Parola a rischio

Alla sequela di Bartimeo, per trovare la speranza e il sapore della festa.

 

 

La speranza secondo Bartimeo

Nell’udienza generale dell’11 giugno scorso, Papa Leone XIV nel ciclo di catechesi su “Gesù Cristo nostra speranza” ha commentato l’episodio evangelico della guarigione/chiamata di Bartimeo (Mc 10,46-52). I lettori più antichi di Mosaico di pace ricorderanno che molti anni fa condussi questa stessa rubrica commentando in ogni numero un singolo versetto, un’espressione, un gesto… contenuto nel racconto della guarigione-chiamata di Bartimeo.

Un vero e proprio inno alla speranza. Perché la speranza non si attende ma si sollecita. Non si aspetta, le si va incontro. Non è conquista da sedentari, ma di persone che sanno stare in piedi, e non necessariamente sulle gambe! E Bartimeo era di quella specie di persone che non si lasciava condizionare dalla sua disabilità. Bartimeo non coincideva con la sua infermità. Non un cieco, insomma, quanto piuttosto un uomo che non ci vede. E poi con tante altre doti, capacità, strumenti, risorse. Dice Papa Prevost: “Cosa possiamo fare quando ci troviamo in una situazione che sembra senza via d’uscita? Bartimeo ci insegna a fare appello alle risorse che ci portiamo dentro e che fanno parte di noi. Lui è un mendicante, sa chiedere, anzi, può gridare! Se desideri veramente qualcosa, fai di tutto per poterla raggiungere, anche quando gli altri ti rimproverano, ti umiliano e ti dicono di lasciar perdere. Se lo desideri davvero, continua a gridare!”. Pertanto, il grido è la conseguenza di una speranza, anzi della speranza.

Solo quando intravedi un futuro che gli altri ignorano, dai voce al grido che prima era come soffocato e silente. La speranza, infatti, abita il futuro e forse è proprio per questo che facciamo tanta fatica a vederla nell’oggi.

L’oggi di Dio, invece, ha uno sguardo lungo, ha misure che non ci appartengono. “Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato – canta il versetto 4 del Salmo 89 – come un turno di veglia nella notte”. Per questo Bartimeo è un testimone autentico della speranza. Dice ancora Papa Leone: “Bartimeo è cieco, ma paradossalmente vede meglio degli altri e riconosce chi è Gesù!”. Forse perché non ha nulla da perdere e non gli fa paura un salto nel buio dell’incertezza e della sconfitta, della delusione e della incompiutezza, dal momento che convive col buio. Bartimeo non teme la derisione degli altri o le umiliazioni che gli possono essere inflitte dal momento che sono, per lui, il suo pane d’ogni giorno. Questo gli fa affinare uno sguardo interiore che riesce a intuire la forza di una liberazione quando tutti gli altri forse applaudono soltanto il personaggio del momento. È qualcosa di più del nostro adagio per cui “il bisogno aguzza l‘ingegno”. Qui la sofferenza e l’oppressione sono chiamate alla resa totale di fronte alla speranza che solo il cieco riesce a vedere.

 

Il cammino di Bartimeo

Ogni gesto di questi pochi versetti, armonizzati come una danza, sembrano dispiegare le pagine di un libro, quello della vita. Ogni gesto è semente che non può lasciare il terreno della tua esistenza come l’aveva trovato prima di depositarsi. E diventa germoglio. E diventa cammino. “E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada”. Così si conclude il racconto della guarigione/chiamata di Bartimeo, con un uomo che si mette per strada un passo dopo l’altro. Con un uomo che ne segue un altro.

È un seguire per la strada come si diceva dei primi cristiani, prima che fossero chiamati così, erano “quelli della via” quasi a indicare che il cammino non era un fatto accessorio ma piuttosto specifico e identificativo dei discepoli (seguaci) di Gesù di Nazareth. Anche Bartimeo era fermo. Così viene descritto dall’evangelista: “Sedeva lungo la strada a mendicare”, mentre tutti attorno al nazareno erano in movimento.

È l’incontro con Gesù che lo spinge a mettersi in cammino. E a noi arriva come una provocazione perché, se siamo statici, rigidi, fermi, stabili o in equilibrio sulle nostre posizioni, a crogiolarci nelle nostre infermità, è segno che quell’incontro vitale non è ancora avvenuto.

E se invece di camminare per la strada seguendo il maestro, vaghiamo, è segno che non abbiamo compreso il senso di quell’incontro. Ho scritto “il senso” perché indica la direzione e il significato che sta nel camminare dietro, nella sequela. E quel camminare fiorisce dopo la meravigliosa espressione di Gesù rivolta all’ex cieco: “Va’, la tua fede ti ha salvato”.

Gesù libera. In quel verbo iniziale c’è un vortice di libertà che dice tutt’altro che dipendenza e possesso della vita dell’altro o riconoscenza che diventa prigionia. “Va’” è invito a spiccare il volo. Solo chi ha sperimentato la prigione dietro le sbarre, o un amore sbagliato che è sbagliato chiamare amore, o la crocifissione nel letto della malattia, o di una condizione di oppressione e di sfruttamento, o l’onda lunga di un’educazione ansiogena e tristemente costrittiva, può capire il respiro di quel “Va’” e può interpretarlo al meglio con uno spartito originale e bellissimo. Bartimeo lo vive come una danza e ce lo immaginiamo andare dietro a Gesù piroettando e magari fischiettando, talvolta correndo e altre rallentando il passo per stare con gli altri con passo sinodale. Ci sono personaggi nei Vangeli che fanno un’apparizione fugace, eppure tanto pregnante da diventare una lezione vivente, e poi scompaiono, non li vedi più.

Quanto mi piacerebbe riuscire a inventare narrativamente il prosieguo della loro vita, cosa hanno fatto dopo, cosa sono diventati, come hanno vissuto…

Per questo, la pagina di Bartimeo è guarigione e chiamata, incontro e liberazione, resurrezione e festa, giubilo.

 

 

 

 


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