Il messaggio della Global Sumud Flotilla è chiaro e semplice, fortemente umanitario e politico nello stesso tempo. Di fronte all’orrore di uno sterminio che toglie il fiato e disumanizza, di fronte allo sgomento e all’impotenza che rende insonni, e soprattutto di fronte all’inerzia morale e al silenzio dei governi, il popolo insorge. E si mette in moto. Anzi, in mare.
Nel momento in cui scriviamo questo editoriale, le 50 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla”, sono dirette verso Gaza. Un’azione nonviolenta di indignazione e di solidarietà che, ancora in acque internazionali, sta già subendo una controffensiva armata.
A bordo di una di queste imbarcazioni, c’è il giornalista Saverio Tommasi che, in un articolo pubblicato su fanpage.it, spiega ai bambini il senso della Global Sumud Flotilla: “sono due parole inglesi e una araba. Global significa che non ci sono persone da un solo Paese, ma da 44 diversi Paesi, che partecipano a un’unica missione. È così che intendiamo la globalità. Flotilla significa insieme di navi, nel nostro caso soprattutto barche, che viaggiano insieme, principalmente a vela. E Sumud è la parola più bella, di origine araba, diventata simbolo della resistenza e della perseveranza del popolo di Palestina. La parola è araba ma ha acquisito senso soprattutto qui, in ambito palestinese: indica tenacia di fronte all’occupazione israeliana e la volontà di esistere e per questo la necessità di resistere”.
Circa 600 persone, con 500 tonnellate di aiuti umanitari a bordo, navigano verso la terra di morte e resistenza/resilienza.
È un’azione nonviolenta, perché i promotori si mettono in gioco in prima persona assumendo su di sé ogni possibile rischio o azione di respingimento israeliana, peraltro molto probabile.
È un’azione potente, perché parte dal basso, coinvolgendo i corpi di chi va per mare e di chi da terra assicura il proprio appoggio e la propria solidarietà. Verso il popolo palestinese e verso chi si oppone all’orrore a cui assistiamo ormai da troppo tempo.
Al di là dell’esito della missione, si scrive oggi una pagina nuova e importante della Storia che richiede tutto il nostro sostegno. Se il diritto e le istituzioni non sono in grado di garantire sicurezza, democrazia, tutela dei diritti delle persone e dei popoli, sono questi ultimi che divengono il soggetto politico protagonista. La democrazia, il potere sovrano dei popoli, la tutela dei loro diritti essenziali sono stati oggetto di percorsi importanti della Storia moderna e crediamo tuttora che il diritto internazionale, nonostante lo sgretolamento in corso, abbia ancora un ruolo necessario di regolazione e composizione delle controversie internazionali.
La Global Sumud Flotilla è, infine, un’azione a fortissima valenza ideale in linea di continuità con la Marcia dei 500 di Sarajevo, che vide tra i suoi protagonisti anche don Tonino Bello che invocava l’intervento dell’“Onu dei Popoli”.
Certi che questo non basta, che è necessario fin da ora pensare soluzioni praticabili per una terra emblema di molte contraddizioni del Novecento (non dimentichiamo che Stato di Israele e Nakba sono due facce della stessa medaglia), ciò che ora è assolutamente fondamentale è che il genocidio finisca, che non venga versato altro sangue, che giungano aiuti umanitari e cibo alla popolazione.
Loro sulle imbarcazioni, noi e le migliaia di migliaia di persone che il 22 settembre hanno riempito le piazze di tutta Italia, equipaggio di terra, rispondiamo così, rompendo il silenzio, disobbedendo e se serve “bloccando tutto”.
Concludiamo con le parole di Fida Shehada, (coordinatrice di Women Against Weapons – Donne contro le armi): “Vogliamo che tutti trovino il modo di agire, che ciò avvenga partecipando alle proteste, esprimendo la propria opinione, scrivendo, dissentendo o condividendo la verità sulla guerra e la distruzione e il proprio desiderio di pace. […] Non voglio stare dalla parte di chi tace e non fa nulla. Ai miei occhi, il silenzio è consenso”.
Buon vento, Global Sumud Flotilla! Noi ci siamo.