Nel tempo del riarmo globale e nazionale, quale spazio per un progetto di difesa disarmata? Quali sono le parole centrali nel dibattito e quali le idee?
In Italia esiste un movimento per la pace vasto ma frastagliato, ma non esiste un movimento politico in grado di entrare nel dibattito pubblico sulle scelte strutturali del Paese.
Si spiega in tal modo probabilmente la contraddizione tra un’opinione pubblica che, secondo i sondaggi, sarebbe schierata in maggioranza contro il riarmo e la guerra e i risultati delle urne che premiano i partiti schierati su una linea fedelmente atlantista. Non si avverte una reale differenza tra l’attuale ministro della Difesa Guido Crosetto, cofondatore non missino di Fratelli d’Italia nonché già presidente dell’Associazione della Difesa e dello Spazio, e il predecessore Lorenzo Guerini, che esprime l’ala riformista del Pd pronta a criticare l’eccessiva vicinanza di Elly Schlein con la Cgil di Landini, cioè con l’unica grande struttura sindacale rimasta pubblicamente refrattaria verso la trasformazione dell’economia in assetto di guerra richiesta dai vertici della Commissione presieduta da Ursula von der Leyen.
Esiste una strategia trasversale di politica industriale di conversione progressiva di Finmeccanica, ora Leonardo, dal comparto civile, che annoverava settori di eccellenza ceduti a soggetti stranieri, a quello della Difesa, strettamente collegata con la filiera statunitense. Secondo il Sipri di Stoccolma, nel periodo 2020 -24, l’Italia si è collocata su scala mondiale al sesto posto tra i Paesi esportatori di sistemi d’arma. Siamo in prima fila nel World Defense show in programma in Arabia Saudita a febbraio 2026 come in quello svoltosi in Egitto del dicembre 2025.
Temi di “nicchia” come si è detto finora, anche all’interno di associazioni cattoliche, fino all’emergere del grande dilemma sorto con la crisi internazionale in Ucraina che ha posto quella nazione al centro dello scontro geopolitico tra Usa e Russia con, sullo sfondo, la Cina quale vera antagonista planetaria della pericolante egemonia di Washington.
L’invasione militare decisa da Putin il 24 febbraio 2022 ha fatto crollare molte certezze con il ritorno della guerra come prospettiva reale per i Paesi europei chiamati, intanto, a integrare le forniture militari già assicurate da Usa e Regno Unito, assieme al sostegno decisivo dell’apparato di intelligence.
La tragedia nel fine secolo scorso dell’ex Jugoslavia, con il suo corredo di genocidi perpetrati sotto gli occhi dei caschi blu dell’Onu, è stata come un’avvisaglia a non adagiarsi sulla narrazione della fine incruenta del blocco sovietico, gestita in maniera illusoria da parte occidentale come una vittoria dell’economia liberista.
Smarriti?
Lo smarrimento del mondo associativo, diviso tra la credenza nella nonviolenza e il diritto di difesa di uno Stato aggredito, non si è registrato nei circoli dei think tank che da tempo si erano attrezzati per sostenere le ragioni del riarmo come via per ottenere una “pace giusta” assicurata da un Occidente democratico assediato dalle autocrazie. Notevole in tal senso il lavoro della galassia editoriale che ruota intorno alla Fondazione De Gasperi declinata come perno di un nuovo pensiero conservatore. Proviene, poi, dall’Istituto Aspen Italia, stanza di compensazione della classe dirigente, l’esperta Marta Dassù chiamata da Jens Stoltenberg a definire il concetto strategico di difesa approvato dai Paesi NATO, sconosciuto anche ai parlamentari, distratti dalle lotte interne di partito.
Un ruolo decisivo lo svolge l’Istituto Affari Internazionali, influente Centro Studi fondato da Altiero Spinelli, come visto nel sostegno a Mario Draghi che ha allineato, assieme al presidente Mattarella, l’Italia su posizioni fedelmente atlantiste, dopo lo sbandamento pentastellato, invitando a non perdere tempo in ricostruzioni sulle cause scatenanti il conflitto. Indicazione che non ha seguito, ad esempio, papa Francesco, attaccato anche post mortem, che ha parlato dell’“abbaiare della Nato alle porte della Russia” invitando a non ridurre la realtà al racconto del lupo e Cappuccetto rosso.
Nel 2014, anno degli accordi di Minsk, Francesco denunciò a Redipuglia il permanere, a 100 anni dal primo conflitto mondiale, del potere delle industrie di armi nello scatenare nuovi mattatoi. E nel 2017 invocò l’urgenza di una politica della “nonviolenza attiva” che coinvolge, quindi, l’etica della responsabilità pubblica e non solo della convinzione personale. Di solito, invece, si distingue la dimensione profetica dal realismo politico di giustificare tutto.
Disobbedienti
Una scelta politica è quella proposta coerentemente dal Movimento Nonviolento che, di fronte all’imminente chiamata alle armi e al dilemma di uccidere e farsi uccidere, invita a una professione pubblica di disobbedienza. Scelta che non vuol dire resa ai prepotenti ma proposta della difesa civile nonviolenta promossa da Alex Langer, non meno pericolosa di quella armata. Ma il discorso alternativo si deve chiudere a questo punto, citando la resistenza danese al nazismo? O proseguire, come credo, riconoscendo che non si può chiedere all’Italia e all’Europa di “fare come il Costarica” abolire, cioè, l’esercito per affidare di fatto la difesa ad altri Paesi.
È necessario promuovere il dibattito pubblico sostenendo, ad esempio, una linea di politica estera che solleciti una nuova Conferenza di Helsinki sulla sicurezza comune, invece di ricorrere a un piano di Riarmo che predispone inevitabilmente alla guerra. Occorre entrare nel merito della Difesa dei Paesi europei per dimostrare la necessità di estendere a tutti i limiti costituzionali imposti in materia di produzione e commercio di armi dalla legge 185 del 1990, che una maggioranza trasversale vuole svuotare di efficacia, mentre i portuali del Calp fanno rispettare. E così facendo dimostrare gli interessi degli azionisti delle società di armi a incrementare gli utili e non a difendere le comunità che hanno bisogno di altri tipi di investimenti conseguenti a scelte di conversione ecologica integrale. Occorre farne una piattaforma politica intransigente.
Anche esponenti apicali di partiti “progressisti”, delimitano il proprio sostegno a iniziative per la pace decorative e marginali, al massimo solidali, stando ben attenti a non toccare gli interessi del complesso militar industriale che, invece, va studiato e smontato dalle sue fondamenta culturali. Molti circoli impegnati nel sostenere le ragioni del riarmo sono infatti consapevoli di non aver ancora raggiunto quell’egemonia di consenso indispensabile per forzare l’opinione pubblica e farle credere che i soldi per armare un cacciabombardiere nucleare sono necessari, come dicono, per difendere scuole e ospedali.
Abbiamo visto nell’ultimo periodo che la giustificazione del riarmo nel caso ucraino ha portato a ignorare la rimozione nel maggio 2023 da parte del governo Meloni del blocco imposto, grazie a un’iniziativa dal basso partita dal comitato riconversione Rwm in Sardegna, al trasferimento di missili e bombe verso l’Arabia Saudita coinvolta nel conflitto in Yemen. Non sono stati sospesi gli accordi industriali e militari con il governo israeliano nonostante la carneficina innominabile di Gaza e si ignora l’appello dei missionari comboniani, e Medici senza frontiere, a fermare la collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti implicati nella tragedia in atto nel Sudan.
Esistono competenze elevate in Rete italiana pace e disarmo e nella Campagna Sbilanciamoci per concentrare l’impegno su obiettivi precisi di carattere politico. È quello che in sostanza ha detto il Movimento Nonviolento decidendo di non aderire all’ultima Marcia Perugia Assisi che pure ha coinvolto più di 100 mila persone. L’ultima manifestazione di un mondo che scompare? Il tempo si è fatto breve. È la sfida che deve raccogliere in particolare il laicato cattolico impegnandosi con posizioni chiare e autonome, senza consolarsi citando il Papa o qualche vescovo. Dalla marcia della pace di fine anno a Catania, nell’isola al centro del Mediterraneo di guerra, potrebbero arrivare segnali in questa direzione.