Dal G8 del 2001 alla promozione a questore di un funzionario allora coinvolto, passando per il decreto sicurezza.

  

Si può nominare questore un funzionario condannato in passato per gravi e infamanti reati? Un funzionario coinvolto in uno dei più gravi abusi commessi dalla polizia italiana negli ultimi decenni? Si può: la promozione a questore di Monza di Filippo Ferri, condannato a tre anni e otto mesi (più cinque anni di interdizione) nel processo scaturito dalle torture e dai falsi di polizia alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001, è una scelta legittima, e va quindi giudicata su un piano politico e culturale. È una scelta di campo compiuta dal potere, un atto che definisce un certo modo di intendere i rapporti fra istituzioni democratiche e apparati di sicurezza da una parte, semplici cittadini e attivisti dall’altra.

Diciamo allora che in un Paese più civile del nostro, e più attento alla qualità dei rapporti fra cittadinanza e istituzioni, la grave caduta di legalità avvenuta durante il G8 di Genova sarebbe stata affrontata con fermezza e trasparenza, avendo ben chiaro l’obiettivo: restituire credibilità alle forze dell’ordine, prevenire altre possibili cadute. Nel luglio 2001, com’è noto, le forze dell’ordine si lasciarono andare a un’impressionante catena di violenze, abusi, falsificazioni, praticando la tortura su decine e decine di persone per più giorni e in più contesti (principalmente, ma non solo, la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto), uccidendo in piazza un ragazzo di 23 anni, producendo interi faldoni di verbali ufficiali infedeli, attestanti il falso. Fu una gestione disastrosa, per quanto politicamente indirizzata, dell’ordine pubblico, e un’impressionante violazione dell’ordine costituzionale. 

Il dopo-Genova

Ebbene, non è un’esagerazione dire che il dopo Genova G8 è stato per certi versi peggiore di Genova G8 in sé, proprio perché lo Stato italiano ha scelto di seguire la strada opposta a quella che sarebbe stata consigliabile e necessaria. Niente fermezza verso i responsabili degli abusi e dei disastri etico-professionali, niente trasparenza sulle scelte compiute, e soprattutto nessuna azione volta a recuperare la credibilità perduta. Si è preferito, piuttosto, garantire la massima copertura ai vertici degli apparati e perfino ai numerosi agenti, funzionari e dirigenti indagati, imputati e infine condannati nei vari processi seguiti alle violenze istituzionali del luglio 2001.

Lo Stato, nel suo insieme, ha fatto quadrato attorno ai propri “uomini della sicurezza”, ignorando l’attesa di giustizia, verità e risarcimento morale della cittadinanza, lasciando ai soli magistrati genovesi il compito di fare eventualmente giustizia sul piano penale e personale, ma in condizioni proibitive, nell’isolamento, dovendo anche affrontare l’omertà e l’ostilità dei vertici delle forze dell’ordine.

Un Paese civile, dicevamo, già nel luglio 2001 avrebbe chiesto ai responsabili dell’ordine pubblico di fare un passo indietro, avrebbe sospeso tutti i funzionari più esposti e a maggior ragione quelli messi sotto inchiesta, avrebbe preteso la massima collaborazione con la magistratura da funzionari e dirigenti.

In un Paese civile sarebbero stati aperti procedimenti disciplinari in parallelo con le inchieste della magistratura e si sarebbe messa all’ordine del giorno una grande inchiesta sullo stato di salute democratica in seno alle forze dell’ordine, sui criteri di assunzione e formazione, sulle filosofie e sulle prassi d’intervento nell’ordine pubblico. Si sarebbero gettate le basi per una nuova, necessaria riforma delle polizie, visto l’evidente fallimento della “riforma democratica” della (sola) polizia di stato introdotta appena vent’anni prima.

Il Paese reale ha, invece, permesso ai vertici di polizia, rimasti al loro posto, di “ostacolare impunemente” l’azione della magistratura, come si legge nella “sentenza Cestaro” di condanna dello Stato italiano davanti alla Corte europea per i diritti umani sul caso Diaz (2015); non ha sospeso indagati e imputati e, anzi, ha promosso alcuni di loro a processi in corso; non ha avviato procedimenti disciplinari per i responsabili degli abusi più gravi (tranne un caso, nell’ambito della vicenda Diaz, chiuso con una multa di 47 euro…)

Il Paese reale ha scelto di chiudere e dimenticare il capitolo Genova G8 rifiutando anche le raccomandazioni contenute nella citata sentenza Cestaro: sia l’introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise, sia il fatto – citiamo – che «quando degli agenti dello Stato sono imputati per reati che implicano dei maltrattamenti, è importante che siano sospesi dalle loro funzioni durante l’istruzione o il processo e che, in caso di condanna, ne siano rimossi».

Nel Paese reale, a 24 anni di distanza dai fatti e a dieci dalla sentenza Cestaro, non abbiamo né i codici sulle divise degli agenti, né rimozioni dal servizio degli agenti condannati, né iniziative concrete e profonde di autocritica e ripensamento per quanto accaduto.

Abbiamo, piuttosto, funzionari che, una volta scontata la pena, riprendono la propria carriera (la nomina a questore di Monza di Filippo Ferri è la più recente, ma non l’unica), abbiamo episodi gravissimi che si ripetono tali e quali, con le stesse tecniche di violenza (le torture nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere nel 2020 sono la replica di quanto avvenuto a Bolzaneto nel 2001), abbiamo – anziché riforme democratiche di vasto respiro – nuove allarmanti fughe in avanti sul piano normativo, con un decreto sicurezza di chiaro stampo intimidatorio e autoritario, e con la promessa di futuri provvedimenti di maggiore tutela degli agenti.

Decreto sicurezza

Il decreto sicurezza, ormai legge, prevede fra le altre cose un inasprimento delle pene per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale e punta a mettere in soggezione gli attivisti anche rendendo illegali varie forme di azione diretta nonviolenta. In un altro punto, autorizza gli agenti, fuori dal servizio, a detenere liberamente un’arma diversa da quella di ordinanza: un segno, anche questo, di un’idea ben precisa del ruolo sociale – di nuovo: l’intimidazione – delle forze dell’ordine.

Il decreto sicurezza ha poi introdotto il sostegno alle spese legali (fino a diecimila euro) per gli agenti processati per fatti avvenuti in servizio, ma il governo Meloni intende andare molto più in là: il ministro Nordio ha già promesso un provvedimento ad hoc, che includerà la garanzia di non sospensione dall’incarico e dallo stipendio fino a eventuale condanna definitiva e altre misure che sono state riassunte con la nozione di “scudo penale”. A quel punto il ribaltamento della scena sarà completo.

Nel Paese che ha dimenticato Genova G8, invece di proteggere i cittadini dagli abusi del potere, si teorizza e si mette in atto la protezione preventiva di chi esercita o viene accusato di esercitare gli abusi. Genova-G8 non è una storia chiusa, un incidente di percorso, una catena di errori ripudiati, ma un precedente che ancora incombe sulla collettività; è un biglietto da visita che le forze di polizia continuano a esibire: quello che è accaduto, può accadere di nuovo (e spesso, in piccolo, in effetti accade).

 

 

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L'autore

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e scrittore, fu tra le vittime dell’irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 di Genova 2001. Da quell’esperienza ha tratto il libro Noi della Diaz (2002) e, con Vittorio Agnoletto, L’eclisse della democrazia (2011). È tra i promotori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Nei suoi articoli e libri denuncia la deriva autoritaria e la compressione dei diritti civili in Italia.

 

 

 

 


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