Qualifica Autore: giornalista, inviato di pace

L'informazione e i suoi operatori sono le prime vittime di questo conflitto: effetti collaterali?

 

Neanche durante la Seconda guerra mondiale c'era stato un numero di giornalisti uccisi in guerra come quello registrato negli ultimi tre mesi a Gaza. A lanciare l'allarme, in un'intervista al New Yorker, è stata Jodie Ginsberg, presidente del Committee to Protect Journalists (Comitato per la protezione dei giornalisti), autorevole Ong statunitense attiva da oltre 40 anni in difesa della libertà di stampa. Dal 7 ottobre al 15 gennaio il CPJ ha accertato l'uccisione di almeno 82 giornalisti e operatori dell'informazione mentre stavano svolgendo il proprio lavoro per documentare il martirio di Gaza. Veri e propri omicidi mirati, non "effetti collaterali", come vorrebbe far credere l'esercito israeliano, che colpisce deliberatamente i giornalisti palestinesi e bombarda le case dei loro familiari.

Un simbolo

Il simbolo di questa guerra all'informazione è, suo malgrado, Wael Al Dahdouh, il caporedattore di Al Jazeera a Gaza che il 26 ottobre scorso, ha scoperto, durante un collegamento in diretta, che sua moglie, sua figlia, suo figlio e un nipote erano stati uccisi nel bombardamento che stava documentando. A metà dicembre lo stesso Wael è stato ferito a un braccio mentre svolgeva il suo lavoro a Khan Younis. Quel giorno il suo cameraman Samer Abudaqqa, che era rimasto ferito con lui, è morto dissanguato perché l'esercito israeliano non ha consentito ai soccorsi di raggiungerlo.

E, come se non bastasse, i primi di gennaio un drone dell'IDF (Israel Defence Forces) ha colpito l'auto sulla quale viaggiava Hamzah Al Dahdouh, un altro dei figli di Wael, anch'egli giornalista, uccidendolo insieme a un collega, Moustafa Thuraya.

Di fronte a questa terribile sequela di lutti che l'ha costretto a pagare un tributo personale devastante, Wael Al Dahdouh è diventato un esempio di stoicismo moderno. Mostrando una determinazione incredibile, ha deciso di continuare a raccontare la guerra. "Il mondo dovrebbe vedere con due occhi, non solo con l'occhio israeliano. Dovrebbe vedere tutto ciò che accade al popolo palestinese", ha detto durante i funerali di suo figlio. "Che cosa ha fatto Hamza agli israeliani? Cosa ha fatto loro la mia famiglia? Cosa hanno fatto i civili? Non hanno fatto nulla, ma il mondo chiude gli occhi su ciò che sta accadendo nella Striscia". 

Obiettivi

Fin dai primi bombardamenti su Gaza, Israele ha deciso di attuare assassini mirati della stampa locale. Non ha esitato a colpire persino i reporter libanesi. Il 13 ottobre ha centrato un veicolo sul quale viaggiavano il giornalista libanese dell'agenzia Reuters Issam Abdallah – uccidendolo sul colpo – mentre altri sei sono rimasti gravemente feriti (tra loro anche la fotoreporter Christina Assi, che ha subito l'amputazione di una gamba). Purtroppo, la guerra all'informazione non è una novità per Israele, che da sempre prende di mira anche i giornalisti internazionali.

Nei 75 anni di storia della colonizzazione della Palestina sono stati colpiti anche giornalisti italiani: Raffaele Ciriello ucciso a Ramallah nel 2002 e Simone Camilli ucciso a Gaza nel 2014. Moltissimi altri, di vari Paesi, sono stati assassinati mentre stavano svolgendo il loro lavoro, senza che nessuno sia mai stato chiamato a risponderne di fronte a un tribunale. Uno dei casi recenti più noti è quello di Shereen Abu Akleh, reporter palestinese-statunitense di Al Jazeera uccisa nel 2022 mentre stava lavorando nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania. Abu Akleh indossava un elmetto e un giubbotto antiproiettile quando è stata colpita al collo da una pallottola. Una precisione assai difficile da attribuire a un proiettile vagante in uno scontro a fuoco, come ha cercato di spiegare, invece, la versione israeliana.

E mentre questa "Spoon River" infinita non accenna ad arrestarsi, l'esecutivo della Federazione Internazionale dei giornalisti ha già raccolto le prove di crimini commessi contro questa categoria e ha incaricato i propri legali di presentare una denuncia contro il governo israeliano alla Corte Penale Internazionale. Perché a Gaza ormai qualsiasi cosa è diventata un obiettivo, dagli ospedali ai cosiddetti corridoi sicuri per evacuare, dalle abitazioni alle sedi delle organizzazioni internazionali. E chi si trova sul campo a raccontare i fatti sa che può essere un bersaglio. "Abbiamo paura a indossare un giubbotto con la scritta 'Press' perché non vogliamo essere identificati come giornalisti", ha spiegato Youmna el Sayed, corrispondente di Al Jazeera.

Non è un caso che, prima di lanciare l'invasione di Gaza via terra, Israele abbia distrutto i ripetitori radiotelevisivi, poiché intendeva agire senza che nessuno documentasse i massacri e impedire che il mondo intero vedesse il costo in vite umane di questo annientamento sistematico della popolazione palestinese. Il racconto dei giornalisti locali è diventato, quindi, una fonte di informazione imprescindibile per comprendere una crisi che ha visto fin dall'inizio un enorme squilibrio narrativo in quasi tutti i mezzi di informazione occidentali, dal New York Times al Washington Post ai principali organi di stampa europei. A dimostrarlo in modo inequivocabile è stata un'indagine indipendente realizzata dal sito statunitense The Intercept, che ha analizzato nel dettaglio le prime settimane di copertura mediatica della guerra.

Prima del 7 ottobre

La retorica filoisraeliana esisteva già da prima del 7 ottobre ma, in questi mesi, sta raggiungendo il suo apice. Ad alimentarla c'è il divieto di Israele di far entrare giornalisti internazionali nella Striscia di Gaza, se non "embedded", al seguito e sotto lo stretto controllo dell'esercito dello Stato ebraico. In questo scenario da incubo, i giornalisti di Gaza, come Wael al Dahdouh e tanti altri, sono diventati gli occhi e la voce della Striscia, gli unici in grado di testimoniare cosa sta accadendo sul campo, e stanno continuando a farlo in una situazione di estremo pericolo, spesso con carenza di mezzi tecnici (mancanza di elettricità o di connessione Internet, telecamere e attrezzature distrutte). Quanto alla stampa italiana, a parte alcune rare eccezioni, continua a fare da megafono alla politica di Israele e dei suoi alleati. Ma c'è anche qualcuno che ha provato a ribellarsi. In queste ultime settimane ha fatto rumore il caso del giornalista Raffaele Oriani che ha interrotto la sua lunga collaborazione con Repubblica per protestare contro la linea redazionale che censura la verità su Gaza e silenzia le notizie dei morti palestinesi relegandole nelle ultime pagine del giornale. "Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi", ha scritto Oriani nella sua eloquente lettera di dimissioni.

Propaganda

La famigerata propaganda israeliana ("Hasbara") plasma da tempo l'opinione pubblica interna ed esterna offrendo un'unica narrazione. È una macchina potentissima che prevede anche la censura nei confronti di chi non si allinea, basti citare gli studenti di Harvard che si sono visti ritirare le offerte di lavoro per il loro sostegno alla causa palestinese. Un'ondata di maccartismo sta cercando di mettere a tacere tutte le voci dissidenti del mondo occidentale. All'inizio di dicembre le rettrici di tre dei principali atenei statunitensi (Harvard, Pennsylvania e Massachusetts Institute of Technology) sono state chiamate a testimoniare in un'udienza del Congresso sul presunto antisemitismo nei campus universitari. Dopodiché due di esse sono state indotte a rassegnare le dimissioni.

Eppure, questo enorme sforzo propagandistico continua a scontrarsi con la realtà che ogni giorno giornalisti e attivisti dentro la Striscia di Gaza mostrano al mondo tramite i social media, a rischio della loro stessa vita. Le immagini dei morti, dei bombardamenti, dei bambini che tremano coperti di sangue e polvere sui letti degli ospedali sono immagini che scuotono la cattiva coscienza e l'ipocrisia occidentale. Una speranza arriva proprio dal grande attivismo sui social dei giornalisti di Gaza (alcuni dei quali, come Motaz Azaiza, hanno milioni di follower), che potrebbero mostrare finalmente al mondo la brutalità di Israele e rappresentare il punto di svolta di questa guerra.

 

 

 


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