Qualifica Autore: Advocacy officer per European Legal Support Center

La situazione delle organizzazioni israeliane e palestinesi in Europa e l'equiparazione tra antisemitismo e antisionismo.

 

Mi chiamo Laila e lavoro per una Ong che ha sede in Olanda, organizzazione che si occupa principalmente di difendere legalmente e gratuitamente tutte le persone che lavorano nel campo della solidarietà al movimento di liberazione per il popolo palestinese. Questa organizzazione è nata da un'esigenza di contrasto al "silenziamento" delle voci palestinesi in Europa, soprattutto a partire dalla criminalizzazione del movimento BDS (Boicottaggio-Disinvestimento-Sanzioni), che ormai da più di una decina di anni è osteggiato anche da parte dei Paesi europei. Lavoriamo principalmente in Paesi come Olanda, Germania, Francia, Inghilterra e Italia, dove il BDS ha subito tanta repressione, da molto prima del 7 ottobre 2023. Da quando l'organizzazione è nata, nel 2019, abbiamo seguito diverse centinaia di cause legali con un tasso di successo che si aggira intorno al 95%. I casi che seguiamo sono principalmente legati a diffamazione, discriminazione, perdita del lavoro e accusa di terrorismo; ci occupiamo anche di problemi legati all'accesso alla cittadinanza, al rinnovo del permesso di soggiorno e alla negazione, o ritiro, dell'asilo politico in alcuni Paesi europei.

A partire dal 7 ottobre i casi di discriminazione sono aumentati e in meno di due mesi ne abbiano avuti più di 400. Facciamo inoltre attività di monitoraggio e analisi dei dati della situazione in Europa. Ovviamente le persone di origine palestinese, o delle diaspore arabe, che lavorano e vivono in Europa, sono il target principale di questa repressione, perché sono persone che spesso fanno lavoro di attivismo. Tra l'altro, molti di loro non hanno ancora la cittadinanza dei Paesi in cui vivono, per cui sono esposti al ricatto del rilascio dei documenti. Un'altra prospettiva interessante sul tema della repressione è ovviamente l'accusa di terrorismo per le organizzazioni palestinesi. Negli ultimi due anni Israele ha accusato sei delle più importanti Ong palestinesi di essere delle organizzazioni terroristiche. L'accusa genera un problema, chiamato in gergo "defunding", che consiste nel tagliare le gambe alle organizzazioni palestinesi, rendendo impossibile l'accesso ai fondi che riescono a recuperare in Europa.

Cosa fare

Dal fallimento degli accordi di Oslo in poi (1993) la Palestina è andata incontro a un processo di "ONG-zzazione" progressiva, cioè dal momento in cui ai palestinesi è stato reso impossibile cambiare il loro "status quo" attraverso processi politici, la presenza delle Ong è stata sempre più importante per la sopravvivenza della popolazione e il divieto di ricevere fondi esteri o di accedere ai propri conti correnti in Europa è molto grave. Da notare che l'etichetta di "organizzazione terroristica" è solo israeliana, o delle sue istituzioni, e non ha niente a che vedere con il terrorismo o con il modo di operare di queste associazioni.

Quello che noi palestinesi, italiani ed europei, sentiamo di dover fare oggi è aprire uno spazio di rappresentanza e di presenza di nostre organizzazioni in Europa, non tanto perché sentiamo la necessità di occupare spazi pubblici e politici, ma per portare avanti la costruzione di una entità palestinese che possa esprimere le sue rivendicazioni con un proprio linguaggio e un proprio pensiero.

Ci sono tantissime organizzazioni israeliane in Europa che promuovono lobbying; per esempio, in Inghilterra c'è un'associazione di avvocati che lavora per Israele portando avanti contenziosi legali verso privati e organizzazioni pubbliche europee. In questo modo l'escalation della repressione va avanti poichè vari Stati dell'Europa, sotto la pressione di questi avvocati, stanno adottando la definizione di antisemitismo dell'IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), definizione che equipara la critica allo Stato di Israele all'antisemitismo. Anche l'Italia, come tanti altri Stati europei, ha adottato tale definizione. Questo produce tantissima pressione sul "silenziamento" e sul restringimento dello spazio di movimento dei diritti del popolo palestinese. Inoltre, mettere a tacere ogni tipo di critica verso lo Stato di Israele può portare a conseguenze pericolose verso la libertà accademica e quella di espressione.

Essere italo-palestinese

Spesso mi chiedono cosa significhi essere italo-palestinese. La risposta a questa domanda deve tenere conto di diversi elementi. Innanzitutto, dal 7 ottobre in poi noi palestinesi dell'esilio siamo stati invitati a partecipare a innumerevoli incontri per portare la nostra testimonianza e le nostre analisi, ma ci viene chiesto sempre di ponderare le parole, di tenere discorsi accettabili per l'Occidente, di non essere troppo arrabbiati, di essere delle persone composte. Non si tiene nemmeno in considerazione il fatto che noi, in questi giorni, stiamo vivendo un lutto collettivo. Consideriamo anche che quello che subiamo da oltre 75 anni mette alla prova la lucidità del nostro popolo che vive in perenne alienazione la propria condizione. Come diceva Edward Said: "Siamo sempre nel posto sbagliato".

Siamo nel posto sbagliato: in Palestina, la nostra patria negata. Lo siamo nei Paesi dove siamo stati profughi, come mio padre, nato in Giordania all'indomani della guerra dei sei giorni. Lo siamo in Italia perché non siamo abbastanza italiani: un Paese che non ci vede e non ci riconosce, che ci violenta quotidianamente con il linguaggio giornalistico, le leggi delle istituzioni, che non ci dà la possibilità di essere noi stessi nei discorsi pubblici. Dall'altro lato siamo raccontati come terroristi, quindi in qualche modo è giustificata anche la violenza sui nostri corpi. Poi, nel caso delle famiglie palestinesi di religione musulmana, come la mia, si aggiunge il pregiudizio verso l'Islam. La percezione dei palestinesi in Europa è comunque legata all'islamofobia, che in Occidente è molto radicata, eppure una parte del popolo palestinese è di religione cristiana.

Per raccogliere empatia nel mondo europeo dobbiamo sottolineare questo aspetto: il dolore e la morte dei cristiani; le loro chiese bombardate suscitano in Europa maggiore empatia del dolore e della morte della popolazione musulmana. Quindi, essere palestinesi in un Paese come l'Italia, che però ha una storia ben radicata nell'attivismo pro-Palestina, ci fa sentire in uno spazio difficile da descrivere. Certamente come palestinesi nasciamo nella consapevolezza che le nostre vite valgono meno di quelle di tutti gli altri. Come Occidente ci dovremmo interrogare sul perché, in nome della democrazia, della nostra civiltà e dell'affermazione dei diritti delle donne, abbiamo permesso quanto accaduto in Iraq, in Siria, in Afghanistan, in Libano, il colonialismo in nord Africa e nel Corno d'Africa. Questo momento storico è parte di un processo storico che noi non dimenticheremo e non lo dimenticheranno nemmeno i nostri figli. Quando i miei figli mi chiederanno: "Tu dov'eri quando a Gaza sono state uccise decine di migliaia di persone? Dov'era il mondo, dov'era l'Occidente, dov'erano i nostri governi?", risponderò che, come palestinesi in esilio, abbiamo fatto quanto potevamo, però ci sono dei responsabili e come tali vanno giudicati per la responsabilità politica che hanno nei confronti della popolazione palestinese.

Non c'è bisogno di descrivere le immagini di morte e orrore che ci vengono restituite quotidianamente dai media. È molto difficile, per noi palestinesi, stare in questi contesti sapendo che persone che portano i nostri stessi nomi stanno subendo una violenza sistemica.

L'augurio che faccio a noi palestinesi è di poter incidere nello spazio politico perché possiamo farlo, abbiamo le voci, gli strumenti, le competenze, le possibilità per poterlo fare e, se ci viene negato, non è per dimenticanza o distrazione, ma per una chiara volontà politica di escludere dal dibattito pubblico i palestinesi e le palestinesi.

 

 

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Intifada

(In arabo vuol dire "scuotimento"). È una rivolta popolare sviluppatasi nel dicembre 1987 nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967. Estesa da Gaza alla Cisgiordania, fu caratterizzata da scioperi, dimostrazioni, scontri con le forze occupanti, azioni di disobbedienza civile.

Per ragioni di spazio, rinviamo al sito di Mosaico di pace, rubrica Mosaiconline, altre definizioni e brevi schede utili (sionismo, antisemitismo, kibbutz...).

 

 

 


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