano così giovani e il trattamento è stato così brutale che il sempre prudente Sergio Mattarella si è sentito in dovere di richiamare formalmente il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi: "L'autorevolezza delle forze dell'ordine", ha detto il Presidente della Repubblica, "non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento".

Il ministro ha incassato a denti stretti e promesso (con il capo della polizia Pisani) sia una riflessione sia verifiche su eventuali abusi e irregolarità. Vedremo come andrà a finire, ma se il passato ha qualcosa da insegnarci, non c'è da aspettarsi chissà quali terremoti istituzionali o ripensamenti su regole, formazione, (in)capacità di autocritica.

I fatti di Pisa e Firenze hanno indignato per la giovane età dei manifestanti, ma non possono davvero stupire. Troppi precedenti. Troppe analogie con altre vicende. Le cariche dette di "alleggerimento" (ma tutt'altro che leggere per chi le subisce) contro manifestanti disarmati e inermi, sono una specialità italiana da oltre un ventennio. Fanno parte di un repertorio poliziesco mai davvero messo in discussione, nonostante ancora si parli, nelle interviste rilasciate da ministri, politici e dirigenti di polizia, di una presunta "svolta" avvenuta dopo i disastri del G8 di Genova del 2001, quando si arrivò a una sostanziale sospensione dello stato di diritto. Si dice che da allora le regole d'ingaggio siano cambiate, che alla nuova Scuola di polizia di Nettuno si sono formati agenti ligi alle regole delle democrazie costituzionali, nelle quali le forze di polizia devono sì garantire l'ordine pubblico ma anche (e forse soprattutto) la piena libertà dei cittadini di esprimere il proprio dissenso.

 I fatti però non confermano queste affermazioni, ripetute fino alla noia per accreditare la tesi che il 2001 segnò un punto di svolta. Svolta che invece non c'è stata, né poteva esserci, se è vero – come è vero – che le forze di polizia non hanno mai davvero rinnegato gli orrori di Genova e anzi si sono impegnate, per anni e anni, a processi in corso, per minimizzare i fatti, sviare le indagini, perfino ostacolare i magistrati, mentre i vari governi – di ogni colore – garantivano copertura politica e addirittura inopinate promozioni agli imputati di rango più alto.

Scorre così "sotto i nostri occhi" un filo di continuità fra i tragici giorni di Genova 2001 e i fatti di oggi, sia pure meno gravi per la portata delle azioni e l'entità dei danni fisici e psicologici causati. È il filo di un'idea di ordine pubblico che ha le sue radici nel modello di polizia precedente la riforma del 1981, quella che tentò di democratizzare almeno uno dei corpi di pubblica sicurezza, di portare i valori della Costituzione nell'agire quotidiano degli agenti, di stabilire la priorità della prevenzione rispetto alla repressione.

Al G8 di Genova capimmo amaramente che lo spirito della riforma era già evaporato, in appena vent'anni. La "risposta" delle istituzioni ai disastri del G8 ha poi aggravato il quadro. Anziché correre ai ripari, compiere una seria e sincera autocritica, indagare al proprio interno, rimuovere i massimi responsabili e "rifondare" la riforma, si scelse l'inerzia.

Si spiegano così le linee di continuità. Oggi tutti riconoscono che la gestione dell'ordine pubblico al G8 di Genova fu a dir poco disastrosa: un ragazzo ucciso da un carabiniere, la tortura praticata su larga scala in caserme e luoghi di detenzione ma anche alla scuola Diaz, l'incredibile caccia al manifestante nelle strade e nelle piazze della città, gli slogan fascisti gridati nelle caserme e in faccia a fermati e detenuti. Tutti oggi riconoscono questo disastro, ma ben pochi agirono a tempo debito per rimediare e voltare pagina. Perciò le forze di polizia italiane sono uscite dal "vortice G8", dai difficilissimi processi per tortura (Diaz e Bolzaneto) portati a termine con risultati inequivocabili, dalle umilianti condanne inflitte all'Italia dalla Corte europea per i diritti umani, senza avere mai compiuto la minima autocritica e anzi con una punta di vittimismo e la sostanziale impunità.

Altro che svolta. I misfatti del G8 sono piuttosto il biglietto da visita della polizia italiana per il nuovo millennio. Perciò i fatti di Pisa e Firenze, e tanti episodi precedenti, sono in perfetta sintonia con Genova 2001; la regola è la stessa di allora: di fronte al "nemico", via libera con la violenza, perché coi nemici non servono mediazioni né precauzioni. Nel 2001 Livio Pepino, giurista ed ex magistrato, parlò a caldo di "diritto penale del nemico", per spiegare le sistematiche violazioni della legalità costituzionale. Oggi forse dovremmo parlare di "ordine pubblico del nemico", secondo una logica pre-democratica.

E se dalla gestione della piazza passiamo poi a considerare quel che avviene nelle carceri, ecco che le linee di continuità si fanno ancora più nette. Impossibile, su questo drammatico punto, sfuggire al confronto fra i racconti – decine di racconti – dei detenuti passati nella caserma – carcere di Bolzaneto a Genova nel 2001 e le immagini riprese nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere nel 2020, col "comitato di accoglienza" riservato in entrambi i casi ai prigionieri, con due file di agenti che sferravano colpi, calci, sputi, insulti ai malcapitati. La tortura a Genova non fu casuale e certi fatti degli anni seguenti hanno dimostrato che esistono tecniche di violenza e di umiliazione del "nemico-detenuto" che si trasmettono da una generazione di agenti all'altra.

Le parole di Sergio Mattarella hanno almeno aperto una discussione, manca però una linea di condotta, un sia pur minimo piano di lavoro. C'è o non c'è la volontà di scavare a fondo nelle subculture professionali interne ai corpi di polizia? Si vuole indagare sulle radici della pratica della tortura? Si vuole o no rianimare la riforma del 1981? Si è disposti a riconoscere che certe categorie di manifestanti – oggi gli studenti pro Palestina, ieri i centri sociali e i "no Tav" per non dire dei "no vax", l'altro ieri i "no global" – vengono classificati come "nemici" e trattati di conseguenza? Si è disposti a fare una seria inchiesta interna alle forze di polizia, aprendosi anche all'ascolto degli agenti e al dialogo con il resto della società?

Viviamo una stagione difficile per le democrazie occidentali e ci stiamo incamminando verso forme di governo illiberali: basti citare, fra tante, le norme del nuovo pacchetto sicurezza pensate per punire i giovani attivisti ecologisti o le leggi (e le prassi) europee sull'immigrazione. Le violenze di polizia, collocate in questo quadro, sono ancora più allarmanti.

 

 

 


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