Le donne, le loro rivendicazioni, i diritti e la voce di don Luigi Bettazzi.

 

Per la Chiesa cattolica l'aborto è un problema su cui dottrinalmente è difficile ragionare. Il "no" è prescrittivo, anche se questa "piaga sociale", praticata in tutti i tempi e in tutti i Paesi del mondo, apre alla prassi particolarmente odiosa della doppia morale. Porsi il problema nella sua profondità sia teologica sia umana senza fermarsi al peccato, significa – in Italia è in vigore la legge 194 che consente l'interruzione volontaria di gravidanza – assumersi il coraggio di affrontarlo.

Due anni fa il vescovo emerito di Ivrea, Luigi Bettazzi tornava a scrivere un Posterius (Rocca sett. 2022) per affrontare la difesa della vita nascente a partire da ciò che dice la scienza sulla natura dei processi evolutivi anche nel caso del fenomeno procreativo. La natura stessa è ambigua e non fa legge, comportando che gran parte (fino al 40 %) degli ovuli fecondati abbandonino il corpo della donna senz'altra conseguenza che un ritardo mestruale. Lo "stato della vita nascente" è un processo il cui approfondimento, superando i limiti fissati da san Tommaso, trova conferma scientifica: all'origine della vita sta certamente il concepimento, ma non si può affermare che il concepito sia una persona.

Ne discende che l'umanità della creatura nel disegno di Dio è piuttosto quella che, dopo qualche mese, si stacca dentro il corpo della madre e potrebbe, a causa di un trauma, vivere e respirare autonomamente. Bettazzi, uomo di fede e fedele alla sua Chiesa, quasi centenario proseguiva così, coraggiosamente, il filo di un ragionamento continuato nel tempo. Con una giusta provocazione ha invitato a riflettere sulla tradizione che "non consiste nel ripetere sempre le stesse cose, ma nell'esprimere la verità del Vangelo secondo la mentalità e la maturazione dell'umanità che cresce". 

E i cristiani?

Già nel 1977, nel pieno delle discussioni pubbliche sull'aborto, don Luigi Bettazzi si chiedeva – sul giornale diocesano Il Risveglio Popolare – che cosa abbiamo fatto come cristiani, mentre si ribadivano i principi ideali e la gente vedeva i ricchi ricorrere ai viaggi all'estero, mentre la lavoratrice non aveva aiuti per mantenere la vita che aveva in seno. Nel 1995 la questione aborto si era riaperta e il quotidiano La Stampa intitolò Alla fine, scelga la donna come parola detta dal vescovo di Ivrea: fu scandalo. Bettazzi chiarì il contenuto effettivo dell'articolo che aveva suscitato polemiche opposte tra la riprovazione degli ecclesiastici e il consenso dei laici, soprattutto delle donne (il vescovo aveva richiamato i padri "a non avviare una vita non desiderata"). Infatti, il giornalista con un titolo a effetto aveva espresso la verità del semplice buon senso: la donna che ha deciso di abortire ha già affrontato il suo dramma e non la ferma nessuno.

C'era arrivato anche un vescovo, che difendeva la dottrina, ma aveva il coraggio di affrontare il problema reale e si chiedeva se si difendesse davvero, anche da parte dei cattolici, la vita accettando i massacri delle guerre.

Donne e lavoro

Luigi Bettazzi, lo sanno tutti, scriveva sulla dignità del lavoro, ma partecipava anche ai cortei dei lavoratori; seguiva la politica come valore, ma scriveva ai segretari di partito. Non poteva, in presenza di un movimento di riappropriazione della propria dignità da parte del movimento delle donne, non affrontare la problematica dei due generi che hanno dato forma alla storia umana: nonostante i buoni principi della dottrina ne andava riconosciuta la rappresentatività autonoma. Per l'8 marzo del 1989 scrisse – sempre sul giornale diocesano - una lunga Lettera alle donne. A parte le citazioni bibliche ed evangeliche rivisitate in senso paritario, richiamava la Pacem in terris ("segno dei tempi" è l'ingresso della donna nella vita pubblica) per "riconoscere che i cristiani non sono stati sempre in prima linea in questa lunga, faticosa, battaglia di liberazione... un cammino irriso come femminismo". Dopo aver smantellato l'impostazione peccaminosa della sessualità (gli antichi "come Agostino uscivano da esperienze di disordine e peccato").

Oggi la Chiesa "si avvia" a vederne il valore positivo che "dovrà riportare l'amore al centro della stessa vita coniugale come fine primario del matrimonio (a sostituzione del) mutuo aiuto". Giovanni Paolo II esalta la donna, ma le nega il sacerdozio "perché inetta a rappresentare Cristo" ... singolare argomentazione", mentre le donne "quello che vogliono è di poter esprimere un diverso modello di ministero". 

Il giusto spazio

Per questo "intanto si dovrebbe dare spazio all'interno della Chiesa: e non solo per i servizi esecutivi, ma per il consiglio e l'organizzazione.... non come un contentino dato alle donne o un gesto di magnanimità da parte degli uomini con la ferma, anche se inconfessata, decisione di continuare come prima con una struttura di arido potere". Occorre convertire la mentalità per "dare il giusto spazio alla donna, senza livellare o farne una brutta copia dell'uomo, nel qual caso sarà sempre considerata come una concorrente scomoda e pericolosa, bensì lasciandola crescere e agire come necessaria, quindi desiderata e favorita. Allora sarà vera festa... e magari si comincerà a pensare alla Giornata dell'uomo. Lo auguro a tutte voi giovani donne che avete davanti una lunga vita per impegnarvi in questo grande ideale di liberazione... Vi ringrazio e vi saluto cordialmente".

Il vescovo gentiluomo non trascurava la ricorrenza simbolica della "giornata della donna" e nel 1996 (L'altra metà del cielo verso il Duemila) oltre a dire subito che "la festa rivela che gli uomini... hanno la coscienza sporca", termina con "le scuse per le emarginazioni inflitte e per i compiti limitati e circoscritti assegnatile dalle società civili e da quelle religiose".

Chi ha conosciuto bene il vescovo di Ivrea sa che ci rimase per tutta la vita senza fare carriera perché i suoi interventi critici sugli stessi documenti vaticani erano ritenuti scomodi. Nel 1980 un gruppo di donne eporediensi (di Ivrea, ndr) studiava il documento sull'Eucaristia e si rammaricava per la negazione dell'accolitato alle chierichette e, in genere, alle donne tenute distanti dall'altare: il loro vescovo rimase colpito da "quelle precise considerazioni" e, meravigliatosi della sua stessa meraviglia "che rivelava ancora una volta la nostra mentalità mascolina", la collegò alla nuova pastorale dei lontani. "Lontani da chi? Da che cosa?". Nonostante i migliori propositi ecclesiastici era una ricerca di salvare il salvabile, lo scoraggiamento della gente che si allontana: "noi non li capiamo, ma anche loro non ci capiscono: parlino pure, faremo come sapremo". La Chiesa che perse la classe operaia sta perdendo i giovani e i lontani forse sono "le lontane... (considerate) la metà di un intero, l'intero maschile, che - pur ascoltando il mondo delle donne - mantiene la facoltà concreta di rappresentare effettivamente tutta intera l'umanità". 

Farsi donna

Fu un successo il libro Farsi donna. Farsi giovane. Per la pace (San Paolo ed. 1995): nell'intervista su Famiglia cristiana riprese l'antica misoginia di Aristotele, arrivata fino alla domanda di Tommaso d'Aquino "come la donna, essere quanto mai imperfetto, fosse potuta uscire dalla prima creazione così perfetta". Don Luigi aggiungeva: "Direi che è successo di peggio: le donne sono sempre vissute da serve... utili. Le rivendicazioni femministe.... hanno imposto il problema facendo riscoprire anche a noi cristiani quanto non avevamo saputo leggere nella Bibbia". D'altra parte "Se il maschio fa la guerra, sarà la donna a fare la pace?" (Avvenimenti, marzo 1996).

Sono tante le citazioni sorprendenti, ma va citato nel suo progressivo approfondimento dei problemi (le sue "eresie") un articolo sull'amore: Se Agape ha bisogno di Eros (Adista 27.07.2019). L'amore, divino e umano, ha dimensioni che vanno dall'affetto (philia), all'amore-agape che coglie il divino, ma anche alla gioia dell'eros: una lezione coraggiosa per la Chiesa di domani, ma anche un auspicio che "la presenza di donne nel presbiterato (favorirebbe) un apporto di intuizione contro l'esclusività della ragione maschile" e, lo lascia intuire, contro l'esclusività del celibato. Sempre più libero con l'andare degli anni, uno che la Chiesa ebbe sempre – è il titolo di un altro libro – "Obbediente in Ivrea".

 

 


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