La Russia nel fermento della società civile. Tra violazione di libertà e diritti, diamo voce a poeti, dissidenti e pacifisti.

 

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Nell’anniversario della morte di don Tonino Bello, presentiamo l’associazione Guglielmo Minervini. Perché è segno di un tratto di strada comune.

 

Ricordiamo don Tonino Bello, venuto a mancare nell’aprile 1993, attraverso un amico, un compagno di strada, Guglielmo Minervini, di cui quest’anno ricorrono i 10 anni dalla scomparsa. Per farlo abbiamo intervistato Maria Turtur, moglie di Guglielmo, nonché referente della Fondazione Guglielmo Minervini APS.

La Fondazione, spiega Maria Turtur, nasce da un noi, un gruppo di persone, che si è interrogato su come le idee di Guglielmo Minervini potessero continuare a camminare anche in sua assenza, sul modo in cui l’esperienza di quest’ uomo collettivo, i cui interessi hanno spaziato dall’informatica, alla politica, al volontariato, potesse parlare ai nostri territori, ai giovani. Lo sviluppo di quest’idea è l’incontro con persone e luoghi dove si parla la lingua di una politica generativa, una politica che accoglie le fragilità sociali e rimette al centro la dignità delle persone.

Qualifica Autore: Peacelink.it

Permacomputing e smartphone: sulla strada dell’elettronica equa.

  

Nella puntata precedente abbiamo parlato di informatica frugale: la necessità, di fronte alla scarsità di risorse naturali e alla crisi climatica, di ridurre il nostro impatto ambientale utilizzando il più possibile i dispositivi che già possediamo. Per computer fissi e portatili la soluzione è relativamente semplice: si chiama Linux, è più sicuro, libero, pure gratuito.

Per gli smartphone la questione è più complessa.

Gli smartphone hanno letteralmente inondato il pianeta (il 58% dei suoi abitanti ne possiede almeno uno), controllati da colossi tecnologici che puntano solo alla crescita dei profitti, richiedendo dispositivi sempre più performanti in un ciclo perverso e distruttivo per il pianeta e per chi viene sfruttato dall’industria estrattiva necessaria alla loro produzione. A questo si aggiunge l’enorme problema dei rifiuti elettronici (il cosiddetto e-waste): secondo l’ONU, nel 2022 sono state generate oltre 62 milioni di tonnellate a livello globale (7.8 kg a testa), con un tasso di riciclo inferiore al 23%.

Oggi presentiamo due approcci per affrontare questo problema: uno hardware e uno software.

Qualifica Autore: sindacalista, The Weapons Watch

Il caccia di sesta generazione, il programma e i suoi costi insostenibili.

  

Il Global Combat Air Programme – Gcap, sviluppato da Giappone, Italia e Uk per un sistema di combattimento aereo di “sesta generazione”, in competizione con il Future Combat Air System – Fcas frutto del lavoro condiviso di Francia, Germania e Spagna e con quello in fase di sviluppo in Svezia (per restare nel perimetro europeo), ha il merito di aver già battuto un record.

Si configura come il programma di riarmo più costoso della Storia militare italiana e non solo. Più costoso, persino, della rovinosa adesione del nostro Paese – come partner di secondo livello – al programma F-35 della Lockheed Martin.

In pochissimo tempo i costi di partecipazione dell’Italia alla Fase 1 (ideazione e progettazione preliminare) e alla Fase 2 (sviluppo completo) del Gcap, si sono più che triplicati, passando da 6 a 18,6 miliardi di euro. E, come ha sottolineato l’Osservatorio Mil€x (milex.org), “stiamo parlando della sola fase di progettazione e sviluppo e quindi sono esclusi i costi di acquisizione degli aerei e dei loro droni gregari, ad oggi ancora incalcolabili”.

Qualifica Autore: docente di lettere classiche

Diaconato femminile e non solo: presenza, corresponsabilità e autorevolezza delle donne nella Chiesa.

 

Come sta, oggi, la questione “diaconato femminile” all’interno della Chiesa cattolica? Cos’è cambiato, se è cambiato, nel passaggio da Francesco a Leone? Quali conseguenze ha avuto la pubblicazione della Sintesi della Commissione di Studio sul Diaconato Femminile, lo scorso 4 dicembre 2025?

Basta una rapida ricognizione in Internet per rendersi conto che il tema non è, oggi, dei più caldi. Nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione del documento della Commissione da parte della Sala Stampa Vaticana, anche in rete erano apparsi numerosi articoli. Ma, nel volgere di pochi giorni, l’interesse è scemato e ora sembra che parlare di diaconato femminile non interessi più a nessuno. Forse perché dal fatidico documento è giunta la sentenza definitiva, come era apparso da alcuni titoli di giornale? Commissione Petrocchi: no al diaconato femminile; Il Vaticano chiude le porte al diaconato femminile; Diaconato femminile: la bocciatura di papa Leone; Donne diacono? Non sia mai.

A dire il vero, in diversi casi ai titoli d’effetto facevano poi seguito precisazioni del tipo almeno per il momento o anche se il giudizio non è definitivo. Scopo del documento, indirizzato a Leone XIV, era d’altro canto quello di proporsi non come parola definitiva sull’argomento, ma come strumento di discernimento. Vale la pena, perciò, per interrogarsi sullo stato dell’arte, riprendere in modo puntuale alcuni passaggi della sintesi elaborata dalla Commissione presieduta dal cardinale Petrocchi Bollettino Sala Stampa della Santa Sede (vatican.va).

Qualifica Autore: autrice di articoli, attivista e mediatrice di conflitti

Tra repressione e indifferenza, il dissenso russo continua a resistere, chiedendo pace, libertà e solidarietà. 

 

Il 24 febbraio di quest’anno siamo entrati nel quinto anno di guerra in Ucraina e oggi nelle carceri della Federazione Russa, secondo l’ong russa OVD Info, i reclusi, per avere espresso dissenso, sono 1923 e 4339 i perseguiti. Infatti, a partire dalla primavera del 2022 sono state adottate leggi ad hoc per reprimere ogni forma di opposizione alla guerra, così come alla cancellazione di diritti fondamentali, come quello di esprimere la propria opinione. Eppure, la Costituzione russa all’articolo 29 recita: “A ciascuno è garantita la libertà di pensiero e di parola”.

Per chi si oppone al regime in Russia due concetti marciano di pari passo: pace all’Ucraina, libertà alla Russia. Due concetti indissolubili, come la realtà alla base del Paese da molto tempo. Chiunque sia legato a principi di democrazia, libertà di espressione e rapporti pacifici con il resto del mondo, oggi è sotto attacco, prigioniero in carcere o a cielo aperto. Con questa realtà la società civile in Russia si misura tutti i giorni e lo fa di fatto in solitudine, schiacciato fra la repressione del regime e l’indifferenza sostanziale della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica e società civile occidentali.

Qualifica Autore: direttore responsabile Mosaico di pace

Aprile, per noi, non è un mese qualsiasi. È il tempo della memoria viva di don Tonino Bello, profeta disarmato, presidente di Pax Christi Italia sino alla sua morte (20 aprile 1993) e fondatore di questa rivista. Tornare alle sue parole oggi non è nostalgia, ma urgenza. Ci risuonano, ci scuotono, perché ciò che denunciava è drammaticamente il nostro presente: “Io non so, nella concitazione di queste ore drammatiche, se la guerra avrà il sopravvento. – Scriveva il 18 gennaio 1991, in occasione della prima guerra del Golfo – Penso, però, di poter dire che ‘l’idea della guerra’ risulta nettamente perdente, se non sui tavoli delle cancellerie, almeno nella coscienza popolare”.

Un raptus improvviso? Si chiedeva don Tonino pensando a chi innestava la miccia della guerra e categoricamente scartava l’ipotesi. “È pazzia bell’e buona”, proseguiva, richiamando il noto “alienum est a ratione” della Pacem in terris: la guerra è “roba da matti”!

Bombardare nel nome della democrazia è folle, perché muoiono civili senza colpa, è inutile perché la Storia lo dimostra, è offensivo per la memoria di chi in nome della democrazia è morto.

Ieri come oggi, gli interessi economici prevalgono sui diritti umani, annientano la vista e azzerano ogni più elementare barlume di umanità e di civiltà. Il Medio Oriente continua a essere sacrificato sull’altare di un’economia di guerra. Si colpiscono infrastrutture e città, crescono le vittime civili e si alimenta una spirale di morte che coinvolge tutto e tutti.

Dietro la promessa di un “nucleare sostenibile” si cela un progetto che accentra potere e distoglie risorse dalle energie del futuro.

 

Sta passando quasi sotto silenzio, nell’indifferenza di gran parte del mondo politico e con la complicità di un’informazione distratta, un passaggio cruciale per il futuro energetico e democratico del nostro Paese. Il 2 ottobre 2025 il Consiglio dei ministri ha approvato la Delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile: quattro articoli che mirano a creare un quadro giuridico e operativo per il ritorno dell’atomo in Italia, dopo i due referendum popolari del 1987 e del 2011.

Dietro la promessa di “decarbonizzazione” e “indipendenza energetica” si nasconde un disegno di centralizzazione che esclude Regioni e Comuni, riduce gli spazi di partecipazione democratica e consegna agli interessi privati la gestione di una tecnologia ad altissimo rischio.

Il Ministero dell’Ambiente diventa il fulcro unico delle autorizzazioni, potendo imporre varianti urbanistiche, dichiarazioni di pubblica utilità ed espropri. La nuova società Nuclitalia – formata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo – coordinerà la cosiddetta “filiera di nuova generazione”. Ma, dietro il progetto, si ripropone la stessa logica di segretezza, controllo e sorveglianza di sempre.

Il cortocircuito è evidente fin dal titolo della legge: nucleare sostenibile è un ossimoro.

Qualifica Autore: teologa, pastora battista

Riprendiamo il percorso sul corpo della nonviolenza: il potere degli occhi.

  

Nel buio del non senso, della follia della guerra, il corpo nonviolento ha bisogno di fare manutenzione sul suo sistema di illuminazione: gli occhi, una lampada che si accende sulla realtà e la decodifica, Proprio così: lo sguardo non è mai neutro e può essere accecato da una luce troppo abbagliante; oppure volutamente manipolato per occuparsi d’altro. Ne sa qualcosa l’attuale politica dei potenti che, per distrarre da questioni spinose i cittadini, accende i riflettori su altri scenari per attirare su questi ultimi l’attenzione della gente. C’è un file finalmente decriptato che mette a rischio la credibilità di un presidente? Ecco che i riflettori si accendono sui dazi...

Lo sguardo nonviolento non è ingenuo. Impara a riconoscere i diversi meccanismi messi in atto dall’arte della contraffazione del vedere. Un processo questo che, nel nostro presente, diventa particolarmente urgente di fronte a tutta la produzione di filmati artefatti, prodotti dall’intelligenza artificiale, che inquinano l’informazione pubblica. Imparare a guardare con attenzione e consapevolezza diventa oggi un atto politico di resistenza nonviolenta proprio perché, come mai in altre epoche, la comunicazione ora passa attraverso la visione. Cosa vedo quando guardo? È la domanda che dovrebbe fare da sfondo allo sguardo consapevole.

Qualifica Autore: Insegnante

La nonviolenza e la pace: proposte trasformative.

 

La storia dell’umanità, fin dai suoi inizi, è stata segnata da guerre che hanno lasciato cicatrici profonde. Dal fratricidio di Caino ai genocidi del Novecento, spesso il mondo ha seguito il motto antico si vis pacem, para bellum: preparare la guerra anziché costruire la pace.

Il ventesimo secolo, definito da Eric Hobsbawm “il secolo breve”, è stato in realtà un periodo densissimo e drammatico, segnato da guerre mondiali, genocidi e regimi totalitari che hanno soffocato la libertà e disseminato sofferenza. Eppure, proprio nei contesti più oscuri della Storia, sono emerse figure capaci di scegliere una strada diversa: quella della nonviolenza, della giustizia e della dignità umana. La loro testimonianza continua a rappresentare una riserva di speranza.

Oggi, trasmettere alle nuove generazioni il valore della nonviolenza, del dialogo e del rispetto reciproco è una delle sfide decisive del presente.

In un tempo segnato da frammentazione e smarrimento, diventa fondamentale offrire ai giovani storie che illuminino la possibilità del bene, anche nelle situazioni più difficili. È ciò che chiamiamo “memoria del bene”: far conoscere le vite di uomini e donne che hanno scelto di opporsi alla violenza e all’ingiustizia con la forza delle idee.

Le nuove frontiere dell’economia armata firmata Leonardo: droni, tecnologie di ultima generazione e altro ancora.

 

Manager e azionisti in fibrillazione alla vigilia della pubblicazione del bilancio 2025 di Leonardo SpA, la maggiore holding italiana produttrice ed esportatrice di sistemi di guerra. Si attendono risultati record in termini di commesse e profitti, ben oltre quanto registrato l’anno precedente.

Nel 2024 Leonardo ha ottenuto ordini per 20,9 miliardi di euro (+16,8% rispetto al 2023) e sono stati distribuiti agli azionisti dividendi per 177 milioni, il doppio dell’anno precedente (0,28 euro per azione contro lo 0,14 del 2023). I risultati dei primi nove mesi del 2025 lasciano prefigurare l’eldorado armato: 18,2 miliardi di euro il valore delle commesse, 13,4 miliardi i ricavi. Mal che vada il giro d’affari supererà abbondantemente i 22-23 miliardi di euro. E con i venti di guerra globale che soffiano sul pianeta, nel 2026 andrà ancora meglio.

Tra le operazioni più significative e redditizie del gruppo Leonardo nel 2025 si segnalano la fornitura al Ministero della Difesa del Regno Unito dei servizi di supporto logistico e manutenzione della flotta di elicotteri AW101 “Merlin”; il trasferimento di nuovi elicotteri all’esercito italiano e alle autorità della Malesia; la produzione di radar e sistemi di protezione per i cacciabombardieri “Eurofighter” della Royal Air Force e dell’Aeronautica militare italiana.

Qualifica Autore: direttore responsabile

Da Gesù a Gandhi, per riscoprire il volto umano della Storia, che parte dalla liberazione.

  

Gesù ritorna in Galilea, erede della tradizione mosaico-profetica, il sogno di Dio, il sogno di Mosè (un’economia di uguaglianza che esige una politica di giustizia che richiede una religione nella quale Dio è il Dio dei poveri, delle vittime del Sistema). Gesù, però, riformula questo sogno utilizzando il linguaggio apocalittico del libro di Daniele con l’immagine dell’essere umano, il “Figlio dell’Uomo”, Bar Enasha in aramaico. È oggi ammesso da quasi tutti gli esperti che questa designazione “Figlio dell’uomo”, utilizzata ben 82 volte per Gesù, rappresenta lo stato più primitivo della tradizione e va ascritta allo stesso “Carpentiere di Nazareth”.

Queste immagini apocalittiche provengono dal libro di Daniele, scritto come compendio della resistenza ebraica contro il re greco Antioco IV che, negli anni 170-160, aveva tentato di ellenizzare la Palestina. Un secolo dopo, quando la Palestina è stata occupata da un’altra potenza straniera, Roma, il libro di Daniele divenne il nuovo manifesto della resistenza popolare.

Qualifica Autore: teologo e saggista

La nuova Charta Oecumenica e la strada del dialogo tra le Chiese.

 

Non è un momento facile per il movimento ecumenico. Per molte ragioni. Lasciati alle spalle, da parecchio tempo, gli entusiasmi seguiti al Concilio Vaticano II, oggi nelle Chiese europee sembrano prevalere la fatica, il disincanto rispetto ai sogni di unità, la delusione per i risultati ottenuti, giudicati limitati e troppo esigui rispetto alle energie profuse. Anzi, se è vero che ben di rado, come negli ultimi anni, si è discusso pubblicamente di ecumenismo, lo si è fatto in primo luogo sull’onda della perdurante catastrofe ucraina: prese di posizione da più parti, articoli sui quotidiani, molti interventi in rete, in genere per denunciarne la profonda crisi. Talvolta, persino la conclamata inutilità o addirittura la dannosità, sullo sfondo del traumatico palcoscenico bellico, visti gli scarsi esiti conseguiti sinora.

Nodi aperti

Poco dopo l’inizio dell’invasione russa, su la Repubblica era comparso, emblematicamente, un titolo definitivo “La fine dell’ecumenismo”, il 27 aprile 2022, per l’autorevole firma di Alberto Melloni, secondo il quale uscirebbe letteralmente in macerie “quel desiderio di unità visibile che aveva percorso il cristianesimo da fine Ottocento”; e successivamente non sono mancate le tonalità ironiche, al limite del sarcasmo, ad esempio quando ci si è avventurati a tratteggiare le trasparenti contraddizioni delle posizioni filoputiniane sostenute dal patriarca di Mosca, Kirill, con la sua ideologia etnico-religiosa del Russkii mir (il mondo russo).

Qualifica Autore: consigliera nazionale Pax Christi Italia

Un excursus storico sul voto alle donne, in vari Paesi del mondo.

 

Il volume “Il voto alle donne. Una storia globale” a cura di Raffaella Baritono e Vinzia Fiorino, edito da Il Mulino (2025), presenta il voto alle donne come una “conquista collettiva”, realizzata in “tempi e spazi politici differenti”.

Intento delle curatrici del saggio è “ripercorrere le vicende che hanno contraddistinto le battaglie suffragiste e per il riconoscimento dei diritti politici delle donne”.   

La Nuova Zelanda è stata la prima nazione nel 1893, seguita dalla Finlandia nel 1906 e dalla Norvegia nel 1907. Un allargamento rilevante è avvenuto tra il 1915 e il 1922, e, in seguito, dopo il 1944-1945. Nel 2006 il voto alle donne fu riconosciuto nel Kuwait.

Il volume contiene dodici saggi, scritti da diverse autrici, tra le quali le stesse curatrici del volume. 

Ciascun capitolo affronta il suffragio femminile in un contesto nazionale specifico, offrendo così la possibilità di attuare un confronto tra esperienze diverse. Tra i Paesi esaminati vi sono, in Africa: la Nigeria, il Sudafrica e la Tunisia; in America Latina: il Cile e il Messico; gli Stati Uniti; in Asia: India, Iran e Turchia; in Europa: l’Italia, la Francia, la Germania, il Regno Unito; infine, si esaminano Russia e Finlandia.

Qualifica Autore: The Weapon Watch - Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei, www.weaponwatch.net

Il coinvolgimento dei porti italiani nel trasporto di armi e gli scioperi dei lavoratori portuali.

 

Due date rimangono memorabili nella recente storia delle lotte contro la guerra, in Italia.

La prima è il 20 maggio 2019, la seconda il 3 ottobre 2025. In tutt’e due i casi si deve passare da Genova e citare il ruolo centrale del CALP (Collettivo autonomo lavoratori portuali).

Il 20 maggio 2019 nel porto di Genova attraccò una nave saudita, la “Bahri Yanbu”, stracarica di armi, come al solito, per lo più armi americane prodotte in USA e Canada, dirette alle forze armate di Riyad e impiegate nella guerra assai “asimmetrica” contro i civili yemeniti.

Quel giorno, però, la nave avrebbe dovuto imbarcare a Genova anche alcuni grossi shelters e relativi gruppi elettrogeni fabbricati da una ditta romana.

I portuali si incuriosirono di quel materiale dipinto con livrea desertica ma coperto con teloni termici, e che l’agente marittimo e la stessa azienda produttrice avevano presentato in dogana come materiale “civile”. Si scoprì invece che proprio l’azienda aveva chiesto e ottenuto l’autorizzazione all’esportazione, come richiesto dalla Legge 185/1990 che – com’è noto – regola soltanto il commercio di materiale militare.

Secondo te Dio a chi darà retta?

 

Il rapporto tra religioni e guerre è tornato a gravare sulla storia con un peso antico e insieme nuovo. Il Medio Oriente appare come un crocevia in cui interessi geopolitici, identità ferite e visioni religiose si intrecciano fino a confondersi. Non è la religione, da sola, a generare la guerra. Ma è sempre più evidente come, quando viene piegata a strumento ideologico, essa diventi un linguaggio potente per giustificare la violenza, una coltre che copre ambizioni, rancori e progetti di potere.

Vito Mancuso ha scritto che “la Bibbia è violentemente nazionalista e al contempo pacificamente universalista”. È una tensione che attraversa tutte le grandi tradizioni religiose: parole capaci di aprire alla fraternità possono essere usate per tracciare confini, benedire eserciti, legittimare l’odio. Non sorprende allora che il ministro della guerra degli Usa Peter Hegseth abbia concluso un discorso ai militari citando il Salmo 144: “Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia”.

Le Scritture non cambiano; cambiano gli occhi che le leggono, e soprattutto le intenzioni che le guidano. Il nodo, dunque, non è nei testi, ma nelle coscienze, nei cuori che le interpretano e nei volti che ignorano il dolore altrui. In un recente articolo su Domani, anche Giovanni Maria Vian richiamava la responsabilità del rapporto tra politica e religione: quando il potere cerca legittimazione nel sacro, la fede rischia di essere ridotta a ideologia. E oggi, in Medio Oriente, questo rischio si è fatto sistema. Non siamo soltanto davanti a un conflitto armato: siamo immersi in una narrazione che tende a sacralizzare lo scontro, a vestire di eterno ciò che è transitorio, di divino ciò che è umano.

Fabiana Magrì su La Stampa del 14 marzo scorso descrive un fenomeno tanto paradossale quanto inquietante: tre visioni messianiche – ebraica, cristiana e islamica – che si rafforzano reciprocamente. Secondo l’analisi di Sefi Rachlevsky, una parte dell’evangelismo apocalittico americano sostiene le correnti più estreme del messianismo ebraico, nella convinzione che lo scontro finale acceleri il ritorno di Cristo. A loro volta, i messianici israeliani vedono nel rafforzamento dell’estremismo altrui una leva per giustificare un progetto teocratico. E le frange radicali islamiche trovano in questo gioco di specchi nuova linfa. Così, invece di contenersi, gli estremismi si cercano, si alimentano, si legittimano.

Qualifica Autore: Rete Jin Italia

La via della pace in Siria passa anche dalla resistenza quotidiana delle comunità curde.

  

Se ci guardiamo attorno, lo scenario è buio e l’orizzonte minaccioso: il nuovo disordine mondiale pare non poter più contare neppure su quel sistema di diritto internazionale che aveva costituito, in parte, un argine all’agire indiscriminato e incontrollato contro la vita umana.

Il Medio Oriente sembra costituire il centro di questa catastrofe, di questa nuova guerra mondiale dove i genocidi imperversano e il dissenso e la rivolta vengono repressi nel sangue.

In questo panorama, che di recente ha intensificato i suoi aspetti più funesti, la luce più intensa e la speranza più viva vengono proprio da quei territori del Nord-Est della Siria dove le comunità curde hanno dato vita dal 2012 alla rivoluzione del Rojava (Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est-Daanes).

Nel Nord-Est siriano

In questa zona, nello spazio vuoto lasciato dall’avvio della guerra civile siriana, è nato il “Confederalismo Democratico”, una pratica politica di organizzazione sociale basata sulla convivenza pacifica fra i popoli, proposta innovativa e rivoluzionaria che si basa sulla democrazia diretta, sull’autonomia e la liberazione delle donne, e sull’ecologia sociale. Una sorta di vera “utopia concreta”.

Un ruolo fondamentale nell’ideare e incoraggiare questo modello, l’ha avuto, e continua ad averlo, il presidente Abdullah Öcalan, guida del popolo curdo, da 27 anni rinchiuso in isolamento nel carcere turco di Imrali, perché considerato un terrorista.

A cura di Rosa Siciliano

In queste pagine, proponiamo analisi e spunti di riflessione sulla Russia di oggi, sul suo ruolo in Europa e nel mondo intero, sulle religioni e sul dissenso della società civile.

In tanti si oppongono alla guerra in Ucraina e chiedono libertà di espressione e di pensiero. Quale solidarietà ai dissidenti, agli attivisti e ai pacifisti russi dall’Europa e dal mondo intero?

Nodi cruciali perché “guerra e repressione non costituiscono una parentesi, ma una condizione, che interroga non solo la Russia ma anche quanto avviene in Occidente e in altre parti del mondo”.

 

 

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