A cura di Nicoletta Dentico e Anna Scalori

Il conflitto è elemento strutturale del nostro stare insieme, a livello individuale e collettivo. Come imparare ad assumere e attraversare i conflitti perché siano elemento di arricchimento reciproco?

Nelle pagine di questo dossier, parliamo di guerre e di relazioni, di conflitti sociali e interpersonali, di Scritture e di Giustizia.

Per individuare strade nuove di composizione e di convivialità delle differenze.

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Il conflitto fa parte dell’esistenza di tutti, individui e collettività. Come interpretarlo e viverlo?

 

Esito di tensioni opposte, interiori o esteriori, che possono raggiungere un grado critico, il conflitto rappresenta la possibilità del passaggio da un contrario all’altro, lo spazio per un’inversione di tendenza. Non a caso, in molte civiltà l’immagine archetipica del conflitto è il crocicchio, incrocio dei cammini e luogo epifanico di apparizioni, luogo dove si incontrano gli altri, simbolo della paura che le circostanze instabili della vita suscitano. Ogni essere umano è a sua volta un crocicchio, attraversato da tratti della personalità che si incrociano e si combattono.

Il conflitto richiede vigilanza e disciplina di percorso: attenzione alle strade sconosciute, alle prove inattese sempre in agguato davanti a noi, nella quotidianità mai banale dell’esistenza.

La dimensione conflittuale è spesso considerata negativamente, stigmatizzata come cattiva se non associata direttamente alla violenza e alla sopraffazione, tanto che è abitudine considerare conflitto e guerra come concetti perfettamente sovrapponibili. Anche laddove si intravede l’inevitabilità del conflitto e si scorge addirittura una possibilità evolutiva nel suo attraversamento, un invito impegnativo a dinamiche di convivenza autentica – il conflitto riconosce sempre il carattere fondativo della relazione – si tende spesso ad allontanarlo, eluderlo o anestetizzarlo. Un po’ come si fa con il dolore.

Qualifica Autore: mediatore, counselor relazionale

I conflitti sono passioni, intreccio fecondo di protezione e slancio.

 

“Io e te abbiamo un problema!” Considero questa espressione la versione breve di ciò che potremmo considerare un conflitto. Soggetti che divergono in presenza di un oggetto interno/esterno, implicito/esplicito mossi da interessi, cioè da passione per l’altro e per oggetto medesimo.

Tutto qui, niente di più semplice a descriversi, inestricabile tuttavia nella trama fitta di tessuto affettivo che produce e da cui è generato.

Il conflitto è un continuo andirivieni tra il sé e l’altro, tra oggettività e soggettività, singolarità e pluralità. La parte pulsionale soggettiva, che prende forma di passione, incontra l’altro nella relazione per diventare umano, fragile, rapporto, legame, comunità, progetto.

La passione “nasce e cresce attraverso un confronto serrato, drammatico, quasi sempre conflittuale tra l’appassionato e il referente della sua passione, o il mondo cui esso appartiene”. (Sergio Moravia, Esistenza e passione in Silvia Vegetti Finzi, Storia delle passioni, 1995)

Nella dinamica conflittuale sperimentiamo estraneità, parti interne che emergono inaspettatamente, così come irriconoscibile diviene l’altro che ci era familiare; esprimiamo rabbia protettiva verso gli “oggetti d’amore”; proviamo odio a motivo di un’indesiderata posizione di dipendenza portata alla ribalta dal condizionamento altrui; sentiamo l’abbandono per la trasformazione o lo sfibrarsi del legame; affiora il risentimento della pretesa dell’uguale; si rivela la necessaria separazione, che ci conferma che noi non siamo l’altro e viceversa; ci gustiamo la soddisfazione per la singolarità che abbiamo riconosciuto e per il saperci fare.

Qualifica Autore: Ricercatrice di Scienza politica presso la Scuola Normale Superiore

Contro l’apatia: il mondo può cambiare attraverso i conflitti. Rileggiamo la Storia moderna.

 

La parola “conflitto” è polisemica. Nell’immaginario comune ha un’accezione perlopiù negativa ed evoca scenari violenti, legati alla guerra o a rapporti interpersonali ostili. Dal punto di vista dello studio delle relazioni sociali, invece, ha anche una valenza positiva perché il conflitto sociale è trasformativo: può cambiare il mondo e renderlo migliore.

La ricerca storica e quella sociologica dimostrano che ogni società è inevitabilmente attraversata da contrasti fra gruppi portatori di interessi diversi, con accesso diseguale a risorse e potere.

In questa visione, il conflitto è strutturale e permanente; non è la spia di un disordine, ma la spinta che indirizza il cambiamento. Per Marx, è il motore della Storia.

Sebbene un’interpretazione lineare e progressiva della Storia non sia oggi sostenibile, dal XVIII secolo in poi, le lotte per Cottenere riconoscimento, diritti e potere hanno contribuito in modo determinante alla nascita della democrazia moderna e, successivamente, alla sua estensione, alla costruzione dei sistemi di welfare e all’innalzamento complessivo dei livelli di benessere: tre conquiste fondamentali, oggi pesantemente sotto attacco.

Il primo grande conflitto dell’età moderna ha contrapposto le élite tradizionali – l’aristocrazia terriera, il cui privilegio era trasmesso per linea ereditaria – alle élite emergenti, ossia la nuova borghesia urbana, dotata di crescenti risorse economiche ma esclusa dalla gestione del potere.

L’impotenza del diritto, il ritorno della guerra.

 

Nel 2024 il numero di conflitti armati interstatali è aumentato da 59 a 61, il secondo anno consecutivo di storico record negativo nella conta dei conflitti registrato dall’Uppsala Conflict Data Program (UCDP). Anche il numero delle guerre è arrivato a 11 nel 2024 (erano 9 nel 2023), il più alto dal 2016.

Il 2024 registra una significativa crescita della violenza unilaterale, l’esito degli attacchi sempre più numerosi dello Stato Islamico in Africa e delle uccisioni incontrollate di civili da parte di bande organizzate ad Haiti. In totale, parliamo di circa 160.000 morti attribuibili alla violenza organizzata nel 2024, sempre che la conta sia attendibile.

Infatti, come registrano i ricercatori dell’Università di Uppsala, è sempre più difficile classificare le perdite, attribuirne le cause, definire se si tratti di civili o combattenti. Quale che sia la loro natura, l’accesso ai luoghi dei conflitti e ai dati sulle loro dinamiche si è complicato moltissimo, soprattutto perché le nuove tecnologie hanno trasformato profondamente le modalità di fare la guerra e le minacce legate alle scelte di warfare sono sempre più indiscriminate. Artiglieria e bombardamenti aerei si riversano con micidiale consuetudine anche nei contesti urbani.

I droni guidati dall’intelligenza artificiale stanno ridefinendo i campi di battaglia, in un mondo più militarizzato che mai, come snocciolano le cifre dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri), che ha calcolato una spesa militare globale di 2718 miliardi di dollari, apice di un’ininterrotta crescita annua nell’ultimo decennio.

 

Cos’è? Quale differenza con la giustizia ordinaria?

  

Da ormai più di due anni è stata definita e normata anche in Italia la giustizia riparativa, quella giustizia che, in maniera complementare alla Giustizia ordinaria, consente a chi ha commesso un reato, a chi ne è stato vittima e alla comunità di partecipare attivamente alla risoluzione delle controversie connesse a un fatto illecito. Un approccio che punta alla risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo e alla possibilità di riparare le conseguenze derivanti da un evento delittuoso.

Lo sguardo è, infatti, rivolto alla dimensione relazionale del reato, inteso come attacco e aggressione al legame che però, con il consenso delle parti coinvolte, può essere curato. Non sempre guarito, ma curato sì, in quell’accezione dell’“aver cura” declinata come attenzione, rispetto e salvaguardia, fino alla cura intesa come ripristino di una situazione di benessere, o almeno come riduzione del malessere, di quello stato invalidante che rende più difficoltoso orientare lo sguardo al futuro.

È una giustizia che guarda alle vittime e alla loro domanda di giustizia e contestualmente all’autore del reato, chiamato ad assumersi la responsabilità di quanto commesso non tanto espiando una pena, sia pure con obiettivi rieducativi (anche se non sempre questo succede), ma guardando le conseguenze di quanto commesso attraverso l’incontro con la vittima.   

Qualifica Autore: missionaria saveriana

Quali letture e interpretazioni del conflitto nella Parola e nella Chiesa?

  

Il fatto che ogni persona sia diversa da tutte le altre porta con sé i germi del conflitto. Ciascuna cerca di salvaguardare sé stessa e i propri interessi; ciascuna ha una sua filosofia di vita, un modo peculiare di porsi nel mondo. Se ciò è comprensibile in qualsiasi rapporto sociale, lo è meno quando si passa alla sfera psichica giacché si è portati a pensare che nessun individuo farebbe la guerra contro sé stesso. L’esperienza ci dimostra che non è sempre così. Vi sono all’interno dell’animo umano delle forze – non sempre coscienti – che si oppongono e creano tensioni che possono portare in casi estremi alla rottura della funzionalità psichica. Basti pensare semplicemente a cosa capita dentro di noi quando siamo strattonati da desideri contrastanti.

Differenze

Nell’opposizione tra parti diverse si può giungere a scontri più o meno gravi. La guerra, la distruzione dell’altro, sono l’emblema dell’esito finale più drammatico.

Il conflitto ha una componente di aggressività dal momento in cui la differenza è vista come minaccia dalla quale difendersi o da attaccare nel tentativo di avere la meglio. Per questa ragione, esso è generalmente temuto o comunque colorato di negatività e sospetto, in modo particolare in ambito ecclesiale. Le radici di questo timore provengono da una lettura parziale e pregiudiziale delle Scritture, in particolare del Nuovo Testamento. Si ha di Cristo una visione irenica e conciliante, che perdona e non castiga mai, in contrapposizione al Dio dell’Antico Testamento, dipinto come un giudice che non si fa scrupolo di ricorrere alla violenza e alla distruzione di nemici e peccatori.


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