59^ Giornata Mondiale della Pace – 1 gennaio 2026
Numero speciale
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- Scritto da Alex Zanotelli
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: missionario comboniano e direttore responsabile di Mosaico di pace
“La pace sia con voi”. Con questo semplice augurio a noi tutte e tutti è affidato un compito esigente: spezzare la logica della violenza e della guerra, scegliere una pace autentica, fondata sulla giustizia, sul riconoscimento della dignità di ogni persona e di ogni popolo, sulla prossimità con le periferie di questo mondo, spesso troppo iniquo e in ricorsa. Il Papa parla di una pace disarmata, nel messaggio del 1 gennaio, Giornata mondiale della pace, “non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti”, e di una pace disarmante, “capace di sciogliere i conflitti, aprire i cuori, generare fiducia, empatia e speranza”. Si delinea l’immagine di un futuro diverso, un cammino da compiere che ci porti a una convivenza nonviolenta, a un disarmo politico, economico e relazionale, a una custodia della casa comune come bene di tutti e di tutte.
“‘Metti via la spada’ (Gv 18,11). Disarma la mano e prima ancora il cuore. – affermava papa Leone lo scorso 11 ottobre – Come già ho avuto modo di ricordare in altre occasioni, la pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono. Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo! Ed è rivolta al tempo stesso a ciascuno di noi, per farci sempre più consapevoli che per nessuna idea, o fede, o politica noi possiamo uccidere. Da disarmare prima di tutto è il cuore, perché se non c’è pace in noi, non daremo pace.”
Questo è un tempo lacerato dal grido delle vittime. Popoli schiacciati da guerre interminabili, territori devastati, opinioni pubbliche anestetizzate da un linguaggio che, in nome della sicurezza, normalizza il ricorso alle armi, sempre di più e sempre più avanzate.
In questo numero speciale abbiamo provato a dipingere, con la forza delle idee e la grandezza dei sogni, un mondo disarmato. Per non arrenderci alla narrazione della forza, per riaprire spazi di parole diverse, per ritrovare – tutti insieme – il coraggio di costruire la pace disarmata, nonviolenta, che sia politica, economica, giuridica, relazionale. Una pace fatta di accoglienza, di rispetto, di diritti, di parole libere e gentili, di lavoro dignitoso e sicuro, di educazione alla pace e alla nonviolenza ovunque, a partire dalle nostre Chiese e dalle nostre diocesi, come ci ricorda il documento conclusivo del Sinodo. Una pace che parte e porta al disarmo integrale. Che metta al centro la persona e la sua dignità.
La vera sicurezza nasce da relazioni giuste, da istituzioni che evitino le guerre, da comunità che scelgono la nonviolenza come stile politico. Non è ingenuità la nostra. È l’audacia di credere che la storia può cambiare rotta se cambiano i cuori e le strutture. Leone XIV lo afferma con chiarezza quando invita a “disarmare le mani e, prima ancora, il cuore”: un gesto che smaschera l’idolatria delle armi e l’intreccio tossico tra economia, potere e industria bellica.
Il Vangelo annuncia spade che diventano aratri. E don Tonino Bello ci ricordava che la pace la pace è opera della giustizia e va “organizzata”: non basta desiderarla, occorre costruirla smontando le logiche della difesa armata e investendo in mediazione, diplomazia, accoglienza, cooperazione. È questo il terreno su cui germoglia una pace disarmante. Insieme possiamo tessere questa resistenza al riarmo e alla guerra globale, dando voce alle comunità, ai movimenti e ai popoli che lottano senza uso della violenza, a tutti coloro che rifiutano la cultura dell’odio, del denaro a ogni costo, del profitto.
La pace è una scelta evangelica, radicale e liberante. Una scelta che inizia dalle parole, dal consumo critico, dalle scuole smilitarizzate, dalla finanza etica, da un giornalismo di pace, per giungere a un mondo senza armi.
E mentre si alzano sempre più forti le voci di generali che invocano la guerra, accogliamo le Parole di papa Leone ai giovani del Libano lo scorso 1 dicembre: “Avete il dono del tempo, usatelo per sognare e costruire la pace”.
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- Scritto da Maria Bianco
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: assistente presso il Centro Hurtado della Pontificia Università Gregoriana
Pace a voi: il soffio dello Spirito entra nella Storia e ci offre possibilità nuove.
“Pace a voi” è il saluto di Gesù risorto pronunciato in un cenacolo chiuso; il testo, infatti, segnala che le porte sono chiuse. Chiusi, però, sono anche i cuori dalla paura. Le porte sbarrate, quindi, non sono solo un dato architettonico, rappresentano un modello di comunità ripiegata, incapace di fidarsi, imprigionata in un immaginario di autoprotezione.
La paura circola e si pone come dispositivo di esclusione. Esclusa è la storia profondamente corporale e relazionale che i discepoli e le discepole hanno vissuto accanto a Gesù e tra loro; escluso il percorso segnato da voci ai margini, da genealogie di cura e da corpi che non fuggono la vulnerabilità. Ma il Risorto entra e non forza quella chiusura con un gesto di potere. Entra, si pone in mezzo, parla, rompe il circuito della paura modificando la disposizione interna del gruppo; quel saluto “Pace a voi” ha il sapore della trasformazione, è un gesto performativo, riattiva la relazione.
Gesù non dice: “State tranquilli”, non promette sicurezza, non annulla i conflitti. Rimette in moto la fiducia reciproca e apre un orizzonte nuovo. La sua parola agisce come un invito a ricostruire il tessuto comunitario su basi diverse da quelle che l’avevano sostenuto fino alla croce.
La pace biblica che dona ai suoi è un modo di esistere in cui la giustizia rende possibile la vita attraverso l’attenzione concreta ai corpi nella cura dei legami, nella capacità di stare dov’è scomodo. Ed è qui che il testo evangelico apre un varco verso il nostro tempo.
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- Scritto da Cristina Castronovi
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: operatrice di pace in Operazione Colomba
Operazione Colomba: una rete nonviolenta che resiste alla guerra.
Ci sono persone che scelgono di stare nei luoghi dove il mondo si spezza. Non per combattere, ma per condividere la fragilità, per custodire la speranza quando sembra svanire. Sono i Corpi Civili di Pace, donne e uomini che credono nella forza disarmata della presenza, nella possibilità che la prossimità sia già un atto politico, una forma concreta di amore.
Tra queste realtà c’è Operazione Colomba, il Corpo nonviolento di Pace della Comunità papa Giovanni XXIII, che da più di trent’anni vive accanto alle popolazioni colpite dalla guerra. Dalla Colombia al Cile, come in Palestina, in Grecia, al confine tra Siria e Libano, come oggi in Ucraina, la scelta è sempre la stessa: non allontanarsi, ma restare. Perché la pace non si impone: si costruisce con la presenza.
Ho 26 anni e sono volontaria di Operazione Colomba. La mia prima missione in Ucraina è stata nel novembre 2024, per un mese. Poi sono tornata tra giugno e settembre. Operiamo tra Mykolaiv e Kherson: due città diverse, unite dalla stessa ferita.
Mykolaiv non è più fronte attivo, ma la guerra è ovunque. È nei volti delle donne che hanno perso il proprio marito, negli allarmi che ti svegliano la notte, nel coprifuoco che cala come un manto pesante ogni sera. Kherson, invece, è ancora il fronte. Le bombe cadono ogni giorno e il rumore dei droni accompagna le ore come un respiro meccanico e minaccioso.
Operazione Colomba vive insieme a due comunità evangeliche: una a Mykolaiv, l’altra a Kherson. Quest’ultima si definisce “una fenice che rinasce dalle ceneri”. Nonostante i bombardamenti, la distruzione, la paura, continua a ricostruire, a pregare, a giocare, a organizzare incontri con bambini e adolescenti, a ridere.
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- Scritto da Ilenya Goss
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: pastora valdese
Quale annuncio è racchiuso nello Shalom biblico?
“Shalom aleihem!” le parole che il Risorto pronuncia presentandosi in mezzo ai suoi amici, parenti e discepoli a Gerusalemme, la sera del primo giorno dopo la festa dello Shabbat, sono il saluto consueto che gli ebrei si scambiavano, e si scambiano anche oggi, nella quotidianità. Un saluto che sulle sue labbra quella sera assume un significato talmente profondo e intenso da lasciare ammutoliti non solo i presenti, ma anche noi che lo ascoltiamo leggendo le pagine dell’evangelista che ce lo riferisce.
Nella Bibbia
Shalom aleihem, “pace a voi” traduciamo in lingua italiana, ma perdendo proprio la vibrazione che quelle parole trasmettono quando sono riascoltate consapevolmente. Per comprendere il saluto rivolto ai discepoli occorre, come sempre per il testo di Giovanni, tenere insieme un piano diretto e quotidiano di discorso e un indice teso e puntato a un Altrove che va colto e assaporato: allora il saluto consueto si carica di tutta una storia che la Scrittura, i Profeti, i Salmi colorano e rendono tridimensionale proprio come la nostra esperienza. Semplicemente Yeshua, il rabbi di Nazareth crocifisso, il Christòs della fede rialzato dal sepolcro, saluta i discepoli? Certamente, ma nel saluto c’è un annuncio che, come in ogni annuncio, porta con sé un appello carico di passione e di attesa.
Nel Tanak, la Bibbia ebraica che dal punto di vista letterale corrisponde ai testi che nelle Bibbie cristiane sono raccolti come Primo o Antico Testamento, la parola Shalom ricorre 237 volte, assumendo via via significati differenti, sottolineature legate al mondo sociale oppure connesse con lo sviluppo e la prosperità interiore e spirituale; c’è la pace come opposto della guerra (cfr. 2 Sam 11,7), ma c’è anche la pace come saluto che augura l’integrità, o che corrisponde al nostro “Come stai?”.
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- Scritto da Mattia Ferrari
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: cappellano di bordo della nave umanitaria Mediterranea Saving Humans
Di fronte al riarmo dei confini, cresce la resistenza della solidarietà in difesa dei migranti.
In un mondo che corre verso il riarmo, anche le frontiere sono armate. Secondo il report “Respinti, picchiati e lasciati morire”, pubblicato nel febbraio del 2025 da nove Ong, sono 120.457 le persone migranti sottoposte a respingimento alle frontiere dell’Unione Europea durante il 2024.
I respingimenti si configurano come una pratica sistematica. In diversi Paesi, come Grecia, Bulgaria, Ungheria e Polonia, le forze di polizia di frontiera sono accusate di respingere le persone migranti senza permettere loro di fare domanda di asilo, in violazione del principio di non respingimento. Nel caso dei respingimenti verso Libia e Libano sono le Guardie Costiere dei due Paesi a intercettare le imbarcazioni. Tuttavia, il coinvolgimento economico e politico di Italia, Cipro e Unione Europea è così diretto ed esteso che costituisce una sorta di mandato.
La Libia è un esempio emblematico delle frontiere armate: le persone migranti vengono respinte in Libia e lì vengono detenute in condizioni disumane, sottoposti a quelli che l’ONU definisce “orrori indicibili”. Oltre ai respingimenti, c’è il dramma dei naufragi, che continua in modo incessante. Secondo i dati ufficiali, le vittime nel Mediterraneo dal 2014 sono almeno 32.000 persone.
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- Scritto da Michele Turazza
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
Se vuoi la pace, prepara la pace. Intervista a Tommaso Greco.
“Mettere la pace al principio – all’origine – vuol dire, prima di ogni cosa, avere la possibilità di darle un fondamento solido, di ancorarla a un presupposto che riesca a sostenerla al di là del suo riferimento alla guerra. Un’operazione da condurre innanzitutto sul piano antropologico e sociologico, dal momento che possiamo sperare di portarla a compimento solo dando una chance a un’antropologia positiva che rappresenti la negazione di quel modello che vede nella guerra la condizione ‘naturale’ degli esseri umani; ma da condurre anche sul piano storico, perché è anche (o soprattutto) su una lettura unilaterale e presuntamente continuistica della storia che la visione ‘realistica’ fonda i suoi assiomi”
La guerra non è affatto inevitabile. Ne è fermamente convinto Tommaso Greco, ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Pisa, che nel suo Critica della ragione bellica, dato alle stampe per la collana dei Sagittari Laterza, dimostra la necessità di pensare la pace come principio, smontando la teoria che vede nella guerra un fenomeno “naturale” e ineluttabile. Bisogna dunque non solo puntare alla pace, ma anche partire dalla pace. E il pacifismo giuridico può essere una via.
Prof. Greco, cosa intende?
La ricerca della pace può e deve passare anche (forse principalmente) attraverso il diritto. A patto però di ripensare la natura e il ruolo che il diritto svolge nei rapporti tra gli Stati. Occorre rivedere la nostra convinzione che il diritto sia legato solo alle minacce e alle sanzioni e rilanciare l’idea che esso sia innanzitutto un modo di strutturare e curare le nostre relazioni, sia tra gli individui che tra gli Stati.
Per quanto possa contrastare con il senso comune, il diritto rappresenta la via affinché si stabiliscano relazioni basate sul reciproco riconoscimento e sulla fiducia. Prima della dimensione “verticale-sanzionatoria” esiste nel diritto una dimensione “orizzontale-fiduciaria”.
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- Scritto da Teresa Masciopinto
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: presidente Fondazione Finanza Etica
Ottant’anni dopo la guerra l’Europa rilancia le armi. Ma c’è chi prepara la pace.
Nel 2025 l’Italia ha celebrato gli ottanta anni dalla fine del nazifascismo e della Seconda guerra mondiale. Un anniversario che dovrebbe richiamare i valori fondanti della Repubblica – antifascismo, democrazia e pacifismo – sanciti nell’articolo 11 della Costituzione.
Eppure, a ottant’anni di distanza, l’Europa e il mondo sembrano allontanarsi da quei principi: cresce la spesa militare, si moltiplicano gli investimenti nell’industria bellica e la logica del riarmo torna a imporsi come soluzione ai conflitti.
L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato questa tendenza. Nel 2022 il Parlamento italiano ha votato per portare la spesa militare al 2% del PIL, con un ampio consenso trasversale e arrivano spinte sempre più forti per innalzare questo rapporto. L’Unione Europea, dal canto suo, ha varato il piano “ReArm Europe” – oggi ribattezzato “Readiness EU” – che prevede 800 miliardi di euro per potenziare le capacità belliche dei singoli Stati membri. Una cifra colossale che, secondo Banca d’Italia e Ufficio parlamentare di bilancio, peserà sul debito pubblico e ridurrà le risorse destinate a welfare, sanità, istruzione e transizione ecologica.
Spese militari
In attesa dell’attuazione dei faraonici piani di riarmo dell’UE, la spesa militare corre: secondo SIPRI, la spesa mondiale per la difesa ha raggiunto nel 2023 i 2.443 miliardi di dollari e il record di 2.718 miliardi di dollari nel 2024, con una tendenza a crescere.
Ma non è solo una questione di spesa. La finanza europea sta progressivamente incorporando il riarmo nei propri strumenti di investimento. Grandi banche pubbliche, come la francese BPI e la tedesca KfW, hanno annunciato piani per finanziare l’industria militare, mentre la Commissione Europea, con la direttiva Saving and Investment Union, punta a indirizzare anche i risparmi privati verso la produzione di armi. In nome della “sicurezza”, il rischio è che il mercato finanziario travesta da “sostenibili” investimenti che alimentano guerra, opacità e corruzione. È notizia di questi giorni che il primo fondo europeo che investe esplicitamente in armi è stato autorizzato dall’Unione Europea a essere classificato come “sostenibile”.
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- Scritto da Antonio Mazzeo
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: giornalista, antoniomazzeoblog.blogspot.com
Quale educazione alla pace e al disarmo nei percorsi formativi dei giovani?
Per celebrare la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, le istituzioni nazionali, regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, possono promuovere e organizzare cerimonie e incontri sui temi della difesa della Patria, nonché sul ruolo delle Forze armate nell’ordinamento della Repubblica (…) Al fine di sensibilizzare gli studenti sul ruolo quotidiano che le Forze armate svolgono per la collettività in favore della realizzazione della pace, della sicurezza nazionale e internazionale e della salvaguardia delle libere istituzioni e nei campi della pubblica utilità e della tutela ambientale, le iniziative degli istituti scolastici sono volte a far conoscere le attività alle quali esse concorrono nell’ambito del servizio nazionale della protezione civile, per fronteggiare situazioni di pubblica calamità e di straordinaria necessità e urgenza, in ambito umanitario, in caso di conflitti armati e nel corso delle operazioni di mantenimento e ristabilimento della pace e della sicurezza internazionale, e negli ambiti di prevenzione e di contrasto della criminalità e del terrorismo nonché di cura e soccorso ai rifugiati e ai profughi.
È infarcito di retorica bellicista e di inaccettabili falsità storiche il 2° articolo della legge n. 27 del 1° marzo 2024 che istituisce la Giornata delle Forze armate ogni 4 novembre, legittimando un pericoloso ed eversivo modello istruzione-caserma.
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha ritenuto doveroso disobbedire e, in collaborazione con il CESTES – Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali, ha promosso un convegno formativo per il personale scolastico dal titolo “La scuola non si arruola”. Oltre un migliaio le iscrizioni sulla piattaforma del Ministero dell’Istruzione, ma la mattina del 31 ottobre il corso è stato soppresso d’autorità.
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- Scritto da Gianluca Greco
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: presidente di Comunità Cooperativa Melpignano
Cooperazione locale per una pace globale.
Melpignano è un piccolo centro di poco più di duemila anime nel cuore del Salento. Qui, nel 2011 abbiamo fondato la prima cooperativa di comunità della Puglia, quando un gruppo di cittadini, su impulso dell’allora amministrazione comunale, decise di mettere in comune risorse e decisioni per rispondere ai bisogni locali.
Partecipazione
Una cooperativa di comunità è tale perché intende contribuire allo sviluppo locale tramite la partecipazione diretta, collaborativa e auto-organizzata dei cittadini-soci. La nostra missione è attivare progetti comunitari ispirati ai principi dell’economia circolare e civile, promuovendo l’innovazione sociale e lo sviluppo equo e sostenibile: al centro ci sono le persone, il territorio e i valori cooperativi.
Dal 2011 a oggi, abbiamo trasformato le idee in azioni concrete. Il primo progetto ha dato vita a una delle prime comunità energetiche in Italia, quando queste erano ancora un’eccezione nel panorama italiano. L’obiettivo: contrastare la povertà energetica e cambiare il modo in cui le persone accedono all’energia, tramite un modello di produzione energetica pulito, indipendente e decentralizzato.
Questo progetto è stato un pilastro della nostra missione cooperativa, creando un circolo virtuoso di benefici ambientali ed economici.
A differenza dei grandi impianti speculativi che hanno invaso le campagne, abbiamo scelto di installare pannelli solari sui tetti delle abitazioni, preservando il paesaggio e reinvestendo localmente tutti i profitti degli incentivi pubblici. Questo approccio ha dimostrato che una transizione energetica più equa e radicata è possibile.
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- Scritto da Giuseppina Fioretti
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: arabista e docente di scuola primaria
L’iniziativa: Docenti per Gaza.
Dall’autunno del 2023 la Palestina è tornata al centro dell’attenzione globale, questa volta con una portata tragica senza precedenti. A Gaza, massacri quotidiani, distruzione sistematica di ospedali, case, università e vie di fuga hanno spinto organizzazioni internazionali, studiosi e istituzioni per i diritti umani a parlare apertamente di genocidio. Contemporaneamente, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, un sistema di apartheid e segregazione continua a scandire l’esistenza del popolo palestinese, all’interno di un contesto che gli studi postcoloniali definiscono come colonialismo di insediamento: una strategia politica e territoriale che mira a sostituire un popolo con un altro, attraverso espulsioni, controllo della terra, cancellazione culturale, pulizia etnica.
In Italia – Paese che si definisce democratico, antifascista, custode dei diritti costituzionali e della libertà di insegnamento – una parte della scuola ha reagito. Lo ha fatto nella maniera più naturale e al contempo più radicale: organizzandosi. È così che nasce Docenti per Gaza, una rete di insegnanti di ogni ordine e grado, riuniti dalla convinzione che il sapere non sia neutrale e che l’educazione debba sempre schierarsi dalla parte degli oppressi.
Chi siamo
Questo articolo racconta chi sono, cosa fanno e perché rappresentano una delle esperienze più significative del panorama educativo italiano contemporaneo. Un’esperienza che offre anche una domanda essenziale: che cosa significa essere insegnanti in tempi segnati dalla guerra e da una crescente disumanizzazione globale, in un’epoca in cui le politiche neocon si esprimono attraverso governi fascisti, alimentano la militarizzazione e permettono il massacro impunito dei popoli?
La nascita di Docenti per Gaza è datata intorno al 20 novembre 2023 quando, su iniziativa delle docenti Myriam Pettinato e Giulia Di Napoli, viene lanciata una petizione indirizzata al ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani e al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Le richieste non sono slogan politici, ma tre punti concreti:
1. Cessate il fuoco immediato
2. Apertura di canali u-manitari
3. Accoglienza scolastica in Italia per i minori studenti palestinesi
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- Scritto da Ermete Ferraro
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: docente e operatore sociale presidente nazionale del Movimento internazionale della Riconciliazione
A Palermo prepariamo la guerra?
Nelle settimane scorse, il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia), storico movimento italiano per la pace e la nonviolenza, si è associato ad altre personalità e organizzazioni che hanno espresso viva contrarietà alla realizzazione d’un Villaggio Esercito nella principale piazza di Palermo, dal 2 al 5 ottobre.
Questa inopportuna esibizione militarista, in totale dispregio della pressante richiesta di pace e di ripudio della guerra e delle sue atrocità proveniente da milioni di cittadini, aveva infatti la dichiarata finalità di “avvicinare l’esercito alla cittadinanza”, invitandola ad “ammirare da vicino” strumenti di morte e distruzione, come carri armati, elicotteri, mine e altri veicoli e strumentazioni belliche.
A nulla, però, sono valse le proteste e gli appelli rivolti al sindaco di Palermo e al governo regionale siciliano e, anzi, gli organizzatori hanno parlato di “grande successo” per questo assurdo evento, che sarebbe stato visitato da decine di migliaia di persone. Fra essi, fra l’altro, c’erano molti bambini e ragazzi, fotografati e ripresi mentre salivano sui carri armati, entravano nella cabina degli elicotteri e addirittura maneggiavano armi più grandi di loro, mentre il maxischermo proiettava in continuazione trionfalistiche e bellicose immagini di soldati in azione.
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- Scritto da Alessandro Marescotti
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
La coscienza scomoda dell’Australia. Crimini di guerra in Afghanistan.
Ci sono gesti che illuminano le zone d’ombra della Storia, ma che costano caro a chi li compie. David McBride, ex avvocato militare dell’esercito australiano, è uno di quei rari uomini che hanno avuto il coraggio di scegliere la verità al posto della convenienza, la coscienza al posto dell’obbedienza. Oggi è in carcere. Il suo “reato” è aver rivelato i crimini di guerra commessi da reparti speciali australiani in Afghanistan.
Il coraggio
McBride ha svelato l’esistenza di un inquietante rituale, il blooding: il “battesimo del sangue”. Segnava l’ingresso dei giovani soldati delle forze speciali australiane nel mondo disumanizzante della guerra. Le reclute dovevano imparare a uccidere senza pietà e senza provare rimorso. In pratica, la prima uccisione – spesso di civili innocenti o di prigionieri disarmati – diventava un macabro rito di iniziazione. La giovane recluta doveva sparare, uccidere a freddo, senza alcun motivo e doveva imparare a non provare sensi di colpa. Per coprire questi riti criminali, si fabbricavano prove false, ad esempio venivano piazzate armi accanto ai corpi dei deceduti, si scattava una foto e tutto andava a posto. L’azione dei militari appariva come una legittima difesa da un attacco armato. Dopo aver manipolato la scena e scritto un rapporto ufficiale falso, tutto andava a posto. Ma non per David McBride.
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- Scritto da Tonio Dell’Olio
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
Il documento finale del Cammino sinodale: la pace come laboratorio, orizzonte e impegno.
L’ottantunesima Assemblea della Cei con apposita mozione ha recepito – per intero e senza emendamenti di sorta – il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. I vescovi scrivono: “Riteniamo che il Documento di sintesi del Cammino sinodale ‘Lievito di pace e di speranza’, approvato dalla terza Assemblea sinodale, non solo rappresenti una preziosa testimonianza dello stile di condivisione e confronto vissuti in questi quattro anni, ma offra anche al discernimento dei Pastori e alle comunità ecclesiali linee di indirizzo e proposte per dare concretezza a una Chiesa missionaria, prossima e sinodale”. Parole che indicano non una semplice ricezione del Documento, quanto l’espressione di una sintonia concorde al punto che non vi sono stati emendamenti e tra i vescovi è emersa un’adesione pressocché unanime. Di questo bisognerà tenere conto quando ciascun battezzato e battezzata chiederà ai rispettivi pastori di mettere in pratica quelle proposte concrete approvate dall’Assemblea sinodale e dai vescovi stessi.
La pace come orizzonte sinodale: un percorso, uno stile, un impegno.
Nel Documento di sintesi della Terza Assemblea sinodale della Chiesa italiana, la pace non è trattata come un capitolo tra gli altri, né come un tema aggiuntivo alla vita ecclesiale. Piuttosto, appare come una dimensione trasversale, una tessitura profonda che attraversa lo stile del testo, la metodologia del discernimento e la visione di Chiesa che l’Assemblea propone. La pace, nel Documento, non è solo contenuto: è forma, è postura, è “modo cristiano di stare nel mondo”.
La pace come frutto del metodo sinodale
Uno degli elementi più significativi del Documento è il modo in cui la pace emerge a partire dal metodo utilizzato tanto più che la stessa parola della pace è entrata significativamente nel titolo. L’Assemblea ha, infatti, fatto ricorso a un processo di ascolto, confronto e discernimento comunitario che costituisce, in sé, una pratica di pace.
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- Scritto da Ilaria Dell’Olio
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
Alcuni lavoratori dello stabilimento di Grottaglie di Leonardo SpA hanno lanciato un appello per fermare ogni produzione di armi destinata a Israele.
Disarmare il lavoro è possibile. Scegliere di non alimentare la spirale della violenza e le logiche guerrafondaie si può ed è la scelta messa in atto da un gruppo di lavoratori della Leonardo S.p.A., sede di Grottaglie, i quali, con una petizione rivolta alla popolazione civile, chiedono la cessazione immediata delle forniture belliche e materiali dual-use (prodotti e tecnologie con scopi civili e militari) verso Israele, nonché i contratti già in essere prima di ottobre 2023 e l’interruzione di ogni sorta di rapporto commerciale e di collaborazione anche in campi non meno fondamentali come cybersecurity, intelligenza artificiale e sistemi di sorveglianza.
Uno dei lavoratori del gruppo ha condiviso la sua testimonianza ai microfoni di Mosaico di pace.
Qual è il percorso che vi ha portato a questa petizione?
A seguito del rapporto di Francesca Albanese in occasione della 59a sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, siamo venuti a conoscenza di fatti in cui la Leonardo S.p.A. è coinvolta e abbiamo preso atto che non possiamo restare a guardare. Specifico che il sito di Grottaglie, nato nel 2006, opera in ambito civile, ma lavoriamo comunque per un’azienda che contribuisce al genocidio in corso.
La petizione è volta anche a evitare che Grottaglie si militarizzi. Infatti, con il supporto della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) stiamo preparando un dossier tecnico volto a dimostrare che il settore della produzione civile per la Leonardo, sia a livello sociale che a livello aziendale, è molto più lungimirante rispetto al settore militare. Infatti, le commesse del settore civile hanno una durata di 20-30 anni, riescono a saturare gli impianti e a occupare il personale molto più di quanto possa fare il militare, che ha commesse molto più limitate (2-4 anni) e volatili, impiegando un minor numero di lavoratori.
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- Scritto da Luciano Ardesi
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: sociologo, segretario nazionale della Lega per i diritti e la liberazione dei popoli
Le sfide del cammino interreligioso oggi.
Il dialogo interreligioso si è sviluppato dalla seconda metà del Novecento fino a oggi in uno scenario internazionale che, seppur mutevole dalla guerra fredda all’Ucraina e Gaza passando per l’11 settembre 2001, ha avuto la religione come ispiratrice o giustificazione di molte violenze e guerre, anche a seguito dell’esplodere dei fondamentalismi. Inoltre, le migrazioni internazionali hanno interessato territori un tempo omogenei e che ora si caratterizzano per il pluralismo culturale e religioso e rendono problematica la costruzione delle identità individuali e collettive.
Il dialogo interreligioso ha assunto rilevanza politica, si pensi anche solo ai viaggi dei Papi all’estero. L’organizzazione del dialogo è diventata essa stessa una questione politico-diplomatica. Il dialogo interreligioso è entrato ufficialmente negli accordi di pace: è uno dei punti del piano per il Cessate il fuoco a Gaza predisposto da Trump nel settembre scorso.
L’avvio
Nell’immaginario collettivo la stagione del dialogo interreligioso prende l’avvio dalla Giornata mondiale di preghiera per la pace convocata da Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986, accompagnata poi da numerosi appuntamenti nel solco del cosiddetto “Spirito di Assisi”, di cui si sono fatti promotori non solo il Vaticano, ma anche molte organizzazioni cattoliche. In tempi di guerre e violenze la presenza sullo stesso palco, alla stessa tribuna di esponenti di diverse tradizioni religiose, provenienti spesso da Paesi in conflitto tra loro, ha aperto la speranza di un possibile cammino verso la pace. Allo stesso tempo, ha inizio il processo conciliare su giustizia, pace e salvaguardia del creato che segna un’importante stagione ecumenica che, a partire dagli anni Ottanta e dalla crisi degli euromissili in Europa, ha grandemente contribuito allo slancio non solo ecumenico ma anche interreligioso.
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- Scritto da Gianluca Ruggiero
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: avvocato e dottore di ricerca in diritto penale Uniba
Un progetto di fiducia nel diritto e nel futuro.
Nel Progetto Per una Costituzione della Terra, che ha dato vita all’associazione Costituente Terra, Luigi Ferrajoli affronta le preoccupazioni principali del nostro secolo: le catastrofi ecologiche; le guerre nucleari; la produzione e detenzione di armi; le lesioni delle libertà fondamentali e dei diritti sociali; lo sfruttamento del lavoro; le migrazioni di massa.L’intero Progetto, che approda alla proposta in 100 articoli di una Costituzione della Terra, parte da una domanda: il dibattito pubblico e scientifico può continuare a ignorare le massicce aggressioni ai diritti fondamentali che mettono in pericolo il futuro dell’umanità? Si tratta della presa d’atto, amara e lucidissima, di come il diritto manifesti una voce debole, sommessa, inascoltata, nelle ore più crudeli della Storia, come la catastrofe di Gaza sta dimostrando. Nonostante ciò, Ferrajoli auspica un processo di progressiva democratizzazione degli assetti planetari, il quale assegni rilievo paritetico alla dignità di ogni essere umano.
Crimini di sistema
Sembrerebbe pura utopia. Ma, il configurarsi impellente dei rischi per l’umanità connessi al reiterarsi dello spirito della guerra e della sopraffazione economica, è tale che appare necessario pensare a evoluzioni radicali circa il modo di intendere i criteri di interazione fra le persone e fra i popoli.
A questo riguardo, l’affinamento dell’approccio teorico al tema della giustizia può rivestire una funzione di traino culturale rilevante, laddove abbia a oggetto quelli che Ferrajoli definisce crimini di sistema. Crimini non qualificabili in senso penalistico. Sono quei crimini che hanno come vittime, interi popoli; come autori, interi sistemi politici ed economici; come effetti dannosi, eventi non singoli, determinati e circoscritti in un dato lembo di territorio; come azioni, complesse attività politiche ed economiche di una pluralità indeterminata e indeterminabile di persone. Un esempio di crimine di sistema è il cambiamento climatico, imputabile persino allo stile di vita di ciascuno di noi. Per queste ragioni nel Progetto si propone una “autonomizzazione” di queste violazioni dei diritti umani dal diritto penale, per imputarle a responsabilità politiche.
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- Scritto da Patrizia Morgante
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: comunicatrice digitale, facilitatrice, formatrice – www.patriziamorgante.com
Cosa è e come costruire una relazione disarmata? Quali parole adottare?
Sono nella sala d’attesa dell’aeroporto di Fiumicino e leggo il libro “Teologia del probabile” di Adriana Zarri (una ripubblicazione dell’opera curata da Francesco Occhetto, Gabrielli Editori): entro dentro un flusso profondo e non mi rendo conto che hanno già comunicato il numero dell’entrata del mio volo.
Vivo un’esperienza di lettura profonda, nonostante i rumori tipici di un aeroporto. Le parole di Adriana emergono da un’esperienza di preghiera e contemplazione; di silenzio generativo. Sento che sono parole abitate, piene, senza sbavature, integrate nella sua esperienza di vita. Questo crea come un invito ad abitarle nella profondità.
Le parole di Papa Leone di una “pace e di una comunicazione disarmata e disarmante” sono diventate quasi un lemma. Io le sento come un prezioso invito a recuperare il potere fecondo delle parole, il potere nonviolento delle parole.
Talvolta parliamo per riempire fastidiosi silenzi. Percepisco una grande paura del silenzio e del vuoto: le parole fungono da tappabuchi. Parliamo perché il silenzio è pesante, ci scopre, ci rende nudi agli occhi dell’altra/o, può far trasparire la nostra vulnerabilità.
In questa riflessione vorrei provare a ragionare sull’importanza della nonviolenza, in particolare l’adozione di un linguaggio non armato, non violento e generativo.
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- Scritto da Francesco Gesualdi
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: uno dei primi allievi di don Lorenzo Milani, Centro Nuovo Modello di Sviluppo
Come può il semplice gesto di far la spesa renderci complici di violazioni di diritti umani? La proposta del consumo critico e del boicottaggio.
Il titolo può sembrare una metafora, in realtà va preso alla lettera perché, dietro ai nostri consumi, si possono nascondere le peggiori violenze. Contro i lavoratori prima di tutto. È dell’ottobre 2025 la notizia che la Procura di Milano ha richiesto l’amministrazione giudiziaria di Tod’s, azienda leader nel settore del lusso che opera nella produzione di calzature, pelletteria e abbigliamento di alta moda. L’accusa all’azienda è di avere colposamente agevolato un “pesante sfruttamento del lavoro” dal momento che la sua catena di fornitura comprendeva anche laboratori cinesi dove si praticavano “paghe da fame, lavoro notturno e festivo, luoghi di lavoro fatiscenti, dove si lavora, si mangia e si dorme, dove si usano macchinari privi di sistemi di sicurezza per aumentare la produttività”. E se queste cose succedono nella ricca Lombardia in un Paese come l’Italia che si ritiene uno Stato di diritto, cosa succederà negli stabilimenti, nei campi, nelle miniere collocati in Paesi dove dei diritti si fa carta straccia?
Veleni
Le cronache annoverano violenze quotidiane verso lavoratori e comunità locali, ma anche verso il creato come testimoniano, ad esempio, la contaminazione e lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere nei pressi di miniere e stabilimenti industriali ad alto assorbimento idrico come le concerie. Per non parlare dei veleni cosparsi nelle piantagioni di banane, ananas e altri prodotti per l’esportazione, addirittura mentre i braccianti stanno ancora svolgendo le loro mansioni nei campi. I rapporti delle organizzazioni che si occupano di ambiente, salute e diritti dei lavoratori, a livello mondiale, sono pieni di storie del genere. Tutte relative a prodotti che finiscono sugli scaffali dei nostri supermercati che noi portiamo gioiosamente a casa per soddisfare le nostre voglie e desideri. Ecco come il consumo ci rende complici involontari non solo di situazioni di violenza contro i nostri simili e la natura, ma addirittura di situazioni di conflitto armato.
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- Scritto da Fabio Corazzina
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
Come parlare di pace ai giovani? Quali dialoghi possono nascere in una cultura nuova di dialogo e fraternità?
Immaginiamoci a scuola, in un dialogo con i dodicenni centrato sul senso di un impegno per la pace partendo dall’art. 11 della Costituzione. Uno di loro sbotta: “Ma se non ci fossero le guerre di cosa parleremmo nelle ore di Storia?”. Ecco il cuore della questione, culturale ed educativa: ci siamo ormai rassegnati e abituati a un orizzonte ineluttabile e insostituibile di guerra, con tutti i suoi terribili strumenti. Il menù della violenza è l’unico in cui possiamo scegliere il futuro; decidere un menù diverso, alternativo, non ci compete e non ci è concesso. Altra classe, altra scuola: con i tredicenni ci si confronta sul “potere”. Se fino a due anni fa al potere associavano anche significati positivi come libertà, poter fare ciò che vogliamo, responsabilità, autonomia, felicità, crescere, essere adulto, in quest’ultimo anno la parola potere suscita solo negatività: autoritarismo, guerre, violenza, dittatore, sangue, paura, vittime, armi.
Questione educativa
La torta avvelenata è servita sul piatto d’oro dell’educazione e dei processi di socializzazione: non si può fare a meno della guerra, è connaturale a questa umanità e noi non abbiamo alcun potere per fermarla. Possiamo subire e provare a cavarcela, ma non cambiarne l’orizzonte.
La parola pace non appassiona.
Se vogliamo essere onesti la “pace” non ci sta appassionando particolarmente. Non appassiona le nuove generazioni e nemmeno quelle che hanno costruito questa Storia contemporanea di guerre, di riarmo, di muri, di sicurezza, di esclusione, di intolleranza, di furbizia, di rabbia. Appassionano, invece, le storie e le testimonianze, personali o comunitarie, che provano a coniugare l’accoglienza, la partecipazione, la legalità, la responsabilità, l’entusiasmo per la vita e le vite, la sobrietà, l’equità, la giustizia, il dialogo. Storie che profumano di Costituzione, di Dichiarazione dei diritti dell’uomo, di Vangelo, di quel prologo Unesco che confida ancora in questa umanità, senza bisogno di scomodare satrapi, guru, idoli e nemmeno quel Dio che, liberandoci, ci ha detto ora andate, coltivate e custodite questa terra, questo cosmo, questo mondo, questa umanità: “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace”. Un solido invito a costruire la pace attraverso la solidarietà intellettuale e morale, la diffusione della cultura e l’educazione, non solo attraverso accordi politici ed economici.
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- Scritto da Renata Allìo
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: professoressa ordinaria di Storia Economica, di Economia e Storia dell’Unione Europea e di Storia dello Sviluppo Economico, Università di Torino
L’economia disarmata: sogno, utopia o progetto?
Un’economia disarmata è teoricamente possibile, ma non è mai esistita, se non fra gli inuit (eschimesi), nel cui linguaggio la parola “guerra” non esiste. Nell’immediato il disarmo appare difficile da realizzare. In questo momento sono in atto nel mondo 56 conflitti armati che coinvolgono 90 Paesi, il numero più alto dal secondo dopoguerra. Il diritto internazionale viene disatteso, le decisioni delle istituzioni sovranazionali vengono ignorate e persino i diritti umani non sono rispettati. Democrazie occidentali, tra cui gli stessi Stati Uniti, stanno regredendo verso l’autocrazia. Crescono i nazionalismi, il razzismo, le chiusure. Il numero dei poveri aumenta, mentre poche famiglie accumulano fortune immense.
Il sanguinoso conflitto fra Russia e Ucraina dura da più di tre anni e non se ne vede la fine, anzi di tanto in tanto minaccia di estendersi o di aumentare di intensità.
Per due anni, ogni giorno, le televisioni di tutto il mondo hanno trasmesso il genocidio dei palestinesi in diretta. In tutto questo tempo, l’Unione Europea, pur condannando a parole Israele, non ha smesso di fornirgli armi.
Trump, in qualità di maggior contribuente della NATO (North Atlantic Treaty Organization, sistema di difesa comune fra Stati Uniti, Canada, 29 Paesi europei e Turchia) ha imposto ai partner europei un forte aumento della spesa bellica. Solo Sanchez, presidente del governo spagnolo, ha avuto il coraggio civile di dire di no, perché più armi non significano affatto più sicurezza, mentre la forte spesa per acquistarle riduce la possibilità dello Stato di investire in welfare per i cittadini.
Rivoluzione cibernetica
Oltre al militarismo degli Stati, fattori diversi possono incidere sulla stabilità e la sicurezza dei rapporti internazionali e, quindi, sulla guerra. Un cambiamento epocale investe oggi il mondo intero: è in atto la terza grande Rivoluzione storica nel modo di produrre. Dopo la rivoluzione agraria, la rivoluzione industriale, stiamo oggi affrontando la rivoluzione cibernetica e l’Intelligenza Artificiale, di cui non conosciamo ancora la portata e i confini. Chi gestirà questa rivoluzione? Con quali finalità? Verrà compromessa la libertà degli uomini?
Altro fattore destabilizzante è il declino progressivo dell’Occidente e la perdita graduale del primato politico ed economico degli Stati Uniti. Con la caduta del Muro di Berlino e il tracollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti rimasero la sola grande potenza al mondo. Gli osservatori politici più ottimisti pensarono che fosse giunta finalmente un’era di pace. Non essendoci più contendenti, avremmo vissuto tutti la “Pax americana”. Non è stato così, anzi, le guerre si sono moltiplicate.
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- Scritto da Giampaolo Cadalanu
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: giornalista e scrittore, a lungo inviato speciale de “la Repubblica”
Quali ingredienti per un buon giornalismo? L’informazione in un contesto globale di guerre.
Perché scoppiano le guerre? Secondo Karl Kraus, i diplomatici raccontano bugie ai giornalisti e poi credono a quello che leggono sui giornali. È una visione paradossale, ma non lontana dal vero. In contesti di tensione i mezzi di comunicazione – giornali, tv, radio, siti web, social network e tutto quello che la tecnologia digitale ci riserva – sono sicuramente in grado di fare del male. Possono aizzare l’odio, favorire la disumanizzazione, persino diventare strumenti di genocidio.
L’esempio più facile è Radio Milles Collines, l’emittente del Ruanda che si guadagnò il soprannome di Radio Odio quando nel 1994 prese un ruolo attivo nel genocidio dei tutsi, con incitamenti al massacro di ferocia illimitata. Ma basta guardare alla Storia, per capire: sui media il meccanismo che nutre il rancore e l’avversione, approfondendo la lontananza fra gruppi di esseri umani, trova applicazione continua, spesso senza reale consapevolezza dei giornalisti.
L’informazione, però, può aiutare anche ad andare verso la pace: il “buon giornalismo” è già da solo uno strumento di pacificazione. Fare informazione corretta, imparziale quanto ogni giornalista può essere ma allo stesso tempo trasparente, senza toni eccessivi o esasperati, permette di sfuggire ai meccanismi di paura, odio e demonizzazione su cui si basa chi vuole il conflitto.
Ma questa indicazione non può essere sufficiente. A chi lavora nei mezzi di informazione serve un’inquadratura meno generica, e qualche indicazione di metodo. Gli studiosi hanno provato a definire il “giornalismo di pace”, partendo da quelle che considerano le basi discutibili del giornalismo occidentale, cioè l’attenzione allo status di persone e luoghi, all’azione e agli aspetti di crisi, ovvero alla vecchia regola secondo cui una notizia non è tale se non è cattiva. In altre parole, la notizia ideale è qualcosa di negativo che accade a una persona dell’élite in un Paese d’élite. L’attenzione agli aspetti negativi (cioè, alla crisi) deriva addirittura, secondo gli studiosi, da Aristotele, secondo cui – banalizzando – il racconto delle vicende umane può essere solo tragedia o commedia.
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- Scritto da Carlo Cefaloni
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: redattore di “Città Nuova”, Movimento dei Focolari
Nel tempo del riarmo globale e nazionale, quale spazio per un progetto di difesa disarmata? Quali sono le parole centrali nel dibattito e quali le idee?
In Italia esiste un movimento per la pace vasto ma frastagliato, ma non esiste un movimento politico in grado di entrare nel dibattito pubblico sulle scelte strutturali del Paese.
Si spiega in tal modo probabilmente la contraddizione tra un’opinione pubblica che, secondo i sondaggi, sarebbe schierata in maggioranza contro il riarmo e la guerra e i risultati delle urne che premiano i partiti schierati su una linea fedelmente atlantista. Non si avverte una reale differenza tra l’attuale ministro della Difesa Guido Crosetto, cofondatore non missino di Fratelli d’Italia nonché già presidente dell’Associazione della Difesa e dello Spazio, e il predecessore Lorenzo Guerini, che esprime l’ala riformista del Pd pronta a criticare l’eccessiva vicinanza di Elly Schlein con la Cgil di Landini, cioè con l’unica grande struttura sindacale rimasta pubblicamente refrattaria verso la trasformazione dell’economia in assetto di guerra richiesta dai vertici della Commissione presieduta da Ursula von der Leyen.
Esiste una strategia trasversale di politica industriale di conversione progressiva di Finmeccanica, ora Leonardo, dal comparto civile, che annoverava settori di eccellenza ceduti a soggetti stranieri, a quello della Difesa, strettamente collegata con la filiera statunitense. Secondo il Sipri di Stoccolma, nel periodo 2020 -24, l’Italia si è collocata su scala mondiale al sesto posto tra i Paesi esportatori di sistemi d’arma. Siamo in prima fila nel World Defense show in programma in Arabia Saudita a febbraio 2026 come in quello svoltosi in Egitto del dicembre 2025.
Temi di “nicchia” come si è detto finora, anche all’interno di associazioni cattoliche, fino all’emergere del grande dilemma sorto con la crisi internazionale in Ucraina che ha posto quella nazione al centro dello scontro geopolitico tra Usa e Russia con, sullo sfondo, la Cina quale vera antagonista planetaria della pericolante egemonia di Washington.
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- Scritto da Bruno Bignami
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei
Sulla strada dei profeti della nonviolenza: verso il disarmo integrale.
“Io mi armo perché tu ti armi e viceversa. Anche i ‘grandi’ sono bambini”: don Primo Mazzolari ha intuito che il riarmo è arretramento dell’umanità.
Si torna a ragionare da bambini, nel senso deteriore del termine. Come a dire: la deterrenza risponde a modelli relazionali primitivi, senza crescita umana. La pace ha sete di altro. Per questo, Giorgio La Pira ha promosso “l’elevazione culturale e spirituale destinate a fare della città terrena – sempre più – un riflesso crescente di quella celeste”: il disarmo è frutto del dialogo tra mondi diversi.
Con parole analoghe si è espresso don Tonino Bello: “Soltanto se si tende a un cambiamento interiore, morale, si sarà così eversivi da voler insieme la pace e una società più giusta”. Ecco perché il vescovo di Molfetta ha firmato sul letto di morte un appello a tutti i responsabili della guerra nei Balcani con la richiesta di deporre le armi e di sottrarsi “all’oppressione dei mercanti della guerra”.
I potenti della Terra devono influire con i mezzi della pressione e della dissuasione affinché si eviti ogni violenza e si fermi ogni assurda carneficina. E che coraggio, inimmaginabile per la politica odierna, ha dimostrato il sindaco di Firenze quando l’11 agosto 1977 si è rivolto a Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, per supplicarlo che “a qualunque costo bisogna smettere di armare il mondo per distruggerlo”!
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- Scritto da Matteo Fadda
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII
Un Ministero della Pace per un Paese che sceglie la fraternità.
Camminiamo come costruttori di pace, in un tempo in cui la violenza sembra diventata linguaggio quotidiano e la paura misura delle scelte politiche: si chiude un anno molto difficile per l’umanità. Camminiamo perché crediamo che la pace non sia un sogno ingenuo, ma la sola direzione possibile per chi vuole un futuro.
Camminiamo perché la pace ha bisogno di mani, di cuore, di intelligenza. Ha bisogno di un popolo che la scelga come destino comune, che la costruisca e la amministri.
Papa Leone XIV ci invita a una pace “disarmata e disarmante”. La pace disarmata nasce quando smettiamo di rispondere alla violenza con altra violenza: quando disinneschiamo dentro di noi paura, rabbia, indifferenza. È la pace fondata sul rispetto, sul dialogo, sulla rinuncia alla logica del nemico.
Ma la pace disarmante va oltre: è quella che si diffonde come un respiro buono, che non solo depone le armi, ma accende nel cuore degli altri il coraggio di farlo. È la forza mite che vince senza ferire, che trasforma il male in bene e fa germogliare, nel cuore disarmato dell’uomo, la potenza silenziosa che redime il mondo.
È la pace che interpella le coscienze e diventa scelta collettiva, trasformando il desiderio in azione. È la pace che, nel suo stesso farsi, genera il bisogno di cambiare le regole, di disarmare la politica e di convertire le istituzioni. La pace, così, diventa impegno pubblico, nuovo paradigma sociale e politico, perché è anche il nome politico del legame che unisce tutti gli uomini: la fraternità. Non è sentimento, ma condizione strutturale della nostra umanità.
Pace è riconoscere l’interdipendenza reale che unisce persone e popoli. Viviamo in un tempo in cui tutto è connesso: economia, clima, migrazioni, salute, sicurezza. Ogni scelta produce effetti altrove. Essere fratelli significa capire che la sorte di ciascuno è legata alla sorte di tutti. La pace di un popolo non dura se altri vivono nell’ingiustizia; la prosperità di alcuni è fragile se costruita sulla miseria altrui. La condivisione non è solo solidarietà, ma anche necessità di sopravvivenza comune.
È tempo di rivendicare con chiarezza che la pace deve entrare nell’agenda delle istituzioni.
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- Scritto da Renato Sacco
- Categoria: Gennaio 2026 - La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”
- Qualifica Autore: consigliere nazionale Pax Christi Italia
L’obiezione di coscienza dei portuali.
“Fari di Pace” nasce nel 2022 come proposta di Pax Christi Italia e vede come coorganizzatori la Commissione Problemi sociali e del lavoro della CEI, Caritas Italiana, Azione Cattolica, Movimento dei Focolari.
Un’occasione di riflessione e di denuncia, con riferimento all’art. 11 della Costituzione e alla legge 185/90, e di sostegno ai lavoratori del Porto di Genova che si rifiutano di caricare armi sulle navi dirette a Paesi in guerra, come Arabia Saudita che bombarda lo Yemen o Israele. Lo slogan della prima manifestazione, avvenuta il 2 aprile 2022, era “La guerra inizia a Genova. Tutte le guerre passano dai porti”.
Anche papa Francesco aveva ricevuto i lavoratori del CALP (Comitato Autonomo Lavoratori Portuali) nel giugno 2021. E, ancora prima, nel 2019 lo stesso Papa aveva detto: “Sono bravi. Hanno fatto bene”.
Mosaico di pace, rivista promossa da Pax Christi Italia e fondata da don Tonino Bello, si mantiene in vita solo grazie agli abbonamenti e alle donazioni.
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