Di fronte al genocidio in Palestina, se i governi tacciono, il popolo si mette in moto. Sostegno alla Global Sumud Flottilla.
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- Scritto da La Redazione
- Categoria: Ottobre 2025 - Sciopero per Gaza
Il messaggio della Global Sumud Flotilla è chiaro e semplice, fortemente umanitario e politico nello stesso tempo. Di fronte all’orrore di uno sterminio che toglie il fiato e disumanizza, di fronte allo sgomento e all’impotenza che rende insonni, e soprattutto di fronte all’inerzia morale e al silenzio dei governi, il popolo insorge. E si mette in moto. Anzi, in mare.
Nel momento in cui scriviamo questo editoriale, le 50 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla”, sono dirette verso Gaza. Un’azione nonviolenta di indignazione e di solidarietà che, ancora in acque internazionali, sta già subendo una controffensiva armata.
A bordo di una di queste imbarcazioni, c’è il giornalista Saverio Tommasi che, in un articolo pubblicato su fanpage.it, spiega ai bambini il senso della Global Sumud Flotilla: “sono due parole inglesi e una araba. Global significa che non ci sono persone da un solo Paese, ma da 44 diversi Paesi, che partecipano a un’unica missione. È così che intendiamo la globalità. Flotilla significa insieme di navi, nel nostro caso soprattutto barche, che viaggiano insieme, principalmente a vela. E Sumud è la parola più bella, di origine araba, diventata simbolo della resistenza e della perseveranza del popolo di Palestina. La parola è araba ma ha acquisito senso soprattutto qui, in ambito palestinese: indica tenacia di fronte all’occupazione israeliana e la volontà di esistere e per questo la necessità di resistere”.
Circa 600 persone, con 500 tonnellate di aiuti umanitari a bordo, navigano verso la terra di morte e resistenza/resilienza.
È un’azione nonviolenta, perché i promotori si mettono in gioco in prima persona assumendo su di sé ogni possibile rischio o azione di respingimento israeliana, peraltro molto probabile.
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- Scritto da Tonio Dell'Olio
- Categoria: Ottobre 2025 - Sciopero per Gaza
La forza di sperare, sempre e comunque. Con la poesia, inondati dalle prime luci del mattino, resilienti.
La speranza è un dolore che non si arrende
Come vorrei avere il coraggio di lasciare la sola parola ai versi! Lasciare che a cullare questa pagina sia la poesia come sulle onde del mare. Anche la barca dal destino inatteso di questo tempo ferito deve poter essere sospinta verso nuovi porti, nuovi destini. “La speranza è un dolore che non si arrende” declama Maria Letizia Del Zompo.
Una figura come di resilienza che può risorgere più bella e meno fragile proprio dal fango della sconfitta. E questo è tempo di disfatta terribile e atroce per l’umanità tutta. Un tempo che sprigiona odore di zolfo e fetore di cadaveri sepolti dalle macerie delle case e della pietà negata. È come se ci mancasse la presa per risalire nell’arrampicata e puntualmente ripiombiamo giù, verso un abisso che non avevamo mai immaginato di conoscere o di tornare a visitare. Per questo, la speranza è un dolore che non si arrende, perché il contrario è rassegnazione, è immobilità, è morte.
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- Scritto da Alessandro Marescotti
- Categoria: Ottobre 2025 - Sciopero per Gaza
- Qualifica Autore: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Come presentare in email una petizione pacifista al Parlamento.
Mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi, è il primo firmatario di una petizione contro il piano di riarmo che si può trovare e firmare qui: www.noriarmo.it.
Con lui il Coordinamento No Riarmo ha pianificato un’azione basata sull’articolo 50 della Costituzione che sarà spiegata nel dettaglio in questo breve articolo che vuole essere una sorta di “istruzioni per l’uso”.
Articolo 50
L’articolo 50 della Costituzione italiana recita: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”.
Si tratta di una norma breve, spesso dimenticata, ma di grande valore democratico. Riconosce, infatti, a ciascun cittadino – e non solo a gruppi organizzati – il diritto di rivolgersi al Parlamento per sollecitare iniziative legislative, per segnalare problemi collettivi e per proporre alternative. Non occorre raccogliere migliaia di firme. Anche piccole iniziative spontanee possono trovare accoglimento all’interno di questa norma costituzionale relativa alle petizioni.
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- Scritto da Renato Sacco
- Categoria: Ottobre 2025 - Sciopero per Gaza
- Qualifica Autore: consigliere nazionale Pax Christi Italia
I portuali e loro azione di sostegno alla Global Sumud Flotilla. La forza nonviolenta delle loro proteste.
“Deve essere chiaro a tutti, ma proprio a tutti questo. Intorno a metà settembre queste barche (Global Sumud Flotilla) arriveranno vicino alla costa di Gaza… Se noi, per solo 20 minuti, perdiamo il contatto con le nostre barche e con i nostri compagni, noi blocchiamo tutta l’Europa. Insieme al nostro sindacato USB, ai lavoratori portuali, e a tutta la città di Genova, da questa regione – da dove escono 13-14 mila container all’anno per Israele – non esce più un chiodo, è sciopero internazionale. Bloccheremo le strade, le scuole, bloccheremo tutto. Tutta questa merce, fino all’ultimo cartone, deve arrivare dove deve arrivare”.
Forse la frase “non esce più un chiodo” è quella che ha fatto conoscere a molte persone la realtà del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) di Genova. Persone preparate e determinate, che da anni dicono no al carico e scarico di armi dal porto di Genova.
“La guerra empieza aquì”, scrivevamo nell’editoriale di Mosaico di pace di luglio scorso, è un documento, ma anche il nome di un movimento di lavoratori del porto di Bilbao, in Spagna, che da anni si oppone all’invio di armi su navi che partono da quel porto. A loro si sono ispirati i lavoratori del CALP di Genova. E con lo stesso slogan è nata la prima manifestazione di Fari di Pace, che si è svolta, proprio a Genova il 2 aprile 2022: La guerra inizia a Genova.
L’esperienza del CALP di Genova, la loro testardaggine, la loro coerenza sono un modello, un esempio da seguire. All’inizio di giugno è scattato “l’allarme” per una nave che a Marsiglia avrebbe dovuto caricare armi destinate alla IDF (Israel Defence Forces)in Israele.
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- Scritto da Marina Corti
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- Qualifica Autore: Donne in cammino per la pace, Brescia
Esperienze di donne che marciano per dire no a tutte le guerre, contro i massacri, per la pace.
Non era una mattina come le altre quel 4 novembre 2023, ma soprattutto non era una data qualsiasi!
Le notizie frammentarie e insieme tragiche che arrivavano da Gaza, gli echi di guerra di quanto stava accadendo in molti luoghi del mondo, il conseguente senso di smarrimento e di impotenza, ha fatto sì che dal pensiero urgente del “bisogna fare qualcosa”, nascesse l’idea del cammino.
Un cammino di sole donne, perché le donne, quando si riconoscono negli ideali e nei valori, hanno la capacità di attingere a risorse interiori e far fronte alle tante difficoltà della vita.
Un cammino come gesto non rinviabile di fronte al massacro quotidiano di troppe vittime innocenti e delle feroci dittature di cui le donne pagano sempre e in ogni luogo un prezzo altissimo.
Cammino come urgente atto simbolico che invita a muoversi, a non rimanere inerti di fronte alle atrocità che le guerre producono, un gesto forte che, accompagnato dal silenzio, crea un impatto visivo ed emotivo molto forte.
Il primo appuntamento è stato alla stele dei caduti di Piazza della Loggia, luogo della memoria collettiva della nostra città e da quel luogo sacro è iniziato il cammino verso l’Aeroporto Militare di Ghedi, luogo e deposito di morte che ospita decine di testate atomiche di ultima generazione, che, se impostate al massimo della potenza, risultano essere molto più distruttive della bomba di Hiroshima.
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- Scritto da Luisa Gasbarri
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- Qualifica Autore: scrittrice
Hikikomori o kamikaze? I giovani, i voli interrotti, i dialoghi mancati.
Gli alchimisti definivano un tempo natura naturata, la materia con la sua forma, lì davanti a noi, per concentrarsi poi sulla natura naturans, ovvero sul divenire delle cose, la forza vitale e generatrice dell’universo. Ma è soprattutto in prospettiva antropologica che dovrebbe interessarci non tanto ciò che le cose sono, quanto ciò che esse possono, o rischiano, di diventare.
Santi e cavalieri?
Come specie umana ci piaceva farci artefici di noi stessi ed eroi, santi, cavalieri e navigatori erano tutti accomunati dall’avventura esistenziale dell’allontanarsi dalla propria zona di comfort alla ricerca di se stessi, Propp insegna. Poi arrivò il sogno americano a propulsione capitalista, l’obbligo di essere felici senza scuse e, quando l’autorealizzazione mancava, non si aveva che da rimproverare calvinisticamente se stessi. Infine, la condanna al vano quarto d’ora di fama preconizzato da Warhol, talento e genialità quali dettagli marginali, universale solo l’ansia di salire su un palco qualunque, sotto riflettori effimeri oltre che problematici: fare il pubblico era già out.
A seguire, in una società di massa paradossalmente parcellizzata dalla competizione, la fiumana fuori controllo del progresso a travolgerci, i ritmi di riallineamento convulsi nel perpetuo rinegoziare un’identità sbriciolata. E dalle infinite, sane potenzialità della natura naturans, eccoci regrediti a una natura (s)naturata, figlia di condizionamenti eteronomi e annichilente conformismo, eccoci giunti in ultimo alla stagnazione psichica del fallimento cronicizzato. Ed è oggi proprio la frode sociale di tale scenario che ci svela come per evitare di diventare ciò che non vogliamo o sottrarci a riconoscimenti illusori restino ormai solo la ritirata, l’inazione, la rinuncia consapevole.
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- Scritto da Giulia Ceccutti
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Studenti nella Germania nazista raccontano la Rosa bianca con linguaggi nuovi e coinvolgenti.
Un viaggio che ha al centro la storia del gruppo di studenti che, nella Germania nazista, sfidò il regime con la forza delle idee e del volantinaggio. Un viaggio fatto di amicizia, senso di responsabilità e giustizia, amore per la vita, per la libertà. È il viaggio raccontato dalla graphic novel La rosa bianca. Studenti contro Hitler (ITL), uscita di recente in italiano dopo una prima, fortunata, edizione francese.
Abbiamo chiesto a Fabio Caneri ed Elisabetta Xausa, membri dell’Associazione Rosa Bianca, e a Beniamino Del Vecchio, illustratore, di avvicinarci a queste pagine e a questa storia.
Il libro si apre con un’immagine dell’Università di Monaco. Siamo a fine giugno 1942 e Sophie Scholl ha in mano un volantino della Rosa bianca. Raccontaci di questo gruppo.
Fabio Caneri: I giovani della Rosa bianca (un nome ispirato, probabilmente, al movimento di resistenza sudamericano) iniziarono a produrre i primi volantini contro il regime nazista tra giugno e luglio 1942. All’inizio gli autori erano due: Alexander Schmorell e Hans Scholl, fratello di Sophie; a loro si unirono un piccolo gruppo di studenti e un docente universitario. Insieme condivisero letture comuni, su cui confrontarsi e discutere, scossi dalle vicende politiche e dalla guerra. Il 18 febbraio 1943 decisero di diffondere per la prima volta un volantino in 1.600 copie tra gli studenti dell’Università di Monaco. Nel testo denunciavano il regime, scrivendo ad esempio: “Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza. La Rosa Bianca non vi darà pace”. Erano già stati pubblicati cinque volantini diffusi nelle case, via posta, o distribuiti nei luoghi di passaggio, dove speravano venissero accolti da persone interessate.
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- Scritto da Beatrice Biliato
- Categoria: Ottobre 2025 - Sciopero per Gaza
- Qualifica Autore: CISDA, Coordinamento italiano sostegno donne afghane Onlus
Lotta all’apartheid di genere, per la difesa delle donne dal fondamentalismo.
Costrette da oltre cento proibizioni e provvedimenti farneticanti a rimanere chiuse e nascoste nelle loro case senza alcuna possibilità di partecipare alla vita sociale, le donne afghane vivono oggi, dopo quasi quattro anni di governo talebano, una condizione sempre più insostenibile.
Donne e bambine sono ridotte in condizione di schiavitù domestica, private di ogni diritto fondamentale e di qualunque libertà: non possono studiare, non possono uscire di casa da sole, non possono fare sentire la propria voce in pubblico né possono mostrare il proprio volto, non hanno diritto alle cure sanitarie in mancanza di medici donne, vengono uccise se manifestano per i loro diritti e lapidate se ritenute adultere. 2,2 milioni di ragazze sono state private dell’istruzione secondaria, oltre 100.000 giovani sono state espulse dalle università. Con un recente provvedimento sono state chiuse anche le scuole di ostetricia e di assistenti sanitarie, ultima possibilità rimasta alle ragazze di potersi dedicare a una professione e alle partorienti di essere assistite.
La salute di tutte le donne afghane è a grave rischio, soprattutto se sole: possono essere curate solo da donne e non possono recarsi in ospedale senza un uomo che le accompagni. Alle donne è proibito qualsiasi lavoro fuori casa, anche se in un ambiente solo femminile come quello delle parrucchiere. Persino lavorare nelle ONG nazionali e internazionali è vietato e una stretta sempre crescente sta avendo anche la professione di giornalista, una delle poche ancora permesse.
Alle donne è ormai vietata qualsiasi cosa, anche se a loro riservata: l’accesso ai parchi, ai bagni pubblici e ai bar, praticare sport o viaggiare senza un tutore maschio. Il loro corpo deve essere coperto completamente, comprese le mani.
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- Scritto da Carlotta Venuda
- Categoria: Ottobre 2025 - Sciopero per Gaza
- Qualifica Autore: Punto Pace Pax Christi Venezia-Mestre
Il valore dell’obiezione di coscienza nella storia del beato Franz. Il racconto del pellegrinaggio estivo.
Sankt Radegund, un puntino sulla carta geografica dell’Alta Austria, subito al di là del fiume Salzach che segna il confine con la Baviera. Verso questa cittadina agricola si dirigono ogni anno, il 9 agosto, numerose persone, molte di Pax Christi, provenienti dall’Austria, dall’Italia, dalla Germania e da altri luoghi. A muoverle è l’anniversario della morte di Franz Jägerstätter che lì visse i suoi 36 anni. Jägerstätter è stato una persona semplice, un marito, un padre, un agricoltore, ma soprattutto un uomo che ha saputo discernere la verità in un momento oscuro come quello della Seconda guerra mondiale e dell’annessione dell’Austria, ad opera della Germania nazista e della sua nefasta azione in Europa, e che ha saputo scegliere di testimoniarla e tenervi fede a prezzo della vita. Perché “quello che vogliamo vedere sono dei cristiani che riescono a resistere in mezzo a queste tenebre, con superiore chiarezza, compostezza e sicurezza, che si oppongono con la più pura pace e serenità all’assenza di pace e di gioia, all’egoismo e all’odio, che non sono delle canne che si piegano di qua e di là al minimo vento, che non si limitano a guardare cosa fanno gli altri o gli amici, ma che si chiedono: ‘cosa insegna la nostra fede?’ oppure: ‘Forse la coscienza può sopportare tutto ciò senza avere qualcosa di cui pentirsi?’” scriveva.
Franz venne giustiziato, a mezzo della ghigliottina, alle 16.00 del 9 agosto 1943 a Brandeburgo sulla Havel, a seguito della sentenza del tribunale militare che lo condannava per aver rifiutato di combattere nell’esercito nazionalsocialista, con questa motivazione: “Egli dichiarò che avrebbe agito contro la sua coscienza religiosa se avesse combattuto per lo Stato nazionalsocialista…. Ora Dio gli ha fatto capire che non è peccato rifiutare il servizio militare perché ci sono cose in cui bisogna obbedire a Dio più che agli uomini. In base al comandamento ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ ci indica che non si può combattere con le armi. È, tuttavia, disposto a prestare servizio nei reparti sanitari”.
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- Scritto da Rosa Siciliano
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Viaggio in Tibet, per conoscere il popolo del Ladakh. Intervista a Helena Norberg-Hodge.
Helena Norberg-Hodge è autrice di un libro sul Tibet, “Il passato che illumina il futuro. Quando la comunità sostituisce la ricchezza” (Libreria Editrice Fiorentino) che ci apre percorsi di riflessione e di dialogo su altre culture.
Il Ladakh è una terra del Tibet. Quali sono le caratteristiche delle comunità che la abitano?
Bisogna distinguere tra le comunità presenti quando arrivai per la prima volta nel 1975 e quelle di oggi. Negli anni Settanta, questa regione dell’Himalaya, conosciuta come Piccolo Tibet, era in gran parte isolata e aveva un’economia autosufficiente. Ma nel 1975, il Ladakh venne improvvisamente aperto al mondo, e quindi al mercato globale. Quando arrivai, incontrai le persone più felici, sane, generose e tolleranti che avessi mai conosciuto.
Imparai a parlare fluentemente la lingua e finii per vivere e lavorare con questo popolo per i successivi quarant’anni. Assistei a come, nel giro di pochi anni, lo “sviluppo” e il “progresso” allontanarono le persone dalla terra e le spinsero verso la città, dove divennero dipendenti da lavori scarsi e precari. Improvvisamente, gruppi che in passato erano interdipendenti vennero messi gli uni contro gli altri.
Sono stata testimone di come questo portò a conflitti violenti tra gruppi che avevano convissuto per generazioni, e ho visto come, cosa ancor più importante, la rottura dei profondi legami sociali portò a una sorta di psicosi collettiva. In altre parole, in quanto elementi interdipendenti di una comunità, una volta in città non riuscirono a vivere in competizione con l’“altro”.
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- Scritto da Stefania Ruggieri
- Categoria: Ottobre 2025 - Sciopero per Gaza
Riflessioni da uno scoglio di confine: giovani dottoresse a Lampedusa raccontano.
Miya Miya: al 100%. Quando dopo uno sbarco difficile, dopo faticosi giorni in mare, bagnati e assetati, si chiede loro "kullu tamam" (tutto bene)? In tanti rispondono così: Miya Miya (al 100%).
Questo è uno degli aneddoti più sconvolgenti del libro “Miya Miya Riflessioni da uno scoglio di confine”, una raccolta di riflessioni, racconti, pensieri ed emozioni di medici specializzandi a Lampedusa.
Dal 2022 nella rete formativa della scuola di specializzazione in malattie infettive e tropicali dell’università di Bari è inserito l’USMAF (Ufficio di Sanità Marittima, Aerea e di Frontiera) con sede a Lampedusa.
È così che, da allora, i medici in formazione hanno la possibilità di svolgere un periodo di lavoro, solitamente di un mese, presso il molo Favaloro.
Periodo che, come afferma nell’introduzione la professoressa Annalisa Saracino, permette l’apprendimento intensivo, in immersione, del concetto di salute del migrante e del lavoro in équipe in situazioni di emergenza.
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- Scritto da Raffaele Spiga
- Categoria: Ottobre 2025 - Sciopero per Gaza
- Qualifica Autore: Campagna BDS
Il movimento BDS: quando i consumi diventano uno stile etico.
Perché una sigla – movimento BDS, Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni – fino a poco tempo fa quasi sconosciuta al di fuori del circolo dei sostenitori della causa palestinese, sta diventando comune anche tra i semplici cittadini, che assistono impotenti al massacro di Israele contro palestinesi, causando vittime in grande maggioranza civili, incluse donne e bambini?
La storia
Il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni è nato da un appello del 9 luglio 2005, un anno dopo che la Corte internazionale di Giustizia dell’Aja aveva emesso un parere negativo sulla legalità del “Muro in Palestina”, ritenendo che la sua costruzione costituisse una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli, e si era espressa negativamente anche nei confronti dell’annessione forzata di territori e beni altrui: evidente violazione di diritti umani. L’appello fu lanciato da una vasta coalizione di organizzazioni della società civile palestinese (oltre 170 sigle), rivolto alle società civili mondiali perché si esercitassero pressioni e sanzioni nei confronti dello Stato di Israele, che da sempre ignora raccomandazioni e risoluzioni degli organismi internazionali.
Le richieste delle organizzazioni palestinesi sono semplici e comprensibili, e coinvolgono le tre grandi componenti popolari: i residenti dei Territori Occupati, i palestinesi cittadini di Israele (circa il 20 % della popolazione di Israele stessa) e quelli della diaspora mondiale.
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- Scritto da Enrico Peyretti
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Luigi Bettazzi, la tradizione in cammino.
A chi voglia raccogliere memorie vive e ancora feconde, della nostra vita civile ed ecclesiale, il lavoro di Alberto Chiara assicura l’essenziale della lunga vita e opera del vescovo Luigi Bettazzi, a un anno dalla sua morte, avvenuta all’età di quasi cento anni.
Il libro segue la vita di Bettazzi dalle vive radici familiari, agli ampi studi, al servizio nella Chiesa bolognese e nella Fuci (dove io lo conobbi), al Concilio, a cui partecipò ancora giovane con un incisivo ruolo anticipatore, all’impegno per la giustizia sociale, e specialmente per la pace, con Tonino Bello e Pax Christi, fino all’interposizione disarmata a Sarajevo assediata, nel dicembre 1992, poi nel dialogo franco e stimolante coi leader politici italiani, specialmente con Berlinguer, e all’impegno, fino all’offerta personale in ostaggio (vietatagli dal Vaticano politico), per tentare di salvare Aldo Moro.
Da Bettazzi stesso abbiamo sentito più volte i dettagli di questa sua esperienza, impressionante per il cinismo politico ecclesiastico, mentre Paolo VI soffriva fino a morirne poco dopo. Nel libro di Chiara se ne dà conto preciso in tutto il capitolo 8.
L’ultimo grido di pace, di Bettazzi, per superare la nuova guerra in Europa, il 7 maggio 2023, due mesi prima di morire (pp. 174-176), è ancora nei nostri occhi e orecchie, reperibile in YouTube.
Il libro di Chiara ci rimanda anche a qualche altro scritto di Bettazzi. Ogni anno egli scriveva un libro “per ordine del medico, per tenersi sveglio”, diceva con autoironia, in linea con la sua lunga serie di barzellette.
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- Scritto da Mons. Francesco Neri
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- Qualifica Autore: arcivescovo di Otranto
Laudato Si’, Signore, per quelli che perdonano.
L’impegno per la pace caratterizza in modo determinante tutta la vita di don Tonino. Lo testimonia il IV volume dei suoi Scritti, intitolato appunto Scritti di pace, ma soprattutto l’impegno ininterrotto, fino al viaggio a Sarajevo del dicembre 1992. Ma anche il Cantico di san Francesco è un documento di impegno per la pace. Infatti, la strofa in cui viene lodato Dio per quelli che perdonano, è stata composta successivamente, allo scopo di sanare un conflitto sorto tra il Vescovo e il Podestà di Assisi. A questa scuola cerchiamo, dunque, un itinerario per essere operatori di pace attraverso il perdono.
Perdonare significa anzitutto rinunciare a vendicarsi. Sappiamo che ci si può vendicare non solo in modo violento e plateale ma anche attraverso mezzi sottili e freddi ma non per questo meno efficaci: non salutare, far finta di non vedere, evitare ostentatamente di incontrare... Perdonare significherà prima di tutto rinunciare, a ricambiare il male subìto con un male del quale noi ci rendiamo esecutori. Perdonare significherà dunque riconoscere che il nemico è come me, un impasto di bene e di male, un essere nel quale lottano la luce e le tenebre.
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- Scritto da Pasquale Pugliese
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- Qualifica Autore: autore di “Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini”
La Marcia per la pace e le sue onde che vanno lontano.
Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, come avrei potuto destare la consapevolezza della gente più periferica, se non ricorrendo all’aiuto di altri e impostando una manifestazione elementare come è una marcia? Sapevo bene che gli aiutanti e i partecipanti non sarebbero stati in gran parte persuasi di idee nonviolente; lo sapevo benissimo ma si presentava l’occasione di mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà e decise noncollaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di ciò che si deve fare nell’attuale difficile momento. (Aldo Capitini, In cammino per la pace, Einaudi, 1962)
Il 24 settembre del 1961 si svolgeva in Italia, per volere di Aldo Capitini, il primo esperimento di “tecnica nonviolenta collettiva”, la Marcia della pace per la fratellanza tra i popoli da Perugia ad Assisi, di cui il filosofo perugino racconterà l’anno dopo nel volume In cammino per la pace.
Era una marcia alla quale Capitini pensava e lavorava da anni, che passò alla fase organizzativa nella drammatica estate del 1961, mentre a Berlino veniva tirato su il muro tra la parte Est e Ovest della città, con una nuova crisi dei rapporti tra Nato e Patto di Varsavia.
Capitini comprese che, di fronte al pericolo incombente di una guerra nucleare tra i blocchi contrapposti, era necessaria anche in Italia un’azione diretta e spiazzante dal basso che avesse quattro caratteristiche:
1. che l’iniziativa partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale;
2. che destasse la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche;
3. che fosse l’occasione per lanciare il “metodo nonviolento”;
4. che richiamasse Francesco, il santo italiano della nonviolenza.
Dossier - Ottobre 2025 - Costruire relazioni empatiche
A cura di Patrizia Morgante e Ilaria Napolitano
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