A cura di Patrizia Morgante e Ilaria Napolitano
La comunicazione gioca un ruolo fondamentale, a livello interpersonale, comunitario e politico. Come evitare l’assuefazione a un linguaggio spesso violento, escludente, maschilista, narcisista e autoritario?
Come acquisire o migliorare competenze comunicative capaci di evolversi con lo sviluppo veloce delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione?
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- Scritto da Patrizia Morgante e Ilaria Napolitano
- Categoria: Dossier - Ottobre 2025 - Costruire relazioni empatiche
Disarmare la comunicazione, disarmare l’anima.
La comunicazione, oggi, gioca un ruolo fondamentale nella nostra società.
La comunicazione interpersonale, la gestione dei conflitti e delle tensioni, le abilità morbide (soft skills), la capacità di lavorare in team e collaborare, l’arte del dialogo e della conversazione: queste competenze sono trasversali, cioè, sono necessarie indipendentemente dalla vocazione e dal ruolo di ciascun*. Le soft skills accompagnano e rendono più efficaci ed efficienti le competenze dure o tecniche. Sono abilità che ci permettono di costruire contesti che facilitano la comunione, la fratellanza e sorellanza, la convivenza generativa.
Viviamo in una cultura digitale che non si esprime solo attraverso i social media, ma è molto più ampia e complessa. Il digitale sta trasformando il modo e i canali di comunicazione, dando vita a sistemi antropologici mobili e fluidi.
Possiamo affermare che, parallelamente, anche le nostre competenze comunicative si evolvono con lo sviluppo veloce delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione?
Non ne siamo sicure.
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Porre domande generative apre nuovi cammini. Intervista a Carmen Soto Varela.
La conversazione può essere uno spazio prezioso dove far generare nuove consapevolezze dentro e tra le persone coinvolte. È necessario apprendere l’arte della conversazione e del porre domande generative che aprono cammini nuovi. Siamo molto abituati a dibattiti e dialoghi volti a voler convincere l’altr* delle nostre posizioni per portarl* dalla nostra parte. La conversazione non ha l’obiettivo di convincere o persuadere, ma, grazie alla curiosità verso il mondo dell’interlocutore/trice, è volta all’ascolto profondo e attivo, accettando di lasciarsi destabilizzare dalla visione diversa.
La conversazione non necessariamente deve giungere a una decisione o a un consenso: è uno spazio prezioso dove, senza fretta e abitati da pause di silenzio, si può andare approfondendo un tema o una questione, coinvolgendo i diversi livelli della persona (mente, cuore, spirito, anima).
Un passo importante, quando abitiamo (avviamo?) una conversazione, è porci la domanda: da quale livello sto agendo, pensando e sentendo?
Abbiamo rivolto alcune domande a suor Carmen Soto Varela.
Che cos’è per te l’arte della conversazione?
L’arte della conversazione è, come tutte le arti, un apprendimento e un’azione creativa. È un apprendimento, sebbene la conversazione sia spesso un atto spontaneo, perché, chi la condivide, adotta alcuni atteggiamenti come l’ascolto, l’empatia e il riconoscimento dell’altro come soggetto di vita abitata. È un’azione creativa perché nello sviluppo di una conversazione è possibile far nascere qualcosa di nuovo come risultato dell’interazione di chi vi partecipa.
Nel dialogo che si genera in una conversazione circolano esperienze, intuizioni, certezze, credenze, prospettive e tutto questo, se la conversazione scaturisce dagli atteggiamenti di cui abbiamo parlato, rende possibile un “noi” che produce speranza, permette di immaginare nuove realtà, rafforza i legami e mette in moto intuizioni profonde che danno forza e passione alla vita. Indubbiamente, non tutte le conversazioni sono vissute in questo modo ma, quando questo accade, sono una delle esperienze più arricchenti dell’interazione umana.
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La lettura, le parole come cura.
Le statistiche sul rapporto tra il nostro Paese e la lettura di libri sono implacabili: leggiamo poco e soffriamo di analfabetismo funzionale. Quando leggiamo un testo, spesso, non ne comprendiamo il significato; pertanto, pur avendo eradicato l’analfabetismo classico (leggere, scrivere e far di conto) oggi, abbiamo la sfida di quello funzionale. Non è qui il luogo per cercarne le motivazioni. Ciò che ci interessa è rendere visibili le diverse esperienze che si stanno diffondendo nel nostro Paese, come le stanze del silenzio: ci si incontra in un luogo fisico o virtuale, si spengono i cellulari e si legge il proprio libro in compagnia, ma in assoluto silenzio.
Vi potreste domandare: a cosa serve, allora, vedersi solo per leggere in silenzio? Ci sono ricerche interessanti (cfr. gli studi di Giuseppe Riva a questo link: bit.ly/4fiP5wR) che riconoscono il valore dei neuroni specchio: pertanto, abitare uno spazio dove le persone svolgono la stessa attività può facilitare la concentrazione, l’entrata nel flusso.
Ho letto diverse esperienze di persone che partecipano agli incontri di Silent reading; io stessa ho partecipato a stanze del silenzio virtuali e posso confermare che si entra in un clima di centratura e focalizzazione molto potente. Inoltre, sapere di avere un appuntamento con altre persone per una o due ore di lettura silenziosa, aiuta a creare una disciplina e a ritagliarsi uno spazio dedicato. Se non lo facessimo con altr*, forse investiremmo quel tempo facendo scrolling sui social media.
Ho chiesto a Monica Di Martino, co-fondatrice del Silent Book Club Torino, di raccontarci la sua esperienza.
Il Silent Book Club è arrivato a Torino nel 2019, dopo un incontro casuale – ma evidentemente necessario – tra la passione per i libri e il desiderio di creare uno spazio di lettura che fosse libero, accogliente e privo di pressioni. Il format, nato nel 2012 a San Francisco da un’idea di Guinevere de la Mare e Laura Gluhanich, si è diffuso a livello internazionale grazie alla sua semplicità quasi rivoluzionaria: leggere insieme… in silenzio ognuno il proprio libro.
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Nell’era dell’AI la comunicazione cambia. Percorsi sperimentali e dialoghi.
Nella complessità nella quale siamo immersi, non è sufficiente apprendere a dialogare con le persone e con il cosmo. Da qualche anno, una nuova dimensione è apparsa all’orizzonte, senza molto preavviso e già sufficientemente matura da insinuarsi in molti ambiti della nostra vita, consapevolmente o meno: l’Intelligenza Artificiale generativa (AI).
Anche chi non la usa, ha sentito parlare di ChatGPT, Gemini, Claude, solo per fare degli esempi.
L’AI può generare contenuti vari (testi, immagini, video, audio) che sono falsi: possono, pertanto, offrire narrative e notizie che sono verosimili ma non vere. È necessario allenare il pensiero critico e il ragionevole dubbio per non rimanere avviluppati nella rete del mondo “fake”.
Avete sentito parlare del-l’esperimento Ipnocrazia?
Non ve lo spiego nel dettaglio, vi invito a cercarlo su Google. Posso solo dirvi che è un testo frutto di una elaborata conversazione tra diverse intelligenze artificiali generative e un gruppo di filosofi, che ha dato origine a un libro per le edizioni Tlon. Il libro è stato lanciato come se fosse stato scritto da un intellettuale coreano, di cui era stata ‘creata’ carriera, biografia e percorso di studi: solo due mesi dopo l’uscita è stato annunciato che era stato un esperimento sociale. Nel frattempo era diventato già un caso mondiale, generando posizioni e reazioni diametralmente opposte. Voi vi farete la vostra idea.
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Le parole sono finestre (oppure muri).
“Le parole sono finestre (oppure muri)” è il titolo del libro più conosciuto di Marshall Rosenberg, considerato la “Bibbia” della comunicazione nonviolenta. Pubblicato per la prima volta diversi anni fa, continua a formare generazioni di persone: non solo attraverso la teoria, ma soprattutto grazie agli esempi concreti di dialoghi e alle schede di sintesi che mostrano, passo dopo passo, come cambiare il proprio modo di comunicare significhi costruire relazioni diverse e più sane.
La comunicazione nonviolenta (CNV) non è una tecnica da applicare meccanicamente, ma un vero e proprio modo di stare in relazione. Il suo punto di partenza è la consapevolezza di sé: riconoscere le proprie emozioni e i propri bisogni. A questo si affianca la capacità di autoregolarci, di fare spazio a ciò che sentiamo senza lasciarci sopraffare. Il passo successivo è riconoscere le emozioni degli altri, per poi imparare a gestire le relazioni in modo efficace:
• vedendo l’altra persona non come una nemica, ma come un’alleata nella ricerca di soluzioni,
• cercando modelli “win–win” in cui tutti possano sentirsi rispettati,
• imparando a parlare in modo più consapevole, scegliendo di dire meno ma meglio.
In questo percorso, la CNV ci abilita a parlare con autenticità e onestà e a rispondere in modo empatico, creando le condizioni per un dialogo che non ferisce.
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Avere cura della mente: percorsi per bambini.
Pratiche filosofiche
Negli anni Settanta del secolo scorso, al Monclair State College de New Jersey, Matthew Lipman e Ann Sharp, filosofi e pedagogisti, idearono e svilupparono un curriculum originale denominato IAPC, per risolvere le carenze che presentava il ragionamento degli studenti giunti all’università e potenziare le competenze cognitive ed emozionali capaci di promuovere un pensiero autonomo, coerente e ben costruito. Per sviluppare e potenziare le abilità di pensiero veniva chiamata in causa la disciplina filosofica, posta al centro di un progetto filosofico-educativo piuttosto audace, da attuarsi nel corso dei diversi cicli di istruzione dall’infanzia alla scuola superiore. Attualmente è studiato e applicato in moltissimi Paesi in tutto il mondo, tra cui l’Italia.
Non si trattava, però, di riproporre la filosofia con i suoi contenuti così come insegnata nelle università e adattata alle diverse età degli studenti, quanto di insegnare a pensare, a riflettere sull’esperienza, porre domande: la riflessione diventava, dunque, la base del miglioramento del pensiero e ciò implicava anche coltivarlo nelle sue tre dimensioni inseparabili e di pari valore: critica, creativa ed etica.
Attraverso il dialogo e la costruzione dell’aula come una comunità di ricerca, che non sono semplicemente i due elementi cardine della metodologia della P4C ma anche e soprattutto abiti esistenziali, la pratica filosofica rendeva possibile che gli allievi formulassero giudizi propri, elaborassero una propria interpretazione del mondo e sviluppassero concezioni proprie su chi essere e in quale mondo vivere, fin dall’infanzia.
La P4C
La costituzione del gruppo di studenti come una comunità di ricerca, viva e appassionante, l’uso della pratica dialogica come strumento insostituibile del lavoro filosofico in aula, la centralità della domanda e del movimento del pensiero più che il conseguimento della risposta, il circolo virtuoso che si stabilisce tra pensiero ed esperienza, pensiero e vita, suggeriscono che la P4C si proponga oggi come una forma di vita filosofica possibile per i nostri tempi, in armonia con i contesti democratici e partecipativi delle nostre società e le acquisizioni della modernità.
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