Con il referendum costituzionale del 22-23 marzo saremo chiamati a decidere su uno dei contenuti più preziosi della nostra Costituzione, su uno dei più importanti presidi delle nostre libertà e dei nostri diritti: la separazione dei poteri, lo stato di diritto. La legge è uguale per tutti e tutti la devono rispettare, non soltanto i sudditi, anche il sovrano perché non può esercitare il suo potere con arbitrio. Non è avvenuto in un giorno il passaggio dalla sudditanza alla cittadinanza, non è mai stato un percorso lineare. Sono le Costituzioni liberali del secondo dopoguerra che hanno posto il sigillo più sicuro a questa architettura istituzionale attraverso quella che, nell’art. 104 della Costituzione italiana, si chiama “autonomia e indipendenza della magistratura da ogni altro potere”. Solo il magistrato autonomo e indipendente da ogni altro potere è nelle condizioni di svolgere le sue funzioni e, nel rispetto della legge, tutelare i diritti e le libertà dei cittadini, di tutti, soprattutto dei più deboli vigilando sul corretto esercizio del potere esecutivo e dei poteri presenti nella società. Non fu così sotto il fascismo, perché la dittatura non poteva permettere che una magistratura autonoma e indipendente sanzionasse l’operato del governo del Duce e i soprusi del regime.

I nostri costituenti sapevano bene che i principi possono essere declamati e persino immortalati in una norma, ma che possono anche essere traditi e aggirati. Infatti, la nostra Carta ha posto a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura l’autogoverno della stessa attraverso il Consiglio Superiore della magistratura (CSM) al quale spettano secondo l’art 105 “le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Tutto questo durante il fascismo lo decideva il ministro della giustizia.

La riforma Nordio-Meloni non cancella formalmente l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma aggredisce il principio dell’autogoverno modificando profondamente il CSM, istituendone due, uno per i PM e uno per i giudici, affidando a un ulteriore organismo, l’Alta Corte, le funzioni disciplinari rompendo così un sapiente equilibrio che per 80 anni ha assicurato al nostro Paese una netta separazione dei poteri. Viene spontanea la domanda: perché? Perché tutto questo fino al punto che chi, da magistrato, andrà a far parte del CSM non verrà eletto, ma sorteggiato!

Non eletto come lo sono i parlamentari, i consiglieri regionali e comunali; i membri degli ordini professionali degli avvocati, dei medici, degli ingegneri.

Sorteggiati, non eletti come lo sono i consiglieri e i presidenti delle nostre associazioni, i segretari dei partiti e dei sindacati, i presidenti delle Pro Loco.

Perché? Perché, come hanno detto, la Presidente del Consiglio e il Ministro Nordio questa non è una riforma della giustizia, non accorcia la durata dei processi, non stabilizza i precari, non fornisce adeguata informatizzazione. Il fine di questa riforma è un nuovo equilibrio tra poteri, perché i magistrati dovrebbero collaborare con il governo e non ostacolarne il percorso. Aggiungo io: perché applicano le leggi, la Costituzione e il diritto internazionale che, come è accaduto in materia di immigrazione, di sicurezza, di controllo della spesa pubblica, hanno impedito al Governo di compiere dei soprusi nei confronti dei più deboli. Tutto questo avviene in un contesto internazionale nel quale le democrazie stanno progressivamente perdendo i loro connotati fondamentali.

Scontato il riferimento al-l’America di Trump, all’Ungheria di Orban. Scontato il riferimento alle tante forze europee di estrema destra che vorrebbero imporre una svolta autoritaria ai nostri Paesi. Quella che ci appare una questione domestica colloca in realtà l’Italia in una nuova e preoccupante fase globale, nella quale i diritti inviolabili della persona e le nostre libertà sono compromesse dalla sospensione della forza del diritto per lasciare posto alla logica della violenza, della sopraffazione, della guerra.

Anche la riforma Meloni Nordio è parte di un progetto e di un processo iniziato con le destre al governo: riscrivere la Costituzione repubblicana che non hanno mai riconosciuto come il fondamento della nostra democrazia, modificando la forma dello Stato unitario con l’autonomia differenziata, la democrazia parlamentare con il premierato, lo stato di diritto con l’attacco all’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

E tutto questo è avvenuto, in particolare per questa riforma, attraverso un percorso parlamentare blindato dal Governo senza un minimo ascolto delle opposizioni, della magistratura, degli esperti. E come la migliore tradizione delle forze politiche della destra illiberale, tutto ci viene consegnato attraverso la propaganda con la quale ci vorrebbero convincere che solo così avremo una giustizia giusta.

In realtà, questa riforma rompe l’unità della cultura della giurisdizione che ha ispirato tutti i magistrati italiani, quelli che hanno scelto la funzione requirente, i pubblici ministeri, e quelli che hanno scelto di svolgere la funzione del giudice. Una preziosa peculiarità del nostro ordinamento che andrebbe esportato in altri Paesi. Spesso, in questi giorni, ci viene raccontato che separando i concorsi, la formazione e i CSM dei procuratori e dei giudici noi avremo, finalmente, un giudice terzo. A parte la irricevibile sottesa affermazione che per 80anni non avremmo avuto giudici terzi e imparziali, che offende la professionalità e la dedizione dell’intera magistratura e in particolare di quei magistrati che ci hanno rimesso la vita, questa riforma ci priva di una fondamentale garanzia. Secondo il nostro ordinamento il pubblico ministero ha la funzione requirente volta ad accertare la verità e a offrire al giudice anche prove a favore dell’imputato.

La riforma Nordio Meloni trasforma il PM nell’avvocato dell’accusa interessato solo a collezionare condanne. In molti hanno parlato del futuro PM come di un super poliziotto.

Dove sta l’inganno? Le finalità dichiarate della riforma sono all’opposto dei risultati che produrrà: si afferma di voler ridimensionare il ruolo dei Pubblici Ministeri e si conferisce loro più potere. L’esito sarà uno solo: sottoporre il PM al potere politico. A quel potere politico che non vuole essere disturbato, che mal sopporta pesi e contrappesi, che non accetta controlli, che considera il dissenso un reato e che vuole neutralizzare tutti gli strumenti volti ad assicurare che l’azione di governo si svolga nel rispetto della legge, della Costituzione, del diritto internazionale.

La posta in gioco è molto alta. Non è una questione che politici e magistrati possano sbrigare tra di loro. Una sorta di ridistribuzione domestica tra ministro e magistratura.

Ci riguarda da vicino, tocca la nostra carne viva, i nostri diritti, le nostre libertà. In questi lunghi anni di vita democratica, tanti nostri diritti in tema di lavoro, salute, ambiente, ancora non riconosciuti dalla legge o negati dal potere e dai poteri, sono stati affermati in sede giudiziaria, perché il magistrato era autonomo e indipendente, libero di tutelare i più deboli. Solo in sede giudiziaria sono state svelate trame volte a sovvertire l’ordine democratico. Domani potrebbe essere più difficile, forse impossibile.

 

 

 

 


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