"La legge sul commercio delle armi dovrebbe avere un articolo unico: 'Le armi non si producono, non si vendono e non si comprano'". Lo ripeteva spesso don Tonino Bello, subito dopo l'approvazione della legge 185/90 che regola l'importazione, l'esportazione e il transito del materiale d'armamento.

Da anni denunciamo i ripetuti attacchi contro questa legge che, tra l'altro, vieta la vendita di armi a Paesi in guerra o che violano gravemente i diritti umani. Lo abbiamo denunciato anche lo scorso 6 febbraio, insieme a Nigrizia e Missione oggi, compagni di strada della Campagna di pressione alle banche che supportano l'esportazione armiera: "Il Governo vuole cancellare la lista delle 'banche armate'" (info: www.banchearmate.org).

Scrivevamo ancora: "Col pretesto di apportare 'alcuni aggiornamenti' alla legge per 'rendere la normativa nazionale più rispondente alle sfide derivanti dall'evoluzione del contesto internazionale', il Disegno di legge intende limitare l'applicazione dei divieti sulle esportazioni di armamenti, riduce al minimo l'informazione al Parlamento e alla società civile, e soprattutto, elimina dalla Relazione governativa annuale tutta la documentazione riguardo alle operazioni svolte dagli istituti di credito nell'import-export di armi e sistemi militari italiani".

Lo scorso 21 febbraio la maggioranza di Governo, ignorando tutte le richieste di mantenere alti controllo e trasparenza sulle vendite di armi all'estero – scrive Rete Italiana pace e Disarmo – ha approvato in prima lettura al Senato (83 voti a favore 42 contrari) il testo di modifica della Legge 185/90. Tra poco arriverà alla Camera. Se passa questa modifica, sarà la vittoria degli interessi militari e sarà anche un nuovo colpo alla democrazia, il cui esercizio richiede di poter sapere, conoscere e verificare, in modo da poter comprendere e orientare le proprie scelte. D'altra parte, stiamo andando in direzione opposta e propaganda e opacità acquistano sempre più spazi.

Soffiano forti venti guerra. Una Terza guerra mondiale a pezzi è già in corso, come continua a ricordarci con dolore Papa Francesco.

Nel 2023 – ha dichiarato Dan Smith, direttore del Sipri, l'istituto di ricerca per la pace di Stoccolma, che non ha ancora reso noti i dati ufficiali per le spese militari – il mondo ha speso circa 2.500 miliardi in armi.

L'Italia è chiamata a guidare la missione militare "Aspides" nel Mar Rosso: una guerra difensiva contro gli Houthi, dopo che abbiamo venduto grandi quantità di armi italiane, firmate RWM, all'Arabia Saudita che li bombardava.

Lo scorso 28 febbraio Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea ha dichiarato, in seduta plenaria al Parlamento europeo, a Strasburgo: "La minaccia di guerra potrebbe non essere imminente, ma non è impossibile".

Viviamo tempi di guerra.

"Nell'aria c'è odore di zolfo", scriveva don Tonino. E sembrano davvero lontanissimi i tempi in cui sognare un altro mondo possibile, con una legge che proibisca la produzione e la vendita di armi. Rischiamo di soffocare il sogno di Isaia "forgeranno le lance in falci" e anche la stessa Costituzione italiana che "ripudia la guerra".

Non possiamo accettare la militarizzazione dell'informazione, della cultura, della scuola e della politica, sempre più ancella di una economia di guerra. La modifica della 185/90 è un tassello importante di questo disegno diabolico. Lo scopo è porre il veto ai divieti alle esportazioni di armi. Come se già così le aziende produttrici non avessero incrementi di fatturato importanti e non fossero presenti nel nostro Paese sempre più aziende che, accanto alla produzione civile, stanno avviando produzioni militari.

Addio trasparenza, addio elenco delle banche armate. Quando nel gennaio 1986 Alex Zanotelli, allora direttore di Nigrizia, insieme a Eugenio Melandri, direttore di Missione Oggi, scrissero un editoriale comune dal titolo "Spadolini, piazzista d'armi", suscitarono molto scalpore e forti reazioni dal mondo della politica e, di fatto, con quel testo diedero vita alla Campagna "Contro i mercanti di morte" che portò alla legge 185/90.

Oggi dovremmo sostituire il nome dell'allora ministro della Difesa e denunciare che tutto il Governo vuole essere piazzista d'armi. Non possiamo accettare che gli interessi di chi vuole la guerra abbiano il sopravvento. Per questo la legge 185/90 va difesa a tutti i costi.

 

 


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