Sulla strada dei profeti della nonviolenza: verso il disarmo integrale.
“Io mi armo perché tu ti armi e viceversa. Anche i ‘grandi’ sono bambini”: don Primo Mazzolari ha intuito che il riarmo è arretramento dell’umanità.
Si torna a ragionare da bambini, nel senso deteriore del termine. Come a dire: la deterrenza risponde a modelli relazionali primitivi, senza crescita umana. La pace ha sete di altro. Per questo, Giorgio La Pira ha promosso “l’elevazione culturale e spirituale destinate a fare della città terrena – sempre più – un riflesso crescente di quella celeste”: il disarmo è frutto del dialogo tra mondi diversi.
Con parole analoghe si è espresso don Tonino Bello: “Soltanto se si tende a un cambiamento interiore, morale, si sarà così eversivi da voler insieme la pace e una società più giusta”. Ecco perché il vescovo di Molfetta ha firmato sul letto di morte un appello a tutti i responsabili della guerra nei Balcani con la richiesta di deporre le armi e di sottrarsi “all’oppressione dei mercanti della guerra”.
I potenti della Terra devono influire con i mezzi della pressione e della dissuasione affinché si eviti ogni violenza e si fermi ogni assurda carneficina. E che coraggio, inimmaginabile per la politica odierna, ha dimostrato il sindaco di Firenze quando l’11 agosto 1977 si è rivolto a Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, per supplicarlo che “a qualunque costo bisogna smettere di armare il mondo per distruggerlo”!
Concretezza
Si comprende così che il disarmo non è perditempo di anime belle, ma nasce dalla concretezza di voler salvaguardare la nostra umanità. È ancora il parroco di Bozzolo a fare le domande scomode: “Come mai (la domanda è alquanto ingenua) non si riesce a fare un passo sulla via del disarmo a tanta conclamata “buona volontà” di disarmare? Come mai le voci più autorevoli e più alte – Leone XIII, Pio XI, Pio XII non furono mai ascoltate, e dalla stessa pubblica opinione mai fervidamente ed efficacemente sostenute?”. L’elenco si potrebbe allungare con i nomi di diversi tra gli ultimi Papi: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV. Pastori inascoltati, talvolta persino derisi e sbeffeggiati quando parlano di pace e invocano un secco “Mai più la guerra!”. L’autore di Tu non uccidere conclude: “La corsa agli armamenti è una follia”. Si tratta di una “pazza corsa” che esaurisce le risorse economiche e mette nella tentazione di usare le armi fabbricate. La cosa assurda è che ogni tentativo di ridurne la produzione cade nel vuoto. Si entra nella perversa spirale di costruire ordigni sempre più distruttivi, utili “per la “giusta guerra” di domani” (Mazzolari).
Sia chiaro: il disarmo parte dalle parole. È impossibile perseguire la pace se si usano parole ambigue e si preferiscono “parole bugiarde”, come osservava già Giuseppe Dossetti negli anni Novanta. Si scusano le peggiori cose in nome della giustizia interpretata come assoluta, sciolta dalla vita dei popoli: la pace “giusta” prevede la guerra e la guerra “giusta” prevede la corsa agli armamenti.
Sciopero e voto
Come non ricordare che esistono altre armi, ispirate al principio della nonviolenza? Don Lorenzo Milani nella Lettera ai cappellani militari ne cita due: “lo sciopero e il voto”. Non a caso sono armi spuntate nel contesto attuale: gli scioperi sembrano solo dare fastidio e provocare irritazione, mentre il voto è un lusso per minoranze impegnate o per “fedeli servi” del potente di turno. Senza sciopero e senza voto la democrazia è un’anatra azzoppata. Don Milani si è inerpicato, invece, su un sentiero impervio ma necessario: dividere il mondo non in italiani e stranieri, ma in diseredati e privilegiati. I poveri sono autorizzati a combattere gli oppressori, evitando però le armi approvate dai benestanti, che “sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente”, conclude il priore di Barbiana. La richiesta è che proprio i poveri possano diventare i più convinti oppositori al riarmo, perché la madre sanguinaria delle guerre è la miseria.
Le radici teologiche del disarmo trovano eco nel bellissimo romanzo La messa dell’uomo disarmato di don Luisito Bianchi, prete operaio dalla penna raffinata. Il protagonista del racconto, dom Luca, lascia il monastero per unirsi alla Resistenza da disarmato. Dalle sue labbra escono parole che legano la scelta del disarmo al dono d’amore di Cristo sulla croce. C’è sempre una testimonianza d’amore ogni volta che si sceglie la via del disarmo. E quando si ama perdutamente, la realtà si dilata, perde i suoi connotati mediocri per assumere quelli del dono, della vita nuova, della resurrezione. C’è un abisso tra amare e armare, ben più di una “r”. Nessuno meglio di David Maria Turoldo ha saputo descriverlo in versi: “Andate a dire ai quattro venti/ che la notte passa che tutto ha un senso/che le guerre finiscono che la storia ha uno sbocco/ che l’amore alla fine vincerà l’oblio e la vita sconfiggerà la morte”.
L’amore è sempre disarmante. È l’ultima parola sulla Storia. Disarmo integrale.