Il conflitto è intimamente legato alla dimensione della realtà

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Non c’è più terra disponibile per seppellire i morti a Gaza. I residenti, sfollati da una parte all’altra della Striscia, si mettono in marcia portandosi dietro i corpi dei propri cari per seppellirli vicino ai campi di sfollamento.

Scrive Haaretz che “la fame è ovunque”: i tour virtuali delle cliniche svelano la portata dell’orrore che si consuma, giorno dopo giorno, nell’inferno di Gaza.

Le conseguenze della feroce campagna militare israeliana su Gaza e in Cisgiordania saranno impietose e cartografiche, di lunga gittata.

Un evento di questa barbarie, sostenuto dalla congiura internazionale del silenzio e dell’inerzia morale, non potrà essere consegnato alla storia giusto come un altro conflitto, l’ennesima tragedia.

Alcuni segnali della torsione sono già visibili. Il 2024 conferma lo storico record negativo nella conta dei conflitti armati (Uppsala Conflict Data Program, 2025).

Il mestiere delle armi e la sua pulsione di morte crescono oltre ogni immaginazione in Sudan – dove è in atto un altro genocidio del ventunesimo secolo che non interessa nessuno – dice l’ONU. Del resto: perché i combattenti sudanesi dovrebbero tenersi a freno se i cosiddetti difensori della legalità internazionale consentono a Israele scempi senza precedenti? 

La speranza degli anziani e dei giovani.

 

Forza missionaria

Evangelii gaudium è la lettera programmatica di papa Francesco, la sua visione di Chiesa e il suo orizzonte pastorale. In qualche modo, egli custodisce in quelle pagine tutto ciò che sarà sviluppato in seguito. È come il seme rispetto al fiore, o all’albero o, ancora, al frutto.

D’altra parte, è lui che ci ha ripetuto mille e mille volte l’importanza di avviare processi. Ed è in quelle pagine che, nascosto come in un anfratto impervio, si conserva un aspetto a mio avviso abbastanza inedito della speranza. Ovvero: come sperano gli anziani? Come sperano i giovani? Entrambi sono chiamati a camminare nella speranza, a guardare alla realtà che li circondano, confidando nella speranza e facendo leva su di essa, ma quali sono le differenze?

Il profetico e pro-vocatorio progetto di un Ministero della Pace.

  

Può suonare utopistico e irrealistico richiedere l’istituzione di un Ministero della Pace, mentre sono in corso oltre 50 conflitti armati; mentre l’Europa pretende di investire in armi 800 miliardi di euro; mentre la Presidente del Consiglio ripete che, se si vuole la pace, occorre prepararsi alla guerra.

Eppure, il 24 giugno 2025 a Roma diverse associazioni cattoliche hanno lanciato tale appello, richiamando la sollecitazione di don Oreste Benzi rivolta al Pres. della Repubblica durante il conflitto del 1994 nei Balcani, che affermò, come ha ricordato Matteo Fadda, responsabile della Comunità Giovanni XXIII: “È arrivata l’ora di organizzare la pace”.

Introducendo i lavori del convegno, p. Francesco Occhetta, segretario della Fondazione “Fratelli tutti”, ha avvalorato tale intuizione ricorrendo a quanto scritto da papa Francesco: “Creare istituzioni più sane, ordinamenti più giusti, strutture più solidali”.

La guerra dei dodici giorni e il diritto internazionale.

  

Il conflitto, iniziato alle prime ore del 13 giugno 2025 con i pesanti bombardamenti di Israele sull’Iran e proseguito con l’intervento degli Stati Uniti contro l’Iran nella notte tra il 22 e il 23 giugno e la risposta militare iraniana contro il territorio israeliano e basi statunitensi in Qatar, si è concluso nello spazio di pochi giorni mediante un cessate il fuoco tra le parti entrato in vigore il 24 giugno.

La sua breve durata, che ha indotto il Presidente Trump a denominarlo guerra dei dodici giorni, ha fugato il timore che potesse costituire un tassello mancante della terza guerra mondiale a pezzi, spesso evocata da papa Francesco. Tuttavia, esso ha messo ancora una volta in discussione la capacità di tenuta del diritto internazionale e ha innescato un ulteriore fattore di attrito nella crisi mediorientale.

L’operazione israeliana, denominata Rising Lion, appare una palese violazione dell’art. 2 par. 4 della Carta delle Nazioni Unite, il quale prescrive che gli Stati si astengano nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza.

L’unica eccezione è la legittima difesa, consentita dall’art. 51 della Carta qualora abbia luogo un attacco armato contro uno Stato, da parte sia di tale Stato (legittima difesa individuale) che di Stati terzi a sostegno di quello aggredito (legittima difesa collettiva).

Qualifica Autore: politica, già deputata

Nella Casa internazionale delle donne di Roma nasce una Scuola di femminismi.

 

La prima Scuola politica femminista della Casa Internazionale delle donne, dedicata a Bianca Pomeranzi, è nata dal bisogno di trasformare il dolore per la perdita di Bianca – “una di noi” – nella restituzione di quello che è stata la sua vita e che ha rappresentato nel movimento femminista italiano e internazionale. Ricordare Bianca, la sua vita, dedicata all’affermazione della libertà femminile, significava ricostruire memoria collettiva e riconoscere la radicalità trasformativa del “soggetto imprevisto”, con la convinzione che “il desiderio di libertà delle donne può cambiare il mondo”.

L’idea di una Scuola dedicata a Bianca è nata per attraversare e leggere i cambiamenti del mondo e quelli dei movimenti femministi, mantenendo lo sguardo al presente. Un’operazione di trasmissione di memoria e di costruzione di soggettività politica.

Le iscrizioni alla Scuola di femminismi (tenutasi a Roma nei mesi scorsi) sono state tantissime. L’intento, soddisfatto, era quello di mantenere uno scambio e un ascolto relazionale, intergenerazionale, interculturale. Una scuola non “accademica” ma “luogo stimolante, come educazione alla libertà”. Una scuola di formazione politica, per trasmettere la Storia dei movimenti femministi e per attualizzarla; per la costruzione e valorizzazione di un pensiero politico femminista.

Le donne dicono NO alla NATO: la pace è possibile! 

 

Le donne svolgono un ruolo cruciale nella promozione del dialogo e dell’unione, partecipando attivamente ai processi di pace, impegnandosi nella risoluzione dei conflitti e sostenendo approcci inclusivi dal punto di vista di genere.

Spesso, sono in prima linea negli sforzi di costruzione della pace dal basso, lavorando per affrontare le cause profonde dei conflitti, coinvolgere le comunità locali e promuovere la cooperazione a livello locale, nazionale e internazionale. Le donne sono capaci di evitare strutture gerarchiche e processi decisionali burocratici, riuscendo così a favorire una cooperazione fluida, prendere decisioni rapide e costruire reti di relazioni ampie e articolate.

Grazie a queste qualità, un gruppo autenticamente vocato alla pace, proveniente da diverse parti del mondo, è riuscito – nella primavera del 2023, in soli tre mesi – a creare un’ampia rete di donne contrarie alla NATO.

Sul sito di “Global Women for Peace – United Against NATO” (GWUAN) è possibile trovare la dichiarazione che costituisce il quadro di riferimento della cooperazione, sottoscritta da circa 300 firmatarie di rilievo provenienti da 36 Paesi. In seguito, la dichiarazione è stata sottoscritta online anche da circa 1500 donne (e uomini) da tutto il mondo.

Qualifica Autore: già vicepresidente Pax Christi Italia

Basta con la politica di Pilato ed Erode che uccide i bambini dilaniati dalle bombe!

 

“In diverse parti del mondo è ormai evidente che la nostra terra sta cadendo in rovina. Ovunque l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, le diseguaglianze e l’avidità, da cui scaturiscono, producono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità […] senza considerare gli effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati”. Così scrive Leone XIV il 2 luglio 2025 nel potente messaggio “Semi di pace e di speranza”, preparato per la Giornata mondiale del creato del 1° settembre 2025, plasmato dalla Laudato Si’ e dalla Laudate Deum di papa Francesco.

Interessante la sua specificazione a proposito dell’impegno sociale per la cura della famiglia umana e del creato, ritenuto parte integrante della pastorale perché “questione di fede e di umanità”, intima alla dimensione della fede in Cristo risorto. “Perché la pace si diffonda – specifica papa Leone – io impiegherò ogni sforzo” (14 maggio). Così, “raccogliamo la preziosa eredità di papa Francesco e riprendiamo il cammino animati dalla speranza che viene dalla fede” (10 maggio). 

Peccato e ingiustizia

Tenace e costante, concreta e lungimirante, è nel magistero degli ultimi Papi la denuncia del terribile circolo vizioso che coinvolge, simultaneamente, le crescenti ingiustizie, la produzione e il commercio delle armi, la moltiplicazione delle guerre, la devastazione ambientale, le catastrofi naturali, le migrazioni forzate, la miseria e la fame e così via verso nuove ingiustizie e nuove guerre.

La scuola, la questione educativa, i docenti e i giovani: intervista a Matteo Saudino.

 

Ai microfoni di Mosaico di pace è intervenuto Matteo Saudino, insegnante di Storia e Filosofia nei licei di Torino, nonché ideatore del popolare canale YouTube “Barbasophia”. È anche scrittore, attualmente in libreria con il suo ultimo libro edito per Einaudi “Anime fragili. Un viaggio con Platone e Aristotele tra le vulnerabilità del nostro tempo”.

Al professor Saudino abbiamo posto interrogativi sul mondo dell’istruzione e sulle sfide che sta affrontando.

Partiamo subito in medias res, è di soli pochi giorni fa il nuovo pacchetto presentato dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, contenente due disegni di legge e due regolamenti.

In primo luogo, gli insegnanti, prima di parlare di educazione sessuale, dovranno chiedere il consenso alle famiglie. In secondo luogo, con il 5 in condotta scatta automaticamente la bocciatura e con la sufficienza si verrà rimandati a settembre con la stesura di un elaborato critico. A suo avviso, quale idea trasmettiamo ai nostri/e ragazzi/e?

Tutto questo interventismo del Ministro è figlio anche di tutte le fragilità della nostra epoca. Tra queste vi è una crisi, nel senso più greco del termine, [gr. κρίσις «scelta, decisione», ndr] riguardante la trasformazione delle famiglie; inoltre, una crisi dettata dalla vita, che virtuale non è, e infine una crisi del mondo della scuola.

Qualifica Autore: già docente di Lettere

Il Villaggio di Neve Shalom Wahat Al-Salam: scuola di dialogo.  

 

Un’isola di pace. È così che iconicamente si presenta il libro di Giulia Ceccutti, Respirare il futuro. Su uno sfondo bianco si staglia una colomba abitata, il Villaggio di Neve Shalom Wahat Al-Salam, NSWAS. Nato su un terreno di proprietà del monastero trappista di Latrun, a pochi chilometri da Gerusalemme, Tel Aviv e Gaza, è un crogiuolo di ebrei, musulmani e cristiani che, a dispetto della realtà circostante, vogliono vivere in pace, nel rispetto e nell’accoglienza l’uno dell’altro.

Il Villaggio, sorto per volontà del padre domenicano Bruno Hussar nel 1969, ne rispecchia la composita identità.

Hussar era nato in Egitto da genitori ebrei non praticanti; era stato cittadino ungherese e poi italiano; la lingua materna era stata dapprima l’inglese, poi il francese; aveva studiato in un liceo italiano al Cairo; successivamente si era convertito al cattolicesimo, sentendo e mai smentendo, le origini ebraiche.

Da una personalità così poliedrica non poteva che scaturire il sogno di convivenza delle diversità. NSWAS ospita, in egual numero, famiglie israeliane e palestinesi.

Nasce come struttura socioculturale, dove, nuclei familiari provenienti da comunità diverse imparano a convivere pacificamente.

Qualifica Autore: direttore Fomento Cultural y Educativo

Un’opera sociale che cammina su tre gambe: la radio, l’ospitalità, le reti.

 

Fomento Cultural y Educativo, associazione fondata nel 1973, è un’opera sociale della Provincia Messicana della Compagnia di Gesù, in cui collaborano venti laici, tre gesuiti e otto volontari.

L’opera è inserita in uno dei territori del Paese con la più alta presenza di popolazione indigena, con grandi difficoltà di accesso ai servizi di base come salute, educazione, giustizia e comunicazione.

Il contesto è reso ancora più complesso da una persistente pressione e discriminazione nei confronti dei popoli originari da parte di gruppi di potere, imprese estrattive e criminalità organizzata.

L’alta montagna ospita molte delle comunità con i più elevati indici di povertà del Paese, mentre la zona bassa, conosciuta come Huasteca, è teatro di una amplissima migrazione giovanile per motivi di lavoro.

Nonostante tutto, possiamo affermare che le comunità di entrambe le regioni conservano profondi e invidiabili valori di vita comunitaria e convivenza rispettosa con la natura.

Coltivare insieme la terra si può. Per sostenere l’agricoltura biologica e promuovere la solidarietà.

 

Il brolo di S. Anna è un terreno comunale che alcune associazioni bresciane si sono proposte di recuperare e riqualificare trasformandolo in un orto con finalità di solidarietà, inclusione, buona cittadinanza e cura dell’ambiente naturale: un orto solidale.

Un progetto partito senza grandi ambizioni, ma che dopo tre anni sta dando davvero buoni risultati, a partire dagli oltre 50 volontari che partecipano all’esperienza e numerosi partner che sostengono l’iniziativa.

Ma che cos’è un orto solidale? Il nostro è un orto che viene coltivato in maniera naturale, secondo i principi dell’agricoltura biologica, i cui prodotti – alcuni riconosciuti da Slow Food – sono destinati a famiglie in difficoltà dei quartieri adiacenti. Questo è probabilmente l’aspetto maggiormente innovativo, l’idea cioè che chi sta attraversando un momento di difficoltà economica possa accedere gratuitamente a prodotti freschi, sani, coltivati, rispettando ambiente e persone, da gente per lo più volontaria, ma non solo. Partecipano, infatti, al nostro lavoro anche pazienti in carico al Servizio Psichiatrico territoriale, alcuni ragazzi disabili inseriti in un CSE, altre persone in difficoltà seguite dai Servizi Sociali Territoriali e ragazzi che frequentano un Istituto Professionale Alberghiero.

Viaggio attraverso la loro memoria. Una pagina di Storia poco conosciuta, una forma di resistenza.

 

“Wietzendorf domenica 19 settembre 1943 – verso sera tutti radunati in una grande spianata battuta dal vento. La distesa dei prigionieri è enorme. Migliaia e migliaia di uomini. Un ufficiale tedesco, aiutato da un interprete arringa la massa dei deportati. Accanto a lui c’è il console generale di Amburgo Oderigo”. Aizzato dal tedesco, urla il grande dilemma: “Volete rimanere prigionieri e quindi essere considerati traditori oppure arruolarvi nelle SS italiane sotto il comando tedesco?”.

Chi scrive è un giovane allievo ufficiale: “Accanto a me un barbuto alpino dice: ‘Di là non si può vivere con loro, di qua si può morire. Io resto di qua. Penso ai miei vent’anni. Decido: rimango anch’io, meglio morire che dannarsi, non ci resta che questa libertà” (Monchieri, Diario di prigionia, Anei, 1999, pag. 23). Per non dannarsi, salvo pochissimi che optarono, in massa scelsero il lager e non lo scelsero una volta sola, ma continuamente fino alla fine, perché i tedeschi agirono per gradi e insidiosamente nei confronti degli italiani.

Prima offrirono il combattimento al loro fianco, poi dopo, promettendo il ritorno in Italia, il combattimento con Mussolini e la Repubblica Sociale, infine, senza più obblighi di combattimento, lo status di lavoratori civili e il lavoro in Germania, cosa che non avrebbe dovuto interferire con la volontà espressa più volte di voler restare fedeli al giuramento fatto al re. Ma il “NO” degli italiani li disorienta, li inferocisce e intanto infuria implacabile la fame.

In un libro di Giancarla Codrignani è proposto un viaggio nella storia politica italiana. Con occhi di donna e di pacifista.

 

“Sembra che il tempo sia tornato indietro di quasi cinquant’anni!”. È la prima riflessione fatta comparando interventi e interpellanze parlamentari, racconti delle lotte della società in Italia e nel mondo negli anni Settanta-Ottanta e la situazione sociopolitica attuale. È un saggio storico-politico o un’autobiografia La vecchia signora narcisista. Il Parlamento della prima Repubblica (edizioni Pendragon) di Giancarla Codrignani? Difficile da dire, perché, raccontando la sua esperienza di deputata per tre legislature, dal 1976 al 1987, in varie Commissioni, soprattutto Difesa ed Esteri, Giancarla Codrignani racconta innanzitutto se stessa e le sue lotte come femminista, antimilitarista e nonviolenta, esperta di problemi internazionali, aderente a Pax Christi, ma anche a Sinistra Italiana. Contemporaneamente pone l’accento sui problemi sociali e politici che ha affrontato e per i quali si è battuta.

Nel capitolo dedicato a “Le donne e le istituzioni”, ad esempio, troviamo la denuncia del gap tra uomo e donna in molti ambiti e le lotte messe in atto con interventi, interrogazioni e interpellanze ai ministri competenti. Così ci chiediamo se stiamo tornando indietro sulla legge 194, a lungo discussa in Parlamento e finalmente approvata e promulgata dopo un referendum; se il patriarcato contro cui ha combattuto per decenni, ha rialzato la testa, visti i tanti femminicidi che la cronaca quotidiana ci racconta; se ci è voluta una legge sulla parità di genere, per preparare le liste di candidate e candidati nelle consultazioni elettorali. E ancora: il divorzio come diritto, la lotta a tutte le discriminazioni, il difficile percorso in Parlamento per portare avanti i principi di autonomia, indipendenza, dignità e libertà delle donne.

Qualifica Autore: arcivescovo di Otranto

La Resurrezione destinazione  finale, dopo la morte. Perché la croce è una collocazione provvisoria.

  

“Laudato sii, o mio Signore, per nostra sora Morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scampare”. Non so se qualcuno, prima di san Francesco, ha avuto l’illuminazione, e la forza, per rivolgersi alla morte, chiamandola ‘sorella’. Ma se la Croce è il culmine dell’autorivelazione di Dio a partire dalla dimensione di vulnerabilità che sta nel mistero dell’amore, tale rivelazione viene portata a compimento nella Risurrezione.

Questa non è solo un’appendice della Croce, ma appunto la manifestazione della dimensione di potenza del mistero dell’amore. Il Padre, nella forza dello Spirito, strappa il Figlio alla morte e alla corruzione del sepolcro. Nonostante l’apparente dominanza della spiritualità della Croce, anche Francesco d’Assisi tiene lo sguardo interiore fisso sul Cristo glorificato.

Al conte Orlando Cattani, che gli dona la Verna nel 1213, dichiara di riuscire a sopportare la sofferenza perché tiene lo sguardo fisso sull’eternità: “tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena m’è diletto”. L’Eucaristia è il luogo immediato di tale presenza gloriosa, così che il santo ammonisce tutti alla reverenza verso il sacramento in cui c’è Gesù “non già morituro, ma eternamente vincitore e glorificato, sul quale gli angeli desiderano volgere lo sguardo” (Lettera a tutto l’Ordine, II, 22: FF 220).

L’obiezione alla guerra e alla violenza armata resta un principio e un pilastro della proposta nonviolenta. Ne parla un volume del Centro Gandhi.

  

Il volume, La coscienza dice NO alla guerra, Per un rilancio dell’obiezione di coscienza a tutti gli eserciti e per una nuova idea di difesa, esce all’interno della collana Quaderni Satyāgraha, che da anni propone a cadenza semestrale importanti testi di approfondimento sui vari aspetti della nonviolenza. Ed è appunto la nonviolenza gandhiana, veicolata attraverso l’esperienza della Comunità dell’Arca, l’assunto di fondo su cui si basa la proposta contenuta in queste pagine.

Il libro è, in realtà, una proposta etica che mira a coinvolgere la mente e l’animo dei lettori. L’intento della Comunità dell’Arca è quello di rendere attiva la nonviolenza nell’attuale contesto di guerre in atto, di riarmo, di violenza istituzionale nelle relazioni internazionali.

Non è un semplice NO ma la ricerca di un’alternativa possibile (come un diverso modello di difesa), perché volere la pace non vuol dire essere illusoriamente pacifisti, né limitarsi a un rifiuto auto-appagante.

E allora ecco la ricerca di strade nuove che si dipana nel libro, a partire dalla pratica dell’obiezione di coscienza, considerata da Gandhi una tecnica al servizio della nonviolenza. Accanto al rifiuto, però, il Mahatma afferma che bisogna sempre essere “costruttivi” e avanzare proposte di concreta alternativa.

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Il laboratorio digitale di PeaceLink.

  

PeaceLink ha deciso di percorrere fino in fondo la strada per innovare la comunicazione digitale pacifista, sperimentando strumenti aperti e orizzontali. Il Coordinamento No Riarmo oggi è diventato il laboratorio di prova più significativo per testare questa sperimentazione. 

Rendersi visibili

Il primo passo è stato quello di trovare per il Coordinamento No Riarmo un indirizzo web semplice e immediato: www.noriarmo.it. L’indirizzo noriarmo.it era libero e lo abbiamo acquistato.

Breve, chiaro, facile da trovare e ricordare. E poi abbiamo creato una mail di riferimento – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – che arriva a quattro persone, in modo da leggere collettivamente la posta in arrivo.

Il cuore dell’esperienza, però, è Mattermost. Per organizzarsi in modo trasparente e orizzontale, il Coordinamento ha adottato Mattermost, una piattaforma collaborativa per la comunicazione interna. Qui ci si incontra in canali tematici e regionali, si discute, si pianificano iniziative, si condividono documenti e si prepara il terreno per le riunioni online e in presenza. È un modo per sentirsi parte costantemente di un percorso comune.

L’Africa, Trump e le risorse: cronache dell’incontro del Presidente americano con i leader di cinque Paesi africani.

 

Se gli europei hanno sentito il bisogno di inchinarsi di fronte all’impero trumpiano per chiedere la clemenza di dazi meno esosi e di condizioni commerciali praticabili, potete figurarvi che cosa è accaduto con i Paesi più poveri, ad esempio con l’Africa.

Un esempio particolarmente didascalico lo si è avuto il 9 luglio scorso, quando Trump ha concesso udienza a ben cinque Presidenti africani. Bassirou Diomaye Faye (Senegal), Brice Oligui Nguema (Gabon), Umaro Sissoco Embaló (Guinea‑Bissau), Joseph Boakai (Liberia) e Mohamed Ould Ghazouani (Mauritania) si sono impegnati in diversi incontri con l’amministrazione a stelle e strisce per ben tre giorni. Naturalmente non si è trattato di un atto di benevolenza dell’impero verso i sudditi, tutt’altro! Era piuttosto il tentativo di trarre tutti i vantaggi possibili da parte dell’Impero verso governi normalmente compiacenti e che, nel frangente, erano per di più impauriti dagli effetti devastanti che avrebbe potuto sortire l’applicazione di dazi capestro a economie non particolarmente floride come quelle dei loro rispettivi Paesi.

Programmi

Da parte di Trump si trattava di lanciare un’OPA sulle ricche risorse di quelle terre, ma contemporaneamente di sottrarle alla sfera di influenza di Russia e Cina che queste grandi manovre le hanno iniziate da anni. Da anni, ad esempio, le campagne elettorali presidenziali sono pesantemente influenzate, con le buone o con le cattive maniere, per sostenere candidati di per sé impresentabili ma del tutto disponibili e accondiscendenti a ogni tipo di corruzione che favorisca gli interessi economici di questa o di quella multinazionale o di commercianti senza scrupoli di terre rare. E più o meno così è avvenuto anche nel teatrino (il titolo lo rubo al settimanale Internazionale) svoltosi a favore di telecamere nello Studio ovale. Senza mistero alcuno, l’incontro si iscriveva all’interno del programma commerciale trumpiano denominato “Trade, not aid” (Commercio, non aiuti).

A cura di Nicoletta Dentico e Anna Scalori

Il conflitto è elemento strutturale del nostro stare insieme, a livello individuale e collettivo. Come imparare ad assumere e attraversare i conflitti perché siano elemento di arricchimento reciproco?

Nelle pagine di questo dossier, parliamo di guerre e di relazioni, di conflitti sociali e interpersonali, di Scritture e di Giustizia.

Per individuare strade nuove di composizione e di convivialità delle differenze.

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