Qualifica Autore: Centro per la Pace, Bolzano

Dalla produzione delle mine antipersona alla loro messa al bando e all'impegno per un mondo senza armi. Intervista a Tibisay Ambrosini e a Margaret Arach Orech.

 

Lo scorso anno, nel 2023, la "Campagna Italiana contro le mine" ha festeggiato i suoi 30 anni di attività, da quando, nel lontano 1993, un piccolo gruppo di Ong e associazioni pacifiste incontrò Jody Williams (fondatrice della Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antipersona e Premio Nobel per la pace nel 1997) per discutere e valutare il possibile avvio di un'iniziativa contro le mine in Italia, allora uno dei Paesi leader nella proliferazione di questi ordigni.

In questi anni molto è cambiato, perché l'Italia è passata dal podio dei produttori di mine (la terza dopo Stati Uniti e Cina) ad esserne un riferimento per il contrasto, impegnata in prima linea nella Mine Action. Molto però deve ancora essere fatto: secondo il rapporto "Landmine Monitor 2023", che esamina la portata del loro uso e chi le sta ancora utilizzando, nel 2022 sono state uccise o ferite dalle mine 4.710 persone, compresi 1.171 bambini. Anche la più recente guerra tra Russia e Ucraina ha visto l'uso di mine antipersona.

Le mine antipersona sono una delle più barbare delle invenzioni umane: tra i suoi effetti perversi c'è quello di colpire la popolazione civile anche dopo la fine del conflitto, per mutilare soprattutto i bambini che spesso le scambiano per giocattoli. In questo modo si rovina la vita della persona e si dà allo Stato colpito il compito di farsi carico, a livello economico e assistenziale, delle vittime. Di questo abbiamo parlato con Tibisay Ambrosini, responsabile delle relazioni Istituzionali e Internazionali della Campagna Italiana contro le mine, e Margaret Arach Orech, ambasciatrice di "Campaign to Ban Landmines – Cluster Munition Coalition" (e sopravvissuta a una mina antipersona), venuteci a trovare a Bolzano per un incontro aperto alla cittadinanza (5 dicembre 2023).

Tibisay, partiamo dal ruolo dell'Italia e dalla sua trasformazione.

Il nostro Paese rappresenta un esempio positivo di trasformazione perché, da grande produttore di questi ordigni in passato, oggi è impegnato in prima linea nella Mine Action e nel contrastare questi semi di morte. L'Italia ha firmato e ratificato il "Trattato sulla messa al bando delle mine antipersona" (entrato in vigore nel 1999), detto anche "Convenzione di Ottawa", che vieta l'uso, la detenzione, la produzione e il trasferimento di mine antipersona e impone la distruzione degli stock esistenti nonché l'assistenza alle vittime. Inoltre, si è dotata di diversi strumenti considerati buone pratiche da condividere con la comunità internazionale, come il fondo per lo sminamento umanitario (Legge 58/01) e un tavolo tecnico, il Comitato Internazionale delle Azioni Umanitarie contro le Mine (CNAUMA), che siede al Ministero degli Affari Esteri e a cui partecipano Ministeri e Società Civile, coinvolti nelle azioni contro le mine. Infine, si è arrivata alla Legge 9 dicembre 2021, n. 220, "Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo". L'approvazione di questa legge è stata una battaglia lunghissima, durata 10 anni, ma è molto importante perché rappresenta un precedente: è, infatti, il primo caso nella storia che un investimento può essere vietato perché provoca un impatto negativo sulle comunità. Questa trasformazione è stata possibile anche perché contemporaneamente avveniva un profondo cambiamento nelle coscienze delle persone, che ha portato ad avere una società civile consapevole e critica, in grado di supportare la richiesta di messa al bando di queste armi. Un esempio è la vicenda dell'ingegnere Vito Alfieri Fontana, ex imprenditore, che da produttore di mine è diventato sminatore e da un trentennio si dedica a bonificare i campi dove sono presenti le mine. Racconta la sua storia nel libro "Ero l'uomo della guerra: la mia vita da fabbricante di armi a sminatore" (Laterza, 2023). Il cambiamento di Fontana ha avuto un risvolto personale, ma con un impatto anche oltre i nostri confini, a dimostrare che ogni singola persona può fare la differenza. 

Margaret, tu sei stata vittima di una mina antipersona che ti ha portato a perdere la gamba. La voce delle vittime è importante perché permette di far capire alle persone qual è il reale danno che creano le armi e le guerre. Ti va di raccontarci la tua storia?

Mi chiamo Margaret e vengo dall'Uganda. La mia vita è cambiata per sempre il 22 dicembre del 1998. Quel giorno stavo viaggiando su un pulmino che dal nord dell'Uganda, dove lavoravo, mi portava alla città di Kampala, dove viveva la mia famiglia, per passare le vacanze di Natale con loro. Era un periodo di grande insicurezza in Uganda perché le forze ribelli del Nord, denominate "Lord's Resistance Army" (LRA), terrorizzavano la popolazione. Dopo solo 15 minuti di viaggio sentii un'esplosione; in un primo momento credevo fosse stato lo scoppio di una gomma, ma ben presto capii che, invece, si trattava di un'imboscata dei ribelli. Sentimmo alcuni spari e tutte le persone iniziarono a scendere dal pulmino per scappare. Anche io tentai di fuggire ma mentre cercavo di scendere dal sedile, mi accorsi che la mia gamba era a brandelli. Provai a scappare in qualche modo, trascinandomi nella boscaglia. Quando vidi che alcuni dei ribelli mi stavano per raggiungere, mi finsi morta. Cercai di tenere gli occhi chiusi e rimanere immobile anche mentre uno di loro mi tirava calci per assicurarsi che fossi morta. Mi ha derubata dei miei averi e sentivo che cercava di spogliarmi, di togliermi i jeans. Continuavo a fingermi morta perché era l'unico modo per salvarmi. Mentre cercava di togliermi i pantaloni, che, per fortuna, erano molto attillati, la sua attenzione si spostò su un'altra persona, andandosene. Quando arrivò l'esercito, mi trascinai fuori dalla boscaglia. Assieme ad altri sopravvissuti mi portarono nel centro medico più vicino, il quale, però, non aveva a disposizione nulla, né medicinali, né letti, né strumenti di cura. Le persone che vivevano lì intorno portarono delle lenzuola che vennero usate come garze per tamponare le nostre ferite, nell'attesa di essere trasportati all'ospedale che distava circa 80 chilometri. Fino a quel momento lo shock era stato così grande che non sentivo nulla. Pian piano il dolore cominciò a farsi sentire. Era atroce. Mi tagliarono i brandelli di gamba senza anestesia, era necessario farlo subito. Fu un dolore indicibile. Ancora oggi mi vengono i brividi a pensare a quei momenti. Mi portarono poi all'ospedale e lì ricevetti le cure migliori. Sono rimasta ricoverata per 2 mesi, le ferite fisiche si sono rimarginate abbastanza velocemente, ma dentro di me mi sentivo molto arrabbiata, frustrata e disperata. In quei mesi di ricovero cercai conforto leggendo la Bibbia. Mi colpì molto un passo del libro di Isaia, capitolo 33, verso 18, che diceva di lasciare andare le cose del passato e muoversi verso il futuro. Mi sono chiesta cosa significasse questo verso e la risposta mi arrivò il giorno seguente: alcune persone che si occupavano di disabilità e in visita all'ospedale mi chiesero di rappresentare l'Uganda in un'importante conferenza che si sarebbe tenuta in Zimbabwe. La conferenza riguardava proprio le disabilità causate dalle mine antipersona e io ero effettivamente la testimonianza più recente. 

Ed è da quell'occasione che ti sei avvicinata alla Campagna Internazionale per il bando delle mine…

Si, lì conobbi altre persone vittime come me, soprattutto un'infermiera americana, volontaria nella Repubblica Democratica del Congo, colpita da una mina che le ha fatto perdere entrambe le gambe e le ha lasciato il volto sfigurato. È stata proprio lei a introdurmi alla Campagna. Iniziai a lavorare per loro e uno dei miei primi compiti fu quello di scrivere all'allora presidente Clinton per chiedere l'adesione degli Stati Uniti al Trattato della messa al bando delle mine. In seguito sono stata invitata a parlare alle Nazioni Unite. 

Da allora non hai mai smesso di viaggiare in tutto il mondo per portare la voce dei sopravvissuti e parlare di disabilità.

Sì, finché queste armi continuano ad essere utilizzate e ci sono ancora tantissimi Paesi che non hanno firmato il "Trattato per la messa al bando" e che quindi continuano a usare e a produrre queste armi, il mio lavoro non terminerà. Nel 2006 sono stata nominata ambasciatrice della Campagna Internazionale della messa al bando delle mine, come testimonianza del lavoro svolto fino a quel momento. Nel 2014 l'università di San Diego mi ha nominato tra le donne portatrici di pace; nel 2018 sono stata nominata Protettrice dei Diritti Umani da parte dell'Unione Europea. Questi riconoscimenti mi fanno capire che gli sforzi fatti finora non sono stati vani e mi danno forza per continuare nel mio lavoro. 

Ciò che fanno Margaret e tutti i testimoni vittime di mine antipersona è un lavoro che necessita di moltissimo impegno e che in qualche modo non finisce mai. Margaret incontra spesso i giovani, le cui scelte future influiranno sulla produzione e sull'uso di armi, e lascia loro un appello: "Dopo aver ascoltato la mia storia, cosa farete oggi e domani per questo problema? Quale sarà il vostro impegno perché ci siano sempre meno vittime di mine antipersona? Quale sarà il vostro impegno per un mondo migliore, di pace?". Ecco, questo appello lo lancio anche a voi.

 

 

 


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