Diaconato femminile e non solo: presenza, corresponsabilità e autorevolezza delle donne nella Chiesa.
Come sta, oggi, la questione “diaconato femminile” all’interno della Chiesa cattolica? Cos’è cambiato, se è cambiato, nel passaggio da Francesco a Leone? Quali conseguenze ha avuto la pubblicazione della Sintesi della Commissione di Studio sul Diaconato Femminile, lo scorso 4 dicembre 2025?
Basta una rapida ricognizione in Internet per rendersi conto che il tema non è, oggi, dei più caldi. Nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione del documento della Commissione da parte della Sala Stampa Vaticana, anche in rete erano apparsi numerosi articoli. Ma, nel volgere di pochi giorni, l’interesse è scemato e ora sembra che parlare di diaconato femminile non interessi più a nessuno. Forse perché dal fatidico documento è giunta la sentenza definitiva, come era apparso da alcuni titoli di giornale? Commissione Petrocchi: no al diaconato femminile; Il Vaticano chiude le porte al diaconato femminile; Diaconato femminile: la bocciatura di papa Leone; Donne diacono? Non sia mai.
A dire il vero, in diversi casi ai titoli d’effetto facevano poi seguito precisazioni del tipo almeno per il momento o anche se il giudizio non è definitivo. Scopo del documento, indirizzato a Leone XIV, era d’altro canto quello di proporsi non come parola definitiva sull’argomento, ma come strumento di discernimento. Vale la pena, perciò, per interrogarsi sullo stato dell’arte, riprendere in modo puntuale alcuni passaggi della sintesi elaborata dalla Commissione presieduta dal cardinale Petrocchi Bollettino Sala Stampa della Santa Sede (vatican.va).
Il documento riporta in premessa gli esiti della Prima Commissione di studio voluta da papa Francesco nel 2016 (“La Chiesa ha riconosciuto in diversi tempi, in diversi luoghi e in varie forme il titolo di diacono/diaconessa riferito alle donne attribuendo però ad esso un significato non univoco”) e una proposizione della Commissione Teologica Internazionale risalente all’anno 2002 (“Sembra evidente che tale ministero non era inteso come il semplice equivalente femminile del diaconato maschile”).
Passa poi a presentare la tesi elaborata dalla Seconda Commissione, presieduta appunto dallo stesso Petrocchi, nel corso della prima Sessione del settembre 2021: “Allo stato attuale della ricerca storica e della nostra conoscenza delle testimonianze bibliche e patristiche, si può ragionevolmente affermare che il diaconato femminile, sviluppatosi in maniera diseguale nelle diverse parti della Chiesa, non è stato inteso come il semplice equivalente femminile del diaconato maschile e non sembra avere rivestito un carattere sacramentale”.
Posto che lo stesso tessuto lessicale della proposizione (Allo stato attuale… si può ragionevolmente affermare che… non sembra…) evidenzia quanto la prospettiva storica sia aperta ad ampi margini di soggettività, Petrocchi sottolinea la necessità di spostare la disamina sul piano teologico e dottrinale. Così, dopo aver presentato sinteticamente gli esiti della Prima (settembre 2021) e della Seconda Sessione (luglio 2022), il cardinale entra nel merito delle risultanze della Terza e ultima Sessione.
Riunitasi a febbraio 2025, cioè pochi mesi dopo la conclusione del Sinodo sulla Sinodalità, la Terza Sessione aveva potuto/dovuto tener conto per i propri lavori anche del cospicuo e significativo materiale scritto pervenuto in Commissione su istanza del Sinodo stesso. Pur trattandosi di materiale abbondante e perfino abilmente argomentato, scrive il cardinale, le persone o i gruppi che avevano inviato i loro elaborati erano soltanto ventidue e rappresentavano pochi Paesi. Proprio in considerazione di questo numero esiguo, prosegue il cardinale, tali documenti non possono essere considerati come la voce del Sinodo e tantomeno del Popolo di Dio nel suo insieme.
Il passaggio merita di essere sottolineato. Si dice, di solito, che la Chiesa non è una democrazia e che, perciò, non si fa guidare o condizionare dal criterio della maggioranza, giacché non è la conta dei numeri a farsi espressione del soffio dello Spirito. Eppure, in questo documento, i numeri contano, eccome – non solo qui, dove 22 appare come un numero da niente, rispetto ai numeri del Popolo di Dio nel suo insieme; ma anche più avanti, quando si dice: Ci è stato riferito che nel documento finale del Sinodo la proposizione 60 sullo studio della possibilità del diaconato femminile è quella che ha ottenuto il maggior numero di voti contrari (97 No).
In realtà, la proposizione 60 del documento finale del Sinodo sulla Sinodalità non si limitava a mettere a tema la questione del diaconato femminile, ma entrava nel merito del problema molto più complesso della presenza, della corresponsabilità e della autorevolezza delle donne nella Chiesa – argomenti rispetto ai quali la cosiddetta “tradizione” custodisce una storia millenaria di pregiudizi, rigidità e preclusioni, tanto che ci sarebbe piuttosto da stupirsi del fatto che soltanto il 26% dei vescovi (97 su 368) non abbia sottoscritto l’affermazione che non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa: non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo (ITA---Documento-finale.pdf (synod.va).
Perplessità
numeri a parte, sono altri i passaggi del documento che suscitano perplessità e indignazione. In relazione alle istanze pervenute in forma scritta alla Commissione, non si può non rilevare il tono minimizzante e riduttivo, a tratti svilente, adottato per presentarle:
Nella documentazione arrivata, letta con attenzione, molte donne hanno descritto il loro lavoro per la Chiesa, spesso vissuto con grande dedizione, come se fosse un criterio sufficiente per l’ordinazione al diaconato. Altre hanno parlato di una forte “sensazione” di essere state chiamate, come se fosse la prova necessaria per garantire alla Chiesa la validità della loro vocazione ed esigere che questa convinzione sia accolta. Molte svolgevano già funzioni di tipo diaconale, soprattutto in comunità prive di sacerdote, e ritenevano di essere “meritevoli” di ricevere l’ordinazione, avendone, in qualche modo, acquisito il diritto. Altre parlavano semplicemente di volere l’ordinazione come segno di visibilità, autorevolezza, rispetto, sostegno e soprattutto uguaglianza.
Che dire? Le parole con cui il cardinale presenta questi documenti usciti dal pensiero, dal cuore e dalle vite delle donne, tradiscono il perenne, inossidabile e spesso/talvolta inconscio senso di superiorità con cui gli uomini da sempre guardano alle loro compagne di strada. Tremendo quel come se che, più volte ripetuto, pur se filtrato da uno sguardo benevolmente paternalistico, esprime – si spera in tutta inconsapevolezza – un vero e proprio disprezzo per la tenuta di coscienza della soggettualità femminile.
E dunque, il lavoro svolto in forma di servizio, diakonia già di per sé, se è svolto dalle donne non è criterio sufficiente per l’ordinazione al diaconato; la vocazione al diaconato, se è sentita e vissuta dalle donne, non si profila come vocazione ma si riduce a “sensazione”; lo svolgimento di funzioni di tipo diaconale in comunità prive di sacerdote non è considerato dato di realtà da cui assumere testimonianza per una possibile apertura dell’ideale dottrinale al reale incarnato nella Storia, ma viene ricondotto a pretenzioso capriccio, a rivendicazione di diritti non rivendicabili, a vago sentire che merita soltanto ironici virgolettati.
Torna alla memoria la vicenda di Ludmila Javorova, una donna ordinata sacerdote nel 1970 nella Chiesa cattolica clandestina perseguitata in Cecoslovacchia (Ludmila Javorová, sacerdote nella Chiesa del silenzio - SettimanaNews): quando negli anni Novanta il Vaticano incominciò a interessarsi alle vicende della cosiddetta “Chiesa del silenzio”, Ludmila e le altre donne che come lei avevano ricevuto l’ordinazione sacerdotale subirono intimidazioni e pressioni dalla Chiesa ufficiale perché tenessero segreta la vicenda della loro ordinazione. Fai la diacona, ma non pretendere l’ordinazione; sei stata ordinata sacerdote, ma non dirlo a nessuno.
È questo, ciò che la Chiesa si aspetta ancora dalle donne – che continuiamo ad essere remissive e silenti, come ci ha volute per secoli?
Pennellate riduttive e sarcastiche tratteggiano anche le battute finali: visibilità, autorevolezza, rispetto, sostegno e soprattutto uguaglianza non sono certo parole che si addicono alle donne e che delle donne si siano permesse di pretenderle è già in sé e di per sé una pretesa pretenziosa, risibile, ridicola. Questo il pensiero del cardinale.
Ordinazione sacerdotale
Nelle considerazioni finali Petrocchi accenna poi a un nodo teologico ad oggi irrisolto, ossia se l’ordinazione al diaconato sia “ad ministerium” o “ad sacerdotium”. Lasciata ai teologi la discussione del caso, noi possiamo intanto interrogarci sulla tenuta letteraria di questo documento, che ci riporta ai tempi in cui, poco più di un secolo fa, con parole analoghe e toni altrettanto sprezzanti, si discuteva della possibilità, per le donne, di esercitare l’avvocatura.
Lidia Poët, una delle prime donne in Italia a laurearsi in giurisprudenza, dopo aver conseguito la laurea a pieni voti presso l’Università di Torino, nel 1881, con una tesi sul diritto di voto delle donne, nel 1883, superato l’esame da procuratore, chiese l’iscrizione all’Albo. Con otto voti a favore e quattro contrari, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino approvò la domanda e Lidia Poët divenne così la prima donna in Italia ad essere iscritta all’Albo degli Avvocati e dei Procuratori legali.
Il fatto, però, suscitò violente polemiche e dibattiti feroci sia tra gli addetti ai lavori sia nell’opinione pubblica, tanto che la Corte d’appello di Torino arrivò in breve a pronunciarsi a favore della cancellazione dell’iscrizione di Lidia Poët all’Albo degli Avvocati. Poët fece ricorso in Cassazione, ma anche la Cassazione confermò la pronuncia d’Appello. A sostegno delle proprie affermazioni, la Corte faceva ricorso ad argomentazioni basate su una presunta “naturalità” delle differenze di genere e sull’idea dell’inferiorità intellettuale e morale delle donne, non adatte per “natura” alla pratica legale, a prescindere dalle singole capacità individuali (www.lidiapoet.it)dell’avvocheria (…). Ponderando attentamente la lettera e lo spirito di tutte quelle leggi che “La questione sta tutta in vedere se le donne possano o non possano essere ammesse all’esercizio possono aver rapporto con la questione in esame, ne risulta evidente esser stato sempre nel concetto del legislatore che l’avvocheria fosse un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non dovevano punto immischiarsi le femmine (…) Non è questo il momento, né il luogo di impegnarsi in discussioni accademiche, di esaminare se e quanto il progresso dei tempi possa reclamare che la donna sia in tutto eguagliata all’uomo, sicché a lei si dischiuda l’adito a tutte le carriere, a tutti gli uffici che finora sono stati propri soltanto dell’uomo. Di ciò potranno occuparsi i legislatori, di ciò potranno occuparsi le donne, le quali avranno pure a riflettere se sarebbe veramente un progresso e una conquista per loro quello di poter mettersi in concorrenza con gli uomini, di andarsene confuse fra essi, di divenirne le uguali anziché le compagne, siccome la provvidenza le ha destinate”.
Ecco, le resistenze nei confronti del diaconato femminile muovono da un analogo orizzonte mentale, da un analogo habitus cristallizzato nei secoli, chiamato tradizione per comodità.
Lidia Poët dovette aspettare quarant’anni per poter accedere all’Ordine degli Avvocati di Torino - quando, alla fine della Prima guerra mondiale, venne approvata la legge che abolì l’autorizzazione maritale e permise l’accesso delle donne ai pubblici uffici. Furono poi necessari altri quarant’anni perché, con la legge n. 66/1963, alle donne italiane fosse consentito l’accesso a tutte le carriere pubbliche, esercizio del potere giudiziario incluso.
E noi, cosa possiamo aspettarci dai nostri uomini di Chiesa, da questa Chiesa “in ritardo di duecento anni”, come diceva Martini? Sulla questione delle donne io sono fiduciosa: la strada ormai è avviata e nonostante tutte le resistenze non si potrà tornare indietro. La Chiesa arriverà a rimettersi al passo del Vangelo, ne sono certa. Quando? Di sicuro quel tempo io non lo vedrò, ma proprio per questo è giusto lavorare perché quel tempo venga.